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CASO YARA: QUINDICI ANNI DOPO

ALLE RADICI DEL DELITTO DI YARA – LA SOLUZIONE TROVATA IN VALLE. Su Araberara del 5 dicembre riproponiamo la ricostruzione di come dall’alta valle si tornò, con il contributo del nostro giornale, all’alta valle. Poi il resoconto dell’indagine fatta da Netflix con i “dubbi” avanzati dagli autori, il riassunto della vicenda, i commenti.
Piero Bonicelli
“Non ci sono delitti perfetti”. Lo aveva dichiarato uno degli investigatori del caso Yara. Più che una constatazione, era una sorta di esorcismo. Solo i romanzi gialli finiscono, come i salmi, tutti in gloria. Quello dell’uccisione di quella ragazza tredicenne che, uscita dalla palestra, scompare per essere ritrovata morta mesi dopo in un campo, sembra definitivamente risolto. Ma come ci si è arrivati al nome e cognome della madre, cercata per un anno inutilmente, rispolverando storie vecchie di “ragazze madri” dell’altopiano seriano e dintorni? La genesi è partita in valle (alta valle Seriana) così come l’epilogo si è trovato in valle. Ecco come.
Dopo il delitto e il ritrovamento sugli indumenti di Yara di “materia” sufficiente per ricavare il Dna del potenziale assassino, c’è stato un primo colpo di fortuna (per gli inquirenti). In una discoteca dei dintorni si fanno prelievi e uno di questi risulta “compatibile” con il Dna dell’assassino. È quello di Damiano Guerinoni che risulterà nipote del padre del presunto assassino.
Da lì, infatti, si risale alla ricerca del ceppo originario, il che porta la ricerca di Val del Riso. Un altro colpo di fortuna è trovare, sul retro di un vecchio francobollo il Dna di Giuseppe Guerinoni, un autista del famoso “tramino” che faceva la spola da Ponte Selva e Parre fino a S. Lorenzo, morto nel 2009. Non ci sarebbe bisogno di riesumare il cadavere, il Dna è quello giusto, bisogna solo controllare quelli dei figli. Ma i controlli non danno il risultato sperato, bisogna trovare un figlio “illegittimo” che abbia lo stesso Dna di quello rilevato sul cadavere di Yara. Il paese, Gorno, si chiude a riccio, il Guerinoni faceva l’autista, era sposato, ha avuto figli, viene descritto come un uomo tutto d’un pezzo, integerrimo. Vicolo cieco, se il Guerinoni non ha avuto altri figli, da un’altra donna, l’indagine muore sul nascere.
Tutto questo si sfalda quando il 22 marzo 2013 esce su Araberara un’intervista (fatta da Anna Carissoni) a un uomo di Parre, collega del Guerinoni (che noi mettiamo con uno pseudonimo ma che poi si concede a interviste televisive e giornalistiche e si rivela essere Vincenzo Bigoni), che conferma il fatto che l’autista di Gorno aveva messo incinta una donna “non so se di Rovetta, Songavazzo, Onore o San Lorenzo ma comunque di un paese dell’altopiano”.
In redazione di Araberara arrivano le Tv, Rai Uno e Rete Quattro, chiamano i quotidiani nazionali, tutti a… congratularsi per lo scoop, definito una “svolta decisiva”. Veramente a noi non sembrava di aver fatto chissà che. Ma il fatto che esista un “figlio illegittimo” conferma la tesi degli inquirenti. Da adesso si cerca la madre.
E qui si scatena la ricerca della “ragazza madre”. E sorprendentemente ne saltano fuori in numero rilevante. Noi stessi troviamo le tracce e la storia di cinque ragazze. Gli inquirenti controllano, non corrispondono.
