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Michela Moioli: “Ho iniziato a fare snowboard a Colere a 8 anni, a Sochi la mia prima Olimpiade nel 2014, l’oro in Corea nel 2018 e ora probabilmente l’ultima Olimpiade, me la voglio godere…”

Nel tennis c’è Jannik Sinner. Nel nuoto Federica Pellegrini. Nel motociclismo Valentino Rossi e nello snowboard cross c’è Michela Moioli, che oltre a restare nostrana, buona e bella come una fetta di formaggella, come canta insieme a Tiziano Incani, detto Il Bepi,è pure l’unica atleta italiana ad aver vinto tre Coppe del mondo di specialità, il mondiale e l’oro olimpico.
Una carriera straordinaria iniziata per gioco e curiosità all’inizio degli anni Duemila sulle piste bergamasche, per lei che è di Alzano Lombardo ed è nata il 17 luglio del 1995. «Ho iniziato a far snowboard a otto anni, a Colere. Prima sciavo, ma poi ho provato la tavola perché mi ispirava moltissimo.»
E da allora, grazie a quella attrazione istintiva, che non ha bisogno di troppe spiegazioni, tra la giovane Michela e lo snowboard, lo sport italiano ha trovato una delle sue campionesse più apprezzate e seguite: «Mi fa molto effetto essere tra le donne azzurre più vincenti e influenti di sempre. È una grandissima soddisfazione e mi rende molto orgogliosa.»
L’atleta di Alzano ha ormai trent’anni e da quasi metà della sua vita è una protagonista del circo bianco sulla tavola. Infatti è il dicembre del 2012, quando lei, che non è nemmeno maggiorenne, fa l’esordio in Coppa del mondo e nei mesi successivi, a Sochi, vince pure la sua prima gara tra le grandi. Proprio lì, nella città russa sulla costa orientale del mar Nero, che nel 2014 ospita la XXII edizione dei Giochi olimpici invernali, i primi nella carriera di Michela. «L’esordio a cinque cerchi è stato tosto perché non mi aspettavo che potesse essere così emozionante. Non sapevo nemmeno io bene che cosa stessi facendo, però è stata una grandissima esperienza, perché mi ha insegnato che per essere lì, a un Olimpiadi devi essere al cento per cento sia fisicamente, che mentalmente e io allora ero ancora molto giovane.» Ma nonostante fosse solo diciottenne la snowboarder seriana si qualifica per la finale olimpica. Pettorale nero, linguaccia alla telecamera prima della partenza e un po’ di timidezza iniziale, quando il cancelletto si apre. Michela non parte bene ed è sesta su sei, ma tra curve, porte e salti la confidenza cresce e la rimonta sembra trasformarsi in sogno, fino a pochi secondi dall’arrivo quando affianca la bulgara Jekova e nell’ultima parabolica che gira verso destra la sorpassa, sarebbe terzo posto. Però le tavole si toccano e le due atlete cadono. Il bronzo va alla francese Trespeuch e gli esami dicono che il legamento crociato del ginocchio sinistro è rotto: «Mi aspettavo di poter fare una medaglia e forse è stato questo che mi ha un po’ fregato. Non credo che la finale sia stata sfortunata. Anzi credo sia andata come doveva andare, perché penso che se avessi fatto medaglia a Sochi non avrei vinto le Olimpiadi successive, perché mi sarei già tolta una soddisfazione enorme. Invece essere caduta, essermi rotta il ginocchio, mi ha fatto capire che dovevo lavorare su di me, su tante cose e di conseguenza le medaglie bisognava sudarsele un po’ di più.»
E così l’atleta alzanese, dopo l’operazione chirurgica, si mette subito al lavoro. Fisioterapia, palestra, piscina e bicicletta, per tornare sulla neve più competitiva e determinata di prima. E i risultati iniziano ad arrivare già l’anno successivo: nel marzo 2015 torna al successo in Coppa del mondo. È l’inizio di un’ascesa ai vertici dello snowboard cross mondiale che le consente nel 2016 di alzare al cielo la sua prima sfera di cristallo di categoria.
Una condizione eccellente che Michela conferma anche nella stagione olimpica e che le consente di arrivare a Pyeongchang nel febbraio del 2018 tra le favorite per la vittoria. «Ai Giochi in Corea volevo arrivare totalmente in un’altra condizione fisica e mentale rispetto a quattro anni prima. Così ho fatto e infatti sono arrivata lì con le aspettative, sia mie che esterne, più alte. Tutti si aspettavano che io vincessi perché ero in uno stato di grazia eccezionale. Io sentivo che poteva essere la mia Olimpiade e volevo a tutti i costi vincere la medaglia d’oro. Non pensavo assolutamente che avrei potuto farmi ancora male. Pensavo solo al motivo per il quale ero lì e al motivo per il quale volevo vincere.»
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