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Vilminore, Pietro, allevatore di capre e di… sogni: “Non ricordo di aver mai dubitato che questo fosse il mio mestiere, nemmeno da bambino”

C’è chi sogna e basta. C’è chi sogna e pensa di vivere il sogno. Poi c’è chi crede nei propri sogni e li realizza. E c’è anche chi li ama fino a morirne. E c’è chi eredita sogni dei padri, per poi lasciarli ai figli o nipoti… Sono più d’una le «vite» parallele, anche se asincrone, di cui vorrei parlare, ma il protagonista è ancora una volta un giovane imprenditore con grande coraggio e passione. È Pietro Magri, allevatore che in Val di Scalve si costruisce faticosamente un futuro. Degli altri, un’altra volta… Ma non inizio da lui, comincio parlando di… Irina.
Ieri ho conosciuto Irina; una splendida femmina, dallo sguardo intelligente e ‘buono’, cioè privo di malizia, ma non sottomesso. Anzi, quasi altezzoso. Del resto lei è stata la Regina di bellezza, in più occasioni. Ci siamo guardati e annusati per una manciata di secondi con curiosità reciproca. Mentre io l’accarezzavo dolcemente dietro le orecchie, lei leccava le mie mani. L’ho adottata a prima vista. Ma Pietro ancora non lo sa.
Perché Pietro l’abbia chiamata Irina, mi sarebbe piaciuto saperlo, ma forse lui l’avrebbe considerata una domanda un po’ insulsa e comunque priva di importanza. Comunque Irina è un nome bellissimo, di una bellissima… capra. Sì, una capra. Credo sia di razza Saanen, ma potrei sbagliarmi. Pietro l’ha portata più volte con orgoglio e successo alle esposizioni caprine.
Lo conosco già da tempo, e da tempo lo «tengo d’occhio», il Pietro. Più volte, una anche a sua insaputa, sono stato nella sua stalla, sotto La Cà’ di Barzesto. Lo pizzico spesso anche al mattino se vado a bere un caffè al New Fantasy, dal Marco. È lì, con i compagni allevatori (una volta li chiamavano i tiråtète), e con il loro decano, l’amico Giovanni Giudici. Li trovo in cordiale conversazione di cui immagino l’argomento: li àche! E non manca mai neanche il Valerio, altro coraggioso imprenditore agricolo ammalato anche lui di caprite. Ne parleremo, anche di lui, ma qualunque scalvino lo conosce già.
Naturalmente, si vedono per un caffè, solo dopo aver compiuto il loro primo dovere mattutino: mungere! Questo è, credo, quasi più importante del dare da mangiare alle bestie. Non ci si scappa: 7 giorni alla settimana, 365 giorni all’anno (bisestile, incluso!), questo è il loro primo mestiere del mattino. È così da sempre. In stalla ci sono tornato anche ieri pomeriggio. Pietro era intento ai suoi lavori pomeridiani e non ho voluto che li interrompesse per darmi retta. Che poi, non è che dovesse darmi proprio retta; doveva soltanto soddisfare alcune mie curiosità sulla sua vita e sul suo lavoro. Che sono due cose quasi indistinguibili, per lui, (a parte la passione per la motocross, ma ormai sacrificata al mestiere di allevatore e, – ci mancherebbe che no! – a quella per la Morosa). Il modo migliore di ascoltarlo, mi è sembrato quello di lasciarlo proseguire nelle sue occupazioni. Io intanto flirtavo con capre e vacche, vitelli, facendo ogni tanto qualche domanda (a lui, ovvio). È lui che mi ha detto che la principessa che accarezzavo prima, si chiama Irina. Non tutte le circa 40 capre hanno il privilegio di un nome proprio, ma questa sì. È evidente che lei è «più uguale» delle altre, nella fattoria. Come potrebbe separarsene? In tutta la conversazione, durata un’ora circa, non ha mai per un solo istante interrotto il suo lavoro: distribuire il foraggio, pulire, rimettere al loro posto due teste caprine che tentavano di infilarsi nella stessa apertura della greppia o di darsi testate e rubarsi il fieno. Poi, mungere le capre, dare il latte ai vitelli… È una specie di catena di montaggio senza soste.
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