Il 24 maggio altro colpo di scena (e di fortuna): Araberara esce con l’intervista (di Aristea Canini e Angelo Zanni) a un personaggio che si rivelerà decisivo nell’indagine e nella soluzione del caso, Antonio Negroni. Siamo arrivati a lui su indicazione di un clusonese, “andate a sentirlo, era amico del Guerinoni”. I nostri due inviati parlano con lui per un’ora e mezzo, in casa sua, si lascia fotografare, difende la figura dell’amico “Uomo con la U maiuscola”, e offre una pista che si rivela “depistante”, quella della Casa dell’Orfano e di un sospetto che avrebbe l’ultimo cappellano della struttura, Padre Arturo, che abita vicino a lui. Il giorno dell’uscita di Araberara si scatenano le reazioni, tutti tendono a smentire, limare, rettificare. In realtà il Negroni aveva detto poco o nulla di utile, anzi, col senno del poi, ha depistato alla grande, pur sapendo benissimo invece come stavano le cose, addirittura conoscendo nome e cognome della madre. Ma restava il fatto che era uno che conosceva il Guerinoni, come il Bigoni di Parre.
Anche qui altri collegamenti televisivi, arrivano di nuovo a frotte i giornalisti che stranamente però tornano a concentrarsi solo sulla frazione di Rovetta, San Lorenzo, e non si capisce il perché visto che Bigoni aveva elencato vari altri paesi dell’altopiano.
Poi per qualche mese cala il silenzio, anche se i prelievi dei Dna continuano, così come gli interrogatori in caserma.
Ma c’è un maresciallo dei carabinieri, Giovanni Mocerino, 58 anni, che fa parte del pool investigativo ma segue metodi antichi, quelli discreti di chi parla e soprattutto ascolta, senza divisa, con l’atteggiamento di “uno di noi”. “Uno che sa parlare alla gente di questa valle, chiusa al limite della reticenza – scrive Niccolò Cancan su La Stampa, il quotidiano che dà atto ad Araberara di essere l’unico giornale che ha intervistato il Negroni – Uno che è arrivato a lavorare nella polizia giudiziaria della Procura di Bergamo, ma non ha smesso di fare il vecchio lavoro da investigatore di strada”.
È lui che “tampina” il Negroni. Ha capito che l’uomo sa più di quello che ha raccontato ad Araberara. La sua intuizione e un lavoro di convinzione portano alla rivelazione. Antonio Negroni si arrende e fa il nome della “donna del Guerinoni”, è Ester Arzuffi.
Il maresciallo torna a Bergamo e fa il nome della donna. Negli archivi la donna risulta già “controllata”, nel pacchetto delle donne emigrate dall’alta valle in quel di Brembate, le è già stato fatto il “tampone” per il Dna, non è risultato compatibile. Il maresciallo torna dal Negroni, mi hai detto una balla, non è la donna che cerchiamo. Il Negroni ha un sussulto di dignità e ribadisce, è lei. Il maresciallo per scrupolo fa chiedere una nuova verifica.
E salta fuori che circa 1.800 “tamponi” erano stati erroneamente messi a confronto non con il Dna del presunto assassino, ma con quello di… Yara. Un errore che poteva portare al delitto perfetto se non fosse stato per l’ostinazione del maresciallo. E tacchete, ecco che i due Dna sono compatibili. Non resta che avere il Dna del figlio di Ester, Massimo Giuseppe. Lo fanno, per non insospettirlo, a un finto posto di blocco stradale con l’etilometro. Geniale. E tutto corrisponde, ogni tassello va al suo posto.
È così che, dopo essere partito da qui, tutto torna… in alta valle, tra Gorno (paese di origine del Guerinoni), Ponte Selva (dove la famiglia Bossetti e la famiglia Guerinoni vivevano nello stesso edificio, erano vicini di casa fino al 1969), Villa d’Ogna (dove Ester ha lavorato e veniva portata al lavoro, sostiene, dal Guerinoni o dal Bigoni) e Piario (dove avevano casa gli Arzuffi), Parre (paese del Bigoni) e Clusone (dove risiede il Negroni).
E così quello che sembrava destinato ad essere prima o poi archiviato come “delitto di ignoti”, praticamente “delitto perfetto”, ha avuto il suo finale a sorpresa. Come in ogni giallo. Anzi, ancora una volta la realtà ha superato ogni fantasia di romanziere.
Tutto è partito in alta valle, tutto è tornato in alta valle.

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