Casnigo – Cazzano, Daniel Garcia, quell’ultimo sabato sera: “Una tragedia per tutti noi, una famiglia conosciuta da tutti, suo fratellino portiere di calcio, il papà e l’Atalanta, nonna Maria volontaria in oratorio, la mamma colombiana e gli amici…”
“Un ragazzo di quelli che ti sorridono sempre, senza problemi, una persona solare, cosa vuoi che ti dica? Che questa è sfiga e basta”. R. è un amico di Daniel Esteban Camera Garcia, il ragazzo di 19 anni che ha perso la vita nella tragica notte di un sabato sera di dicembre ad Alzano, nella zona dell’ex Italcementi, precipitato all’interno dell’area industriale dismessa. In questi giorni i media locali e nazionali sono pieni di storie e post sull’urbex, l’esplorazione di luoghi dismessi spesso documentata con foto e video. Perché secondo alcuni Garcia (lo chiamavano cosi gli amici) e i suoi amici erano andati li per fare urbex. Che non è certo una pratica illegale o che nasconde chissà quali secondi fini.
Il papà di Garcia, Fabio è di Cazzano Sant’Andra, una vita in giro per il mondo a lavorare e proprio all’estero ha conosciuto l’amore della sua vita che poi è diventata sua moglie e la madre dei suoi due figli: “Lo conosco molto bene – racconta il sindaco di Cazzano Sergio Spampatti – una tragedia impensabile, incredibile che ci ha lasciato tutti sconvolti, Fabio è più giovane di me ma ci vediamo in giro da sempre, lui grandissimo tifoso dell’Atalanta, va sempre anche in trasferta, è stato a Dublino, ovunque, giocavamo a calcio insieme da ragazzi, lui faceva il portiere come il suo secondo figlio che gioca in porta, erano sempre insieme, lo portava a vedere l’Atalanta e frequentava l’oratorio perché giocava a calcio lì, venivano a vedere le partite. La nonna Maria fa la volontaria all’oratorio di Cazzano insomma, una famiglia ben inserita, a Garcia e alla sua famiglia era facile volere bene. Una tragedia che ci regala un Natale triste”. Garcia risiedeva a Casnigo ma a Cazzano erano di casa. Garcia aveva detto a papà Fabio che sarebbe andato a cena con amici a Gandino, intorno all’una di notte la tragedia. E’ rimasto ferito anche un coetaneo, trasportato in codice verde all’ospedale di Alzano. Garcia era il primo del gruppo ed è caduto da un’altezza di circa 5 metri… (segue sul numero di Araberara in edicola dal 19 dicembre)
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Cos’è l’urbex: l’esplorazione di luoghi abbandonati
Case abbandonate, ex discoteche, ex fabbriche. Tutti luoghi suggestivi che negli ultimi anni stanno ricevendo sempre più attenzioni da parte di fotografi e appassionati: molti appartengono al mondo urbex, il termine inglese derivante da urban exploration (esplorazione urbana). Indica l’attività di visitare posti lasciati in stato di abbandono, siano questi case private o edifici pubblici come scuole, cinema o discoteche. Chi pratica urbex lo fa soprattutto per interesse storico, curiosità, fotografia o per documentare spazi dimenticati dal tempo. L’obiettivo principale non è il vandalismo, ma l’osservazione e la testimonianza di luoghi lasciati all’abbandono, seguendo il principio non scritto di “non prendere nulla e non lasciare nulla”. L’esplorazione urbana abbraccia diversi ambiti. La fotografia, la storia, il turismo, l’economia, la geografia. In un certo senso, anche l’identità con il proprio territorio.
L’urbex sta negli ultimi anni spopolando anche tra i giovani per una combinazione di fattori culturali, sociali e personali. Da un lato c’è il desiderio di esplorazione e di avventura, la voglia di uscire dagli spazi controllati e ripetitivi della vita quotidiana. I luoghi abbandonati trasmettono un senso di mistero e di libertà, oltre a permettere di vivere esperienze percepite come autentiche e fuori dall’ordinario.
Un altro elemento importante è l’influenza dei social media: fotografie e video di edifici decadenti, con atmosfere suggestive, attirano molta attenzione e diventano un modo per esprimere creatività e costruire un’identità personale. Inoltre, l’urbex consente di sentirsi parte di una comunità con regole proprie e valori condivisi, come il rispetto dei luoghi e il rifiuto del vandalismo.
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