Le storie nelle case di riposo – Ardesio, quattro donne per il Natale dei ricordi: Luigia, Carla, Serafina e Luciana
Nel cuore del borgo di Ardesio si affaccia il grande edificio con una scritta che potrebbe trarre in inganno “Infermeria Filisetti”. In realtà è una RSA (Residenza Sanitaria Assistenziale) che poi preferisco chiamarla Casa di Riposo che gli acronimi mi irritano e confondono. Gli addobbi luminosi mi accolgono all’entrata insieme all’avviso di mettermi la mascherina, quella fastidiosa FFP2 che non cerco nemmeno il significato, tanto lo sapete, è quella del peggior periodo Covid, quella che adesso mi si appannano gli occhiali e manca poco che trascino slitta e palline in piazza. Dentro fa caldo, quasi troppo, le luci natalizie mi accompagnano al piano superiore dove la musica arriva da un televisore grande mezza parete. Qualche ospite guarda un programma che non conosco, altri giocano a carte, altri ancora chiacchierano animatamente condividendo una tazza di the. Scopro che è l’ora della merenda. Me ne offrono uno dolcissimo e bollente e anche un angolo in un balcone interno che affaccia sulla grande sala.
***
Luigia: “Eravamo poveri, cosa vuole, dieci figli, era già tanto poterci sfamare tutti. No, di regali non ne ricordo”
Ci presentiamo e non senza un po’ di imbarazzo mi aprono i loro cuori: “Sono Luigia Mazzoleni sono nata in Francia il 5 febbraio del 1931, faccio i 94 anni!”. Lo dice con orgoglio perché sa che non li dimostra, una pelle candida e lo sguardo limpido, niente botox qui, solo aria buona come i buoni pensieri: “Abitavo qui vicino, accanto al nostro bel Santuario, sono arrivata l’anno del Covid, ricordami tu, ecco sì il 2020… dai, mi trovo bene, sono abbastanza contenta d’altronde ho perso mio marito il 2 gennaio di alcuni anni fa, pensa te mi ricordo il giorno e non l’anno… Ero uscita a fare la spesa, stava bene, al rientro era morto. Vedi la vita? Ogni momento può essere l’ultima, bisogna ricordarselo e volerci bene!”.
Proprio. Dove passerai il Natale Luigia? “Qui con le mie amiche, dove vuoi che vada?”. Non hai figli o nuore e nipoti? “Mi sono sposata a 25 ma il primo è arrivato tardi, avevo 36 anni, allora qualcuna delle mie coscritte aveva già i figli grandi. Due cesarei… ma poi il primo mi è morto nel 1968”.
Carla: “Facevo la scoparina… Siamo tutte vedove qui dentro. A Rovetta facevamo l’albero, ma quello vero”
Il mio the ormai è freddo mentre l’atmosfera si sta riscaldando. Le donne si scambiano sguardi e qualche commento sulla povertà di una volta. A parte una. Serafina. Poi scoprirò il perché. Mi avvicino con la poltrona e tolgo un secondo la mascherina (giuro solo un secondo) perché vogliono vedere bene la mia faccia. Vogliono capire se mi conoscevano, se mi avevano già visto prima, in giro, nel “mondo di fuori”. Invece mi ricordano qui quando venivo a visitare lo zio. Si fidano di più adesso. Carla, classe 1943, ha lo sguardo “acceso” come la lampadina che le lampeggia dietro la spalla: “Sono una Visini di Rovetta, sono arrivata da due anni e anche io mi trovo bene. Ho due figlie e ho nipoti e pronipoti l’ultimo ha 3 anni”.
Dove passerai il Natale? “A casa di una figlia e a Santo Stefano dall’altra! Però non mi fermo a dormire da loro, tornerò qui per la notte, preferisco. Cosa facevo di lavoro? La scoparina!”.
