Cerete, i sette ragazzi dell’Unità Pastorale e la missione in Messico: “Le abitazioni improvvisate vicino ai binari del treno, tra migranti e persone sole e abbandonate ma con un’umanità incredibile. Quella giovane mamma con due bambine e senza un soldo, l’anziano che non vede suo figlio da quando aveva 16 anni e…”
Matteo Piazzoli (21 anni di Cerete), Michela Baronchelli (27 anni di Rovetta), Elettra Frosio (21 anni di Clusone), Diego Covelli (20 anni di San Lorenzo di Rovetta), Ivan Mondini (20 anni di Songavazzo), Simone Oprandi (22 anni di Fino del Monte) e Gabriele Teli (20 anni di Cerete). Sono loro i protagonisti del viaggio missionario in Messico vissuto d’estate, dal 28 luglio al 13 agosto, ma raccontato attorno ad una tavola imbandita nella tensostruttura di Cerete Alto lo scorso 22 novembre.
“Abbiamo voluto organizzare questa cena per raccontare la nostra esperienza – racconta Matteo, studente universitario di Cerete Alto – ma abbiamo anche colto l’occasione per raccogliere altri fondi da inviare alla missione comboniana a Città del Messico, dove siamo stati. Con pochi soldi raccolti qui puoi fare tanto bene dall’altra parte del mondo… penso per esempio a quella giovane mamma di 16 anni che abbiamo incontrato in mezzo ad un accampamento con un bambino appena nato e la sorellina di 6 anni e non aveva soldi nemmeno per il latte… con pochi euro le abbiamo fatto la scorta per dei mesi. Per creare il clima giusto l’USTC ha preparato un piatto tipico messicano con tortillas con carne macinata, pomodori e cipolle, fagioli e guacamole”.
Partiamo quindi dall’inizio, perché il Messico? “In effetti la scelta era tra il Messico e l’Africa, ma la scelta è ricaduta sul primo perché don Stefano nella parrocchia di Boccaleone aveva conosciuto suor Kathia, una suora comboniana che aveva vissuto le missioni in Africa ma poi aveva fatto ritorno in Italia a causa di alcune malattie legate alla malaria per poi partire per il Messico dove l’abbiamo raggiunta. Non è una vera e propria missione, perché lei vive in un convento, ma si sposta in città, nei campi migranti e tra i poveri, quindi è come se avesse aperto una missione”.
All’appello di don Stefano ha risposto questo gruppetto di ragazzi che fanno parte dell’Unità Pastorale di Rovetta. Perché hai deciso di partecipare? “Un giorno per caso ho incontrato don Stefano e mi ha parlato di questo progetto, inizialmente a dire la verità mi attirava di più l’idea di andare in Africa, ma ho accettato comunque perché l’ho vista come un’occasione importante, da non perdere. Magari è una situazione molto lontana da noi, che non ci riguarda direttamente, ma la migrazione dal Messico all’America è un tema di cui si parla e di cui non si sa più di tanto, quindi avevo la curiosità di conoscere questa Terra e sarebbe stata comunque un’esperienza missionaria, anche se magari un po’ diversa dal solito”.
Cosa ti aspettavi? “Mi aspettavo una situazione molto diversa, sentendo quelle poche informazioni che arrivano, la immaginavo molto più grave, non che non lo sia, ma dai media sembrava ci fosse una migrazione di massa, questo effettivamente è avvenuto fino all’anno scorso ma quest’anno i migranti sono stati rimpatriati o sono tornati volontariamente nei loro paesi o comunque nelle zone centrali della città li hanno tolti. Mi immaginavo anche che la classe media fosse più o meno come la nostra, abbastanza benestante, invece sono molto poveri. Lì la gente lavora per vivere, non mette da parte niente, non ha pensione o assicurazione sanitaria e l’aspettativa di vita è bassa, a 60 anni le persone sono già considerate anziane. La ricchezza invece è concentrata nelle mani di poche persone”.
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