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Aspettando Milano – Cortina/4 – Michela Moioli: “Ho iniziato a fare snowboard a Colere a 8 anni, a Sochi la mia prima Olimpiade nel 2014, l’oro in Corea nel 2018 e ora probabilmente l’ultima Olimpiade, me la voglio godere…”

Alla vigilia delle Olimpiadi invernali di Milano – Cortina 2026 vi proponiamo l’intervista a Michela Moioli.
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Nel tennis c’è Jannik Sinner. Nel nuoto Federica Pellegrini. Nel motociclismo Valentino Rossi e nello snowboard cross c’è Michela Moioli, che oltre a restare nostrana, buona e bella come una fetta di formaggella, come canta insieme a Tiziano Incani, detto Il Bepi,è pure l’unica atleta italiana ad aver vinto tre Coppe del mondo di specialità, il mondiale e l’oro olimpico.
Una carriera straordinaria iniziata per gioco e curiosità all’inizio degli anni Duemila sulle piste bergamasche, per lei che è di Alzano Lombardo ed è nata il 17 luglio del 1995. «Ho iniziato a far snowboard a otto anni, a Colere. Prima sciavo, ma poi ho provato la tavola perché mi ispirava moltissimo.»
E da allora, grazie a quella attrazione istintiva, che non ha bisogno di troppe spiegazioni, tra la giovane Michela e lo snowboard, lo sport italiano ha trovato una delle sue campionesse più apprezzate e seguite: «Mi fa molto effetto essere tra le donne azzurre più vincenti e influenti di sempre. È una grandissima soddisfazione e mi rende molto orgogliosa.»
L’atleta di Alzano ha ormai trent’anni e da quasi metà della sua vita è una protagonista del circo bianco sulla tavola. Infatti è il dicembre del 2012, quando lei, che non è nemmeno maggiorenne, fa l’esordio in Coppa del mondo e nei mesi successivi, a Sochi, vince pure la sua prima gara tra le grandi. Proprio lì, nella città russa sulla costa orientale del mar Nero, che nel 2014 ospita la XXII edizione dei Giochi olimpici invernali, i primi nella carriera di Michela. «L’esordio a cinque cerchi è stato tosto perché non mi aspettavo che potesse essere così emozionante. Non sapevo nemmeno io bene che cosa stessi facendo, però è stata una grandissima esperienza, perché mi ha insegnato che per essere lì, a un Olimpiadi devi essere al cento per cento sia fisicamente, che mentalmente e io allora ero ancora molto giovane.» Ma nonostante fosse solo diciottenne la snowboarder seriana si qualifica per la finale olimpica. Pettorale nero, linguaccia alla telecamera prima della partenza e un po’ di timidezza iniziale, quando il cancelletto si apre. Michela non parte bene ed è sesta su sei, ma tra curve, porte e salti la confidenza cresce e la rimonta sembra trasformarsi in sogno, fino a pochi secondi dall’arrivo quando affianca la bulgara Jekova e nell’ultima parabolica che gira verso destra la sorpassa, sarebbe terzo posto. Però le tavole si toccano e le due atlete cadono. Il bronzo va alla francese Trespeuch e gli esami dicono che il legamento crociato del ginocchio sinistro è rotto: «Mi aspettavo di poter fare una medaglia e forse è stato questo che mi ha un po’ fregato. Non credo che la finale sia stata sfortunata. Anzi credo sia andata come doveva andare, perché penso che se avessi fatto medaglia a Sochi non avrei vinto le Olimpiadi successive, perché mi sarei già tolta una soddisfazione enorme. Invece essere caduta, essermi rotta il ginocchio, mi ha fatto capire che dovevo lavorare su di me, su tante cose e di conseguenza le medaglie bisognava sudarsele un po’ di più.»
E così l’atleta alzanese, dopo l’operazione chirurgica, si mette subito al lavoro. Fisioterapia, palestra, piscina e bicicletta, per tornare sulla neve più competitiva e determinata di prima. E i risultati iniziano ad arrivare già l’anno successivo: nel marzo 2015 torna al successo in Coppa del mondo. È l’inizio di un’ascesa ai vertici dello snowboard cross mondiale che le consente nel 2016 di alzare al cielo la sua prima sfera di cristallo di categoria.
Una condizione eccellente che Michela conferma anche nella stagione olimpica e che le consente di arrivare a Pyeongchang nel febbraio del 2018 tra le favorite per la vittoria. «Ai Giochi in Corea volevo arrivare totalmente in un’altra condizione fisica e mentale rispetto a quattro anni prima. Così ho fatto e infatti sono arrivata lì con le aspettative, sia mie che esterne, più alte. Tutti si aspettavano che io vincessi perché ero in uno stato di grazia eccezionale. Io sentivo che poteva essere la mia Olimpiade e volevo a tutti i costi vincere la medaglia d’oro. Non pensavo assolutamente che avrei potuto farmi ancora male. Pensavo solo al motivo per il quale ero lì e al motivo per il quale volevo vincere.»
