Se ne vanno tutti, quasi tutti, tutti, quelli che hanno fatto la storia della tv, della radio, della musica, perfino della politica. Ogni giorno in redazione arriva la notizia, è morto il tale. Se ne sono andate anche le gemelle Kessler. Silenzio. A fare notizia non è chi siano state, ma perché se ne sono andate “insieme”, per scelta. Poi la morte di Ornella Vanoni. A rigore si perdono pezzi della nostra storia condivisa, in fondo se c’è qualcosa di condiviso in questa Nazione dei mille campanili è merito della tv, della tv d’antan, non certo di quella di adesso che anzi di quel poco rimasto di “comune sentire” ne fa delle macerie e anche su quelle ci costruisce una polemica in cui tutti possano urlare di chi sia la colpa. Ma già sono su un terreno scivoloso, sempre più spesso mi sembra di piombare in un raduno di combattenti e reduci, che risultano patetici nel ricordare le loro battaglie mentre ne infuriano di nuove e sembriamo quei vecchi che vanno sui cantieri e non gli va mai bene niente, io avrei fatto così e cosà, questi sono dei lazzaroni, stanno sbagliando tutto, bisogna scavare almeno un metro di più se noi gelano i tubi, ma tu guarda che buttano i nostri soldi sottoterra e poi ci danno pensioni da fame ecc. La malinconia dei ricordi delle due tedesche apparse in bianco e nero in quelle trasmissioni che una volta avevano dignità e perfino cultura (Studio Uno), aldilà delle canzonette e dei balletti, conduttori di spessore (come Lelio Luttazzi e la stessa Mina), comici come Vianello, Panelli & C. e sì, quelle due ragazzone con le gambe nude. Nude? No, all’inizio erano mimetizzate da calzamaglie nere, perché in Rai c’era la censura moralistica democristiana. Certo, erano tedesche, sdoganate dai rancori della guerra (eravamo nel 1961) verso i loro connazionali. Era una trasgressione molto soft ma non ne potevamo più di sentire le storie di guerra, la fame, la miseria, i morti, l’odio per chi era stato dall’altra parte ecc. Via, un po’ di leggerezza, la tv era nata da poco (1955) e nelle case ancora non l’avevamo, si andava al bar perché dal Curato certi programmi, anche castigati, non si potevano vedere anche portando l’obolo dello schinél, un pezzo di legna per la stufa. E adesso Ornella Vanoni, che ha segnato la colonna sonora di intere generazioni, che anche novantenne ci ha regalato quella canzone che parla di “un sorriso dentro al pianto”, un capolavoro che lei interpreta con quella voce particolare, calda di sentimenti. E i ricordi sono tanti, comprendono quella “cassetta” che mi regalò una donna un giorno perso nella memoria di amori anche solo immaginati e persi chissà dove. Mi rendo conto, qui il passato, soprattutto se remoto, è fastidioso, roba da combattenti e reduci. Chiuso, parliamo di qualcosa di condiviso… Ci penso, parliamo di Coppa Davis e tra poco di nuovo di calcio che già è divisivo di suo, come lo è questo tempo da lupi.

