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Fonteno, Palmi: “Rapinavo banche. Ho sempre cercato la pace. Ho ricevuto più anni di galera che carezze”

Un passato turbolento quello di Palmiro Bonomelli, che farebbe impallidire chiunque, tranne lui, che del passato non rinnega nulla.

Palmi (Palmiro Bonomelli) arriva in redazione dopo una giornata di lavoro a Milano, manca poco alle 17, il sole se ne è andato da un pezzo e il tramonto avvolge la valle. Palmì del tramonto non sa cosa farsene, lui che è un’alba continua. Un passato turbolento che farebbe impallidire chiunque, tranne lui, che del passato non rinnega nulla.
Ho sbagliato e pagato ma indietro non si torna e se dovessi tornare indietro credo che rifarei ancora tutto”. Se gli chiedi cosa cerca, ti spiazza, risponde subito, senza pensarci un attimo: “La pace”.
Già, quella pace che in fondo, e nemmeno troppo in fondo, cerchiamo tutti, con alterne fortune.
Palmi è venuto per raccontare la sua storia: “Ho ricevuto più anni di galera che carezze”.
Gli occhi grandi, sgranati così come sgrana rosari, perché qui c’è tutto e l’antitesi di tutto: “Ora recito tre rosari al giorno”.
Ma partiamo dall’inizio, molti anni fa, perché ora di anni Palmi ne ha 67.
Sono cresciuto sui colli di Fonteno, nella zona che si collega a Parzanica, con 30 mucche e i miei nonni, sono rimasto lì fino a 10 anni. Conoscevo il bosco come le mie tasche, sapevo sparare agli uccelli e cacciare. Poi a 10 anni mi hanno bocciato ed è stata la mia rovina. Sono finito in collegio. Quando sono uscito avevo 15 anni e non ero più io, ho patito la fame e una durezza incredibile, senza affetti, mi è rimasto addosso quel senso di solitudine che mi ha portato subito su strade sbagliate. Sai, ho sofferto più in quei 5 anni di collegio che in 20 anni di galera”.
Palmi si ferma un attimo, sembra tornare lì con lo sguardo che si fa triste.
I primi due anni a Endine e gli altri tre a Bergamo. Quando sono uscito ero incazzato nero, sono finito a Como a lavorare per una persona di Piangaiano, però oltre a fare un lavoro cosiddetto normale, lui rapinava anche banche, avevo 16 anni e sono finito subito in un brutto giro”.
Battesimo di fuoco, nel verso senso della parola, per un ragazzino che all’anagrafe era poco più che un bambino. Da lì in poi una spirale senza sosta.
Mi hanno arrestato la prima volta a 20 anni, ho rapinato una gioielleria a volto scoperto a Desenzano del Garda, non potevo mettere passamontagna, c’era un bar vicino e non si poteva arrivare in auto, un turista tedesco mi ha fotografato. Quando è tornato in Germania ha fatto sviluppare il rullino e lo ha spedito in Italia, mi hanno identificato subito, ero già conosciuto alle forze dell’ordine. I carabinieri hanno pensato che se c’ero io doveva esserci anche il mio amico di Piangaiano, ma non era così, lui era appena uscito dal carcere e non voleva farsi prendere, è andato per la sua strada, eravamo ricercati. qualche tempo dopo lui e altri suoi complici tentano un sequestro di persona a un’industriale, i rapitori sparano, l’industriale viene ferito e un colpo vagante ha centrato il mio amico al cuore che viene scaricato dai complici fuori dall’ospedale di Palazzolo e muore poco dopo, riesce ad entrare barcollando ma non ce la fa. I carabinieri si convincono che c’ero io in quell’auto ma non è così, ma quell’episodio mi ha rovinato. Mi sono costituito subito, per tentare di convincerli che io in quella storia non c’entravo nulla, dopo 14 mesi mi hanno finalmente prosciolto, ho dovuto ingaggiare un professore di Diritto per fare capire che io in quel caso ero estraneo ai fatti.
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