Così al cancelletto di partenza della finale olimpica ha il pettorale verde. Questa volta l’inizio è molto positivo e sin dalle prima curve si trova a combattere per il primo posto con la statunitense Jacobellis. Poi, dopo qualche schermaglia, a circa metà discesa Michela accelera, salta, saluta tutte e con grande precisione e velocità si proietta verso l’oro olimpico. «La gara è stata emozionante. Il momento più bello secondo me è stato prima di iniziare la discesa. Ero in seggiovia con il mio allenatore Luca che mi parlava dei passaggi tecnici. Era molto teso, molto agitato. L’ho guardato e gli ho detto: “Luca non ti preoccupare, andrà tutto bene!” Dentro di me sentivo già quella convinzione, quella sicurezza del poter vincere l’Olimpiade e quello secondo me è stato un momento molto molto bello che ricorderò per sempre, che si ricorda anche lui.» E poi l’arrivo, la linea rossa del traguardo, davanti nessuna e le altre cinque finaliste tutte dietro. Le braccia che esultano, poi le mani sul casco, sdraiata sulla neve con le lacrime che riempiono la machera con lenti a specchio, per dare corpo ad un’emozione quasi incredibile: «Quando mi sono resa conto di essere diventata campionessa olimpica è stato straordinario. C’era la mia famiglia, c’era mia mamma, mia sorella e altre persone a me molto vicine che erano venute fino in Corea perché volevo a tutti i costi che venissero là. Mi sentivo che dovevano esserci, perché sentivo che sarebbe successo qualcosa di magico. E poi così è stato e infatti sono stata felicissima di aver portato la mia famiglia lì.»
E dopo gli abbracci, la consapevolezza, l’inno di Mameli sul podio, gli applausi e il tanto sognato bacio alla sua medaglia d’oro: «Lì a Pyeongchang non abbiamo festeggiato un granché perché avevamo il volo di ritorno il giorno dopo la gara. Però la sera sono andata al traguardo insieme al mio medico e al fisioterapista a ringraziare ciò che era stata quell’Olimpiade. Era notte fonda ed è stato un momento molto molto bello. Quando sono rientrata ad Alzano, poi, mi hanno accolta con una grande festa in comune.»
Esultanze, felicità e attimi che restano per sempre nei ricordi di Michela, ma che non le impediscono di continuare ad allenarsi e gareggiare al massimo, anzi. Nel 2018 e nel 2020 rivince la Coppa del mondo di specialità, in mezzo ci mette altre medaglie di bronzo e d’argento ai mondiali. Una costanza ad altissimi livelli che il Coni decide di premiare scegliendola come portabandiera italiana per la cerimonia d’apertura della XXIV edizione dei Giochi olimpici invernali insieme alla sua amica Sofia Goggia: «È stato sicuramente bello ed emozionante. Mi ha dato tantissima soddisfazione ed è una cosa che non tutti gli atleti hanno avuto la possibilità di fare. Sono molto molto grata per tutto questo. È stato un onore ma anche un onere, perché poi la cosa, ammetto che mi ha anche messo un po’ di agitazione. Certo mi è dispiaciuto non condividere questo momento con Sofia, che era a casa a recuperare da un brutto infortunio, ma spero e sono convinta che lei lo farà alle prossime Olimpiadi.»
E a Pechino, Michela non riesce a riconfermarsi campionessa olimpica. Anzi, addirittura viene eliminata in semifinale. Però, il riscatto è quasi immediato e arriva qualche giorno dopo. Nella gara a squadre insieme al compagno di nazionale Omar Visentin è argento, nonostante i lividi che ancora coprono il corpo e il volto di Michela dopo la caduta nella finalina individuale: «Vincere una medaglia con qualcuno, condividerla è un qualcosa di molto diverso rispetto a vincerla da sola. Questa medaglia sai che ti legherà per sempre, perché io e lui insieme avremo sempre vinto quella medaglia e saremo legati a quel ricordo e a quel giorno per tutta la vita. Quindi sono molto contentadi averla vinta con lui, perché Omar ormai è un amico, ci conosciamo da tanti anni ed è bello aver potuto condividere con lui questa gioia.»
Perciò adesso Michela è già proiettata verso l’Olimpiade di Milano Cortina che inizierà tra un’ottantina di giorni. A questa sua quarta esperienza a cinque cerchi la trentenne di Alzano ci arriva da Campionessa del mondo, dopo la grande vittoria dello scorso marzo a Saint Moritz, che ha scacciato una stagione difficile tra problemi alla schiena e una polmonite arrivata proprio nelle settimane precedenti alla gara iridata. Ma ci arriva anche con una consapevolezza nuova, forse anche perché «probabilmente sarà la mia ultima Olimpiade e mi auguro che l’approccio sia un po’ diverso dalle altre, che ho sempre vissuto con molta pressione. Certo, sicuramente ci sarà anche qua, però voglio anche godermela un po’. Personalmente voglio avere un bel ricordo di questi Giochi. Voglio che sia un momento di festa, di celebrazione, perché comunque è stato un percorso iniziato tanti anni fa e voglio che sia un momento magico per me, in cui abbia la possibilità di vivere questa Olimpiade in casa con la mia famiglia. Poi, quando sarò al cancelletto, voglio riuscire a dare il cento per cento. Il mio obiettivo di risultato è mio, è personale. Quello che posso dire è che il mio proposito è arrivare lì al massimo e quel giorno riuscire a esprimermi al meglio che posso.»
Certo, con una carriera così, ha proprio ragione Tiziano Incani, detto Il Bepi: “La Michela” la conoscono in tutto il mondo, ma lei resta sempre e orgogliosamente di Alzano: «Ci torno molto spesso, anzi sempre. È casa mia, è un paese che amo, è un paese in cui sono cresciuta e a cui sono tanto legata.»