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Segni inquieti

Pochi passi. Pochi giorni. Poche ore. Poco tempo. Poco spazio. Febbraio è un elastico, si tira, ritira, infila, sparisce alla svelta, non è vero, oppure sì. Sembra tutto e non è niente o non è niente essendo tutto. Nei supermercati trovi i panettoni in offerta prima che scadano, trovi le frittelle ma anche le prime uova di Pasqua e questa confusione mi piace un sacco. Mi piaccio meno io che sembro sempre reduce da qualche guerra punica che non so nemmeno bene cosa sono le guerre puniche. Oggi piove e in redazione siamo di fretta, guardo le mie mani battere tasti sul pc, penso che vorrei portare il mio cuore su un balcone fiorito e mi ricordo quando mi stava dentro nascosto dal mondo e sapeva di mandarino sbucciato, avanzo di qualche disordine di foglie, sorrisi, notti strane, petali, un cuore che divampava come il vento sul balcone teso dentro una bandiera ad asciugare camice, che rideva tra i fiori. E mi ricordo quando coi miei occhi appuntiti nuovi di zecca sul tavolo di legno disegnavo cavalli e correvo come loro, e andavo come loro, trotterellando o correndo forte, senza senso e con i sensi senza paura. Un animale non sa che c’è la morte, vive e basta. E corre. E piega l’erba. Come la pioggia fa col prato. Il grillo con la notte. Semplicemente. Col mio cuore in mano. Vado, lo porto sul balcone e aspetto che ci cresca dentro ancora la pazienza, che non sa di febbraio e forse non è nemmeno adatta a me, che non ne ho mai avuta. La vita coi suoi denti morde. E lascia segni ovunque dentro me. E quei segni sono come febbraio. Inquieti.