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La successione dei Vescovi a Bergamo e Milano. Il Papa ribadisce la regola del limite dei 75 anni

Sembra un controsenso e forse lo è. In memoria personale ho il momento dell’abbandono di un Vescovo, con le lacrime agli occhi, sentendosi ancora in forze e dovendo abbandonare, sia pure a 76 anni. In memoria ho anche vecchi parroci, morti “sul campo”, come era nella loro mentalità di allora, sacerdos in aeternum e non solo nella forma, ma anche nella sostanza del ministero. Sembrava che ci fosse un ripensamento, 75 anni oggi non sono una soglia di vecchiaia pensionabile, basta dare un’occhiata alla politica, a chi governa il mondo e agli stessi Papi che arrivano a età venerande governando tutta la Chiesa, figurarsi una Diocesi. E poi bisogna fare i conti con la scarsità di vocazioni, di ordinazioni e quindi di ricambio. Parrocchie accorpate di fatto nella guida. Generali senza esercito, Vescovi senza preti è una prospettiva devastante.
Il limite dei 75 anni per vescovi e preti deriva dalle disposizioni emanate da Paolo VI nel Motu Proprio Ingravescentem Aetatem (1970). Al compimento dei settantacinque anni, i vescovi diocesani ed eparchiali, come pure i capi dicastero non cardinali, i prelati superiori della Curia Romana e i rappresentanti pontifici, sono tenuti a presentare al Papa la rinuncia al proprio ufficio. Tuttavia, questa rinuncia non produce effetto immediato: essa deve essere accettata dal Pontefice, che valuta le circostanze concrete e può decidere di prorogare l’incarico per un tempo determinato o indeterminato.
Nel 2026 numerosi vescovi, raggiungendo il limite canonico dei 75 anni, saranno chiamati a rimettere il loro mandato nelle mani del Pontefice, in un quadro segnato anche dal possibile proseguimento degli accorpamenti diocesani.
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