Mai sentito, mi spieghi? “Ci chiamavano così, all’inizio scopavo i reparti alla Radici di Clusone, poi sono arrivata a lavorare alle macchine che era meglio! Quasi venti anni! Per fortuna c’erano le nonne a darmi una mano con le bambine. Mio marito è mancato il 2 dicembre del 2020… siamo tutte vedove qui dentro… certo io mi ricordo il Natale a Rovetta da bambina! Facevamo su l’albero, quello vero non di plastica nè! Ma non avevamo le decorazioni, invece ci attaccavamo i mandarini e i basì de dam”. I biscotti intendi? “Certo, i baci di dama fatti dalla mamma”.
***
Serafina: “Sono cieca. Ho sposato uno di Ardesio. Natale? Scaldavamo dei panni per il Bambino Gesù”
Mi rivolgo alla più taciturna, dall’atteggiamento molto distinto, parla un italiano forbito e non ha l’accento bergamasco come le altre e sembra scusarsi se non mi guarda: “Mi spiace sono praticamente cieca da tre anni, avevo provato a stare a casa con una badante, ma lasciamo perdere, oltre a non curarsi molto di me nella casa, sentivo che metteva le mani dappertutto con la scusa che ero cieca… meglio qui sto bene non mi manca nulla, anzi.”.
Lei è Serafina Spreafico, del 1946, da due anni ospite fissa dell’Infermeria Filisetti: “Sono di Palosco, poi i miei genitori sono andati in Piemonte. Mio padre faceva il contadino da un ricco signore e mia madre la mondina. Le mie tre sorelle sono infatti nate a Vercelli… diciamo che i miei sono riusciti a fare un po’ di soldi e sono tornati in bergamasca ma a Cividate al Piano. Poi sono andata con le suore a Varazze fino ai 14 anni, lì ho imparato a curare i bambini che stavano lì tutto l’anno per problemi di salute, l’aria del mare cura i polmoni e anche io ne ho trovato beneficio. Poi mia mamma mi ha trovato da lavorare in Groppino, che era ancora sanatorio…
Luciana: “Ero filatrice. Natale? Mio padre era sempre in Francia, bisogna sempre risparmiare e basta”
Una inserviente viene a chiederci se serve qualcosa, ordinerei 5 spritz ma qui siamo già belle frizzanti senza additivi. Conosciamo l’ultima ospite, purtroppo sulla sedia a rotelle, la più giovane e la più timida, Luciana Draganti del 1959. “Sono di Novazza ma ho abitato a Bani dove ho avuto un figlio. Poi mio marito è morto troppo giovane, sette anni fa, aveva solo 65 anni… e così sono dovuta venire qui dove mi assistono”. Luciana ha un figlio che abita a Castione ma lei preferisce, così dice, stare qui perché fatica a muoversi “Ricordi del Natale, mah pochi, mio padre era sempre in Francia faceva il boscaiolo per farci la casa bisognava risparmiare sempre. Non ce n’erano mai in più per i regali o le stupidate… Io ho lavorato alla Textile, ero filatrice, quanti anni e quanta fatica. Menù di Natale? Poca roba non ero una cuoca così speciale…”. Intanto di sotto la trasmissione è finita le voci si alzano e si sente un profumino che arriva dalle cucine.
L’augurio: “La vita è bella se impariamo a rispettarci”
Parliamo così dei nostri piatti preferiti, cosa vorremmo trovare per i prossimi banchetti. A Luciana va bene tutto basta trovarla pronta, Serafina si definisce una pastaiola, magari delle crespelle panna e funghi? Carla un bel pollo arrosto con le patatine fritte e invece Luigia i ravioli di carne. E il regalo dei sogni? Io esprimo la voglia di un viaggio esotico al caldo, Carla mi dice che tanto non le arriverà niente. Insisto: “Un panettone e una vacanza al mare perché non sono mai andata da nessuna parte… magari a Roma dal Papa”.
Carla: “Io a Lourdes, per chiedere la salute per me e i miei perché senza salute non c’è più niente da godere su questa terra”.
Serafina: “Io tornerei a Portofino con mio marito, un bel posto tranquillo e ci piaceva il lusso, ma quei tempi non torneranno mai più, ricordate di godervi ogni giorno e ringraziare che arriva”…
ARTICOLO COMPLETO SUL NUMERO IN EDICOLA DAL 19 DICEMBRE


