Aspettando Milano-Cortina/2 – Fabio Maj, tre Olimpiadi e due argenti: “La più bella Olimpiade, Lillehammer 1994, il villaggio olimpico era pieno di gente. L’argento a Nagano, non capivo più niente, il rientro a Schilpario, in piazza c’era tutto il paese e poi…”
Aspettando le Olimpiadi invernali di Milano – Cortina 2026 vi riproponiamo le interviste agli atleti bergamaschi che hanno vissuto le Olimpiadi. Dopo Paola Magoni, è la volta di Fabio Maj.
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Lillehammer 1994, Nagano 1998 e Salt Lake City 2002. Tre convocazioni ai Giochi olimpici e due medaglie d’argento. Lo sguardo simpatico, il sorriso sincero e le mani robuste di chi sa cosa è la fatica: «Sono soddisfatto della mia carriera. Certo, adesso mi guardo indietro e penso che avrei potuto fare di più, soprattutto a livello individuale. Però va bene così.»
E ha ragione Fabio Maj, nato nel giugno del 1970 a Schilpario, che nel ’94, non ancora ventiquattrenne vive per la prima volta l’emozione a cinque cerchi e il clima olimpico. «Anche se non ho gareggiato e vinto, questa è stata la più bella, perché tutti noi atleti vivevamo nel villaggio olimpico, tranne Alberto Tomba e qualche altra star. Poi c’era un ambiente stupendo: tutte le gare erano vicine, quindi ci muovevamo a piedi. C’era una marea di gente. Non ho mai più visto così tante persone ad una manifestazione sportiva. È stato magico perché ero sempre insieme a tutti gli altri atleti. In più non avevo pressioni. Ho partecipato alla cerimonia d’apertura e la sera andavo in giro, c’era tantissima gente e mi divertivo. Certo ero un po’ arrabbiato perché speravo di correre almeno la 10 chilometri ad inseguimento, invece poi gli allenatori hanno cambiato i piani. Va beh, almeno me la sono goduta.»
Così per l’esordio alle Olimpiadi il fondista scalvino deve aspettare ancora quattro anni. Ai Giochi giapponesi del ’98 Fabio arriva in grande forma. Un paio di settimane prima vince la 30 chilometri a tecnica classica ai Campionati italiani. «Però, d’accordo con gli allenatori, a Nagano ho deciso di rinunciare alla 30, per fare la 10 e la 15 chilometri. Volevo guadagnarmi il posto in staffetta. In tre erano sicuri, per il quarto posto ce la giocavamo. Volevo farla anche perché si sapeva che una medaglia l’avremmo portata a casa: c’erano Silvio Fauner e Fulvio Valbusa che volavano, in più Marco Albarello che aveva tantissima esperienza.» Però l’esordio non è dei migliori. Nella 10 chilometri a tecnica classica Fabio va malissimo. I materiali sono sbagliati e lo sci non scorre. Nella 15 ad inseguimento va meglio. All’arrivo è dodicesimo, ma le sensazioni sono positive e gli allenatori lo scelgono per completare la staffetta azzurra. «Mi hanno messo in terza frazione. Valbusa mi ha dato il cambio da primo, con 20 secondi di vantaggio sulla Norvegia. Lì ho provato un po’ di strizza, perché ero il più giovane e contro di me c’era Bjørn Dæhlie, che era il Pogacar dello sci di fondo. Però ho capito subito che le gambe giravano, mi sono sentito subito di star bene e sono andato via come me la sentivo, con un po’ di riserva. Non ero mai al gancio, non ero mai a tutta. Sciavo e vedevo che il norvegese guadagnava ma non troppo. Allora sono andato avanti così e quando mi ha preso mi ha sottovalutato altamente e si è messo dietro. Mi andava benissimo, perché potevo continuare al mio passo, con sempre quel margine di riserva per poter accelerare. Infatti quando è scattato sull’ultima salita sono riuscito a tenerlo e al cambio sono arrivato per primo. Per me lì è stata la gara più bella che ho fatto, un po’ per merito mio, ma un po’ anche per merito suo, perché se mi prende e parte subito mi ammazza, invece è stato lì a giocare.»
