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Benedetta gente

«…l’anno vecchio è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va. / Si esce poco la sera compreso quando è festa / e c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra» (Dalla). Inquietante. C’è stato un tempo, a cavallo tra la fine degli anni 60 e l’inizio dei 70 in cui il “fermo di polizia” era una minaccia, per tre giorni potevi sparire dalla circolazione senza che nessuno ne sapesse niente, prima ancora dell’intervento della magistratura. “Certe notti fai un po’ di cagnara…” (Ligabue) e noi che ci sentivamo liberi sulle nostre 500 rombanti (si fa per dire) comprate a rate e pensavamo a valicare passi e valli alla ricerca di libertà, venivamo fermati ai posti di blocco, venivamo fatti scendere, le mani sul tettuccio con i mitra puntati nelle reni mentre ci controllavano, caso mai fossimo intenzionati a far saltare chissà che. Ecco, c’è in giro un’aria di ordine costituito, la trasgressione, anche goliardica, sembra dare sempre più fastidio, ordine, ordine!
Conflitto generazionale? Non c’è spazio per conflitti, “bambini lasciateci lavorare”, come dicevano i venditori ambulanti d’antan. Quella che è stata definita la “generazione del divano” dà segni di risveglio? Meglio torni sdraiata, “non disturbate il guidatore” come stava scritto sopra il posto di guida delle corriere. Fumate bianche di neofascismo? Non confondiamo le cose: quello storico, rievocato (anche pateticamente) da alcuni gruppi di nostalgici di tempi mai vissuti (ossimoro: come si fa ad avere nostalgia di qualcosa che non si è vissuto?) non è proponibile, è anticostituzionale e basta. Ma c’è una concezione autoritaria che Gustavo Zagrebelsky ha ricordato come una definizione fatta da Umberto Eco: “fascismo eterno” e che appunto, in quanto “eterno” si ripresenta di quando in quando. Quando? Quando la democrazia si è ammalorata, è diventata fastidiosa perché involuta, autoreferenziale, inconcludente in tempi in cui tutto e tutti vanno di fretta e ai bisogni impellenti non puoi rispondere con la calma, altrimenti, per stare in metafora, uno se l’è fatta addosso nell’attesa.
Ma il bisogno primario è avere di che vivere. E allora ecco che frugando nel passato la risposta era già stata trovata più di duemila e cinquecento anni fa. Socrate (almeno secondo Platone, perché di suo, Socrate, non ha scritto una riga) l’aveva detto, la povertà spinge verso la comunità, il benessere verso l’individualismo. In fondo sta tutta qui la crisi della democrazia, dell’ognuno a difesa del proprio orto, da chi al governo rivuole indietro i (pochi) poteri delegati all’Unione Europea a chi in paese è in lite perpetua col vicino di casa.
Ma la povertà sta dilagando e ci si aspetterebbe quindi un ritorno al senso di solidarietà, di comunità. E allora perché il consenso va in direzione opposta? Semplicemente perché in questi decenni abbiamo perso fiducia nella democrazia, che è faticosa, è confronto e non scontro, non sapremmo da dove ricominciare (dal fare pace col vicino di casa, no?).
E viene coltivata la speranza che un uomo (o donna) solo al comando possa risolvere tutto, soprattutto i nostri bisogni quotidiani. Non succede ma siccome tutti ci sperano (o ce lo fanno credere) continuiamo a sperarlo anche noi, in barba all’evidenza del contrario. E così si perpetua l’individualismo dove i ricchi si arricchiscono sempre di più e i poveri si impoveriscono sempre di più. Socrate aveva pronosticato che in questo contesto poi scoppiano le rivolte.
Ma voi immaginate qualcuno che, di questi tempi “mette dei sacchi di sabbia vicino alla finestra”? Sarebbe preoccupato di non rovinare gli infissi. E allora vai con l’illusione che qualcun altro cambi le cose a tuo favore. «Ma la televisione ha detto che il nuovo anno / porterà una trasformazione /
e tutti quanti stiamo già aspettando». Per stare sul pezzo… “aspetta e spera”.