Quando la famiglia di Leiser Schwamenthal e Alice Redlich, ebrei in fuga dalla persecuzione nazista, trovò ospitalità in Alta Valseriana
Nell’avvicinarsi del “Giorno della Memoria”, che fa memoria, appunto, della Shoah e della persecuzione degli Ebrei europei costretti a nascondersi per non essere deportati nei campi di sterminio, ci sembra giusto ricordare che molti di essi furono salvati da persone dei nostri paesi, soprattutto in Alta Valseriana: tante persone comuni che non esitarono a sfidare il pericolo di essere a loro volta arrestati e misero a rischio la loro vita. A godere della protezione di tanti nostri convalligiani – ora purtroppo tutti ormai scomparsi – ci fu anche la famiglia Schwammenthal, il cui travagliato vagare sempre in fuga sulle nostre montagne venne anche raccontato dalla signora Alice Redlich al figlio Riccardo nell’ormai lontano 1986 con un lungo racconto- intervista di cui riportiamo alcuni stralci.
Al caffè Mantegazza per stare al caldo
“Dal campo internati di Ferramonti ci hanno mandato prima a Trescore [Balneario]. Ci siamo rimasti per cinque o sei giorni, ma non si trovavano gli alloggi. Allora ci hanno trasferito, tramite l’Ufficio Stranieri di Bergamo, a Clusone. Con noi c’era una famiglia di pellicciai. Erano due fratelli ed un cognato ed erano molto ricchi e si vede che ungevano anche un pochino e loro sono stati mandati a Rovetta, volevano essere mandati là [e ci sono riusciti] e avevano un laboratorio e lavoravano e le mogli venivano da Milano, portavano del materiale da lavorare e portavano via la roba pronta. Si chiamavano Divalt ed erano delle persone molto, molto buone e se potevano aiutare [lo facevano], erano anche molto amati dalla popolazione locale, ogni tanto venivano a Clusone a trovarci [noi e gli altri ebrei]. A Clusone c’era un bar pasticceria che allora era di un certo Mantegazza. C’erano i genitori, una figlia con il fratello sordo. Era l’inverno del quarantatré, molto freddo. Gli appartamenti, le stanze delle case erano molto fredde. Allora si andava delle volte al caffè, non avevamo dei soldi da spendere, ma i proprietari erano molto buoni, comprensivi, eravamo magari in tre a prenderci un caffè, ma loro capivano che andavamo là per trovarci e scaldarci e non dicevano niente. Quei Mantegazza si sono comportati in modo esemplare verso di noi ebrei. Al caffè andavano anche, naturalmente, quelli di Clusone e tra l’altro c’era il medico, il primario dell’ospedale, c’era un notaio, c’erano insomma tre o quattro caporioni, fascistoni ma anche razzisti. E ci vedevano, ci guardavano di malocchio e si capiva che non avevano piacere [che noi fossimo là]. Loro andavano là a giocare a carte e malgrado che noi cercassimo [di non dar fastidio] e ci comportavamo bene per loro bastava che noi c’eravamo. E allora a un certo momento è arrivato un ordine da Bergamo, ma avevamo saputo che veniva da loro, che gli ebrei davano fastidio e dovevano essere mandati via da Clusone. E così certe persone sono state mandate a Branzi, qualcuno a Lovere, noi a Gromo e solo una o due famiglie sono rimaste a Clusone. (…….)
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