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I Preti, che ‘servano la gioia di vivere’. Dopo il caso di don Ravagnani intervista ai preti delle nostre valli che scelgono di servire

La lettera pastorale del vescovo di Bergamo si intitola “Servire la vita, servire la gioia di vivere”. E l’icona che la accompagna è un dipinto del Botticelli in cui la Madonna scrive il testo del Magnificat, l’inno di gioia. In questi tempi da lupi è un atto di coraggio e di speranza già usare il vocabolo “gioia”. Ma il termine è unito al verbo “servire” che è altrettanto fuori moda e fuori tempo. Per secoli la predicazione del Vangelo è stata caratterizzata dalla paura, la paura del giudizio universale, la paura della dannazione eterna, quindi la paura del peccato che portava alla condanna. Si faceva il bene per la paura del contrappasso del male futuro. Il Vescovo Francesco Beschi ribalta l’annuncio, è la “gioia di vivere” che va servita, diffusa, trasmessa con il messaggio, questo sì dirompente, della resurrezione. Il nostro mondo tende all’eternità sulla terra, ci fa vivere nell’illusione che tutto duri per sempre, rimuove la morte classificandola come ‘incidente’, esorcizza la fine, ignora l’aldilà perché condizionerebbe i comportamenti dell’aldiquà. Per questo i vecchi sono emarginati, confinati nelle case di riposo, rimossi dal loro ruolo storico di “mentori” e “saggi”. All’evidenza che si finisce comunque viene messa la sordina. Il prete oggi deve, in questo messaggio, semplicemente rilanciare la speranza, la fede nella resurrezione, che fa rimuovere la paura della fine, tornata nella fede a un inizio che durerà per sempre. In fondo un prete davvero deve annunciare la gioia. E per farlo deve essere lui stesso gioioso, felice di essere quello che “serve” a tutti la “gioia di vivere”. Aiutando anche solo a volte a sopravvivere, con la prospettiva del riscatto finale.