Una grande prestazione dello sciatore di Schilpario, che consente all’Italia di giocarsi il successo fino al traguardo. Però sul rettilineo finale dello stadio Snow Harp di Hakuba, la Norvegia riesce a vincere lo sprint e Thomas Alsgaard precede Fauner di soli due decimi di secondo, insomma mezzo sci. «Dopo l’arrivo Silvio ci ha chiesto scusa, ma a me e Valbusa non ci interessava niente. Era la nostra prima medaglia olimpica e non capivamo più niente.» Una gioia che per Fabio e gli altri tre fondisti azzurri si moltiplica al momento della premiazione, la sera, al villaggio olimpico, in città: «C’era una scaletta, ti chiamavano e salivi su un ponte per attraversare la piazza e arrivare sul podio. C’era una marea di gente. Non me l’aspettavo anche perché sulla pista di fondo non ce n’era troppa. L’impatto con tutto il pubblico è stato travolgente.»
Ma la festa per questa medaglia olimpica non può certo finire in estremo oriente. Infatti quando Fabio torna nella sua Schilpario l’accoglienza è trionfale: «È stato incredibile. Era la prima medaglia che arrivava in val di Scalve. Io sono arrivato a casa la sera, dopo un volo di 20 ore. Ero stordito, ma vedere così tanta gente mi ha fatto emozionare. In piazza c’era tutto il paese, non c’era uno spazio libero. Non ho mai visto la piazza di Schilpario così gremita. Quella sera non è stato a casa nessuno. C’erano anche i nonnini.»
E per Fabio i podi olimpici non finiscono qui. Quattro anni dopo ormai è un veterano della nazionale italiana e quando arriva nel cuore degli Stati Uniti per la XIX edizione delle Olimpiadi invernali sa che un posto nella staffetta ce l’ha. «Stavo sciando bene anche qui e durante la stagione avevo fatto dei buoni piazzamenti in Coppa del mondo. Per questo ero più rilassato e avevo anche l’esperienza, non ero più io il bocia della squadra. Erano i giovani che avevo fifa. Ero sicuro che avrei fatto una delle prime due frazioni, quelle a tecnica classica, perché per la libera c’erano Pietro Piller Cotter e Cristian Zorzi, che erano intoccabili. Gli allenatori hanno deciso di farmi fare la prima, anche se non mi piaceva, però non me ne sono preoccupato.» Fabio scia bene. è nel gruppo di testa fino all’ultima salita dei suoi 10 chilometri. «Ero sicuro che volevo partire io, ma quando siamo arrivati allo strappo il norvegese Anders Aukland è scattato e ci ha fumato via.» Così al cambio con Giorgio Di Centa, lo schilpariese è dietro solo otto secondi rispetto alla Norvegia. Una buonissima prima frazione che dà il via all’ennesimo duello tra Italia e nazionale scandinava, concluso in volata. E ancora una volta a vincere sono i norvegesi. «Se fossimo arrivati insieme, questa volta sapevamo che saremmo arrivati secondi, perché Thomas Alsgaard era troppo forte.» Per lo sciatore di Schilpario è la seconda medaglia olimpica, ancora un argento che meriterebbe di essere festeggiato. Però, purtroppo, il contesto che ospita i quattro fondisti azzurri non è dei più spassosi: «Eravamo in un posto dove c’erano tanti mormoni e a mezzanotte era tutto chiuso. Poi negli Usa c’era tanta paura. Solo sei mesi prima c’era stato l’attentato dell’11 settembre 2001 contro le Torri gemelle a New York. Senza pass non potevi muoverti, c’erano tantissimi controlli. Non si poteva sgarrare. Anche per questo non c’era tanto pubblico sulle piste. Alla cerimonia di inaugurazione avevano partecipato pochissimi atleti. Io non ci ero andato.»
