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Stuprò una bambina in Valtrompia, condannato a cinque anni. Bordonali (Lega): “Sentenza che lascia sgomenti”

Il 29enne ha stuprato la bambina di 10 anni all’interno di un centro accoglienza a Collio, in provincia di Brescia.

Cinque anni di carcere, è questa la condanna arrivata al termine del processo in abbreviato a Brescia nei confronti dell’uomo di 29 anni, originario del Bangladesh, accusato dello stupro di una bambina di 10 anni in un centro di accoglienza della Valtrompia, in provincia di Brescia.
Questo il commento di Simona Bordonali, Deputato della Lega Bresciana.
«Sono veramente basita, per non dire di peggio, di fronte alla condanna a soli cinque anni inflitta a una persona responsabile di una violenza atroce e incommentabile ai danni di una bambina di appena dieci anni. Ho seguito questo caso fin dall’inizio, direttamente, e mi sono recata personalmente nel centro di accoglienza di Collio, una struttura che oggi fortunatamente non esiste più. Una chiusura che considero doverosa, dopo l’incapacità dimostrata dal gestore nel garantire sicurezza, controllo e tutela, elementi che sono parte integrante delle responsabilità di chi gestisce centri di questo tipo. Il loro funzionamento, e ciò che vi accade all’interno, dipende innanzitutto da chi li amministra. Oggi però, nonostante la chiusura di quella struttura, ci troviamo di fronte a una sentenza che lascia sgomenti. Cinque anni di carcere per un reato che ha distrutto l’infanzia di una bambina, che la segnerà per il resto della vita, sono una risposta che appare drammaticamente inadeguata rispetto alla gravità dei fatti. Siamo di fronte a un gesto sbagliato, mostruoso, per il quale non esistono parole. Una bambina di dieci anni porterà per sempre le conseguenze di ciò che ha subito. Di fronte a simili orrori non può esserci né indifferenza né rassegnazione. È dovere delle istituzioni interrogarsi seriamente sulla proporzionalità delle pene, sulla tutela reale dei minori e sul messaggio che sentenze di questo tipo rischiano di trasmettere. La giustizia deve essere non solo formale, ma anche credibile e all’altezza della sofferenza inflitta alle vittime più indifese».