Così quello nella capitale dello Utah è l’ultimo acuto della carriera di Fabio che termina nella primavera del 2004, a soli trentatré anni. «Non avevo più voglia, non mi andava più l’ambiente. Non ho mai avuto un infortunio, ma ero scoppiato. Mi sono trascinato fino ai mondiali in val di Fiemme del 2003, ma senza allenarmi bene. Sapevo che la convocazione l’avevo, anche se non me la meritavo, anche perché non stavo più facendo risultati.» Perciò l’atleta schilpariese perde l’occasione di gareggiare all’Olimpiade di casa, quella di Torino del 2006. «Al tempo non mi è dispiaciuto, perché non avevo più motivazioni. Ripensandoci adesso, forse avrei dovuto rallentare un po’ nel 2003 e 2004, per riuscire a essere in forma ai Giochi torinesi. Con i miei compagni di nazionale scherzo perché con me abbiamo vinto due argenti, ma l’Olimpiade prima ad Albertville e quella dopo a Torino hanno vinto l’oro.»
Il nome di Fabio Maj, quindi, è scolpito nelle pagine più dorate della storia dello sci nordico azzurro, quando tra gli anni Novanta e l’inizio del XXI secolo l’Italia era una delle nazionali più vincenti e temute dagli avversari. «C’erano grandi campioni come Stefania Belmondo, Fauner, Albarello e Gabriella Paruzzi che alzavano il livello. Era una spinta anche per noi a fare di più. Loro vincevano tantissimo, ma anche noi andavamo forte. E grazie a questi risultati in quegli anni c’erano tanti sponsor e in federazione giravano i soldi. Infatti qualsiasi cosa avevamo bisogno, non c’erano problemi: alberghi, viaggi, aeroporti o materiali.»
Gli anni da professionista, come protagonista di quella squadra titolata, hanno lasciato a Fabio tanti successi, molti bei ricordi, ma poche amicizie importanti: «Nell’ambiente sono andato d’accordo con tutti. Però, quando si gareggia è morta tua, vita mia. Mi trovavo bene, ma erano colleghi, non amici. Infatti oggi quando ci incontriamo è bello, ma non ci sentiamo spesso. Poi, non avendo i social, ho perso quasi tutti i contatti con gli atleti stranieri.»
Forse per questo, forse perché sempre molto schietto o forse perché ormai lo guarda da esterno, l’ex sciatore di Schilpario non lesina le critiche allo sci di fondo italiano che da tanti, troppi anni non è più in grado di raggiungere risultati degni della sua storia: «La mia generazione rispetto a questa forse aveva più fame. Però c’è sicuramente anche un problema strutturale. Io ho allenato per il Comitato Alpi centrali e ancor oggi aiuto lo sci club Schilpario. Di giovani bravi e di prospettiva ce ne sono, però quasi nessuno riesce a fare il salto, a diventare un grande sciatore. Per me è colpa degli allenatori che non sono molto preparati. Per esempio, dopo che ho smesso, la federazione mi ha chiesto se avessi voluto entrare nello staff della nazionale. Io ho detto no, perché non ero pronto, non l’avevo mai fatto, non avevo l’esperienza necessaria. Invece tanti miei ex compagni hanno accettato subito. In più tanti allenatori vorrebbero fare ancora gli atleti e non assecondano i ritmi e le esigenze dei propri sciatori, ma li sfidano. Questo non va bene. Quando li incontro lo dico anche a loro.»
Fabio Maj adesso ha 55 anni e da febbraio è un pensionato. Questo gli permetterà di seguire con molto agio le olimpiadi di Milano-Cortina. Certo, di speranze per il fondo azzurro ne coltiva poche, però la passione per lo sport non lo lascia allontanare dalle piste. «Non mi ha contattato nessuno, tranne la squadra paralimpica. Con loro ho un bellissimo rapporto. Li ho seguiti per due anni e mi hanno cheisto se andrò a dargli una mano. Mi sa proprio che accetterò, anche perché mi trovo proprio bene. Con loro c’è un clima molto piacevole.»


