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Benedetta gente

In illo tempore dei ragazzi di paese si divertivano con le fionde a centrare le lampadine della neonata illuminazione pubblica. Passava di lì un adulto che mollò un calcione nel sedere al ragazzo alla sua portata di piede perché, disse, stava danneggiando la cosa pubblica. Gli altri ragazzi, sentendosi in colpa, si dileguarono in ordine sparso. Quel ragazzo si guardò bene dal tornare a casa a lamentarsi perché avrebbe ricevuto una sberla supplementare dal padre, in perfetta sintonia con il compaesano giustiziere.
In hoc tempore se un ragazzo viene colto sul fatto a imbrattare i muri, a lanciare e frantumare bottigliette vuote per terra, non solo la fa franca, ma se beccasse un calcio nel sedere (al netto del fatto che il branco lo difenderebbe) a casa riceverebbe la solidarietà a prescindere dai genitori, pronti a sporgere denuncia per violenza contro l’ipotetico custode del bene pubblico.
Ecco, i due atteggiamenti, le due reazioni, chiariscono il come siamo cambiati.
“Eppure il vento soffia ancora”, canterebbe con più forza Bertoli. Dagli Stati Uniti arrivano segnali di cambiamento, non è tutto Trump & C, la generazione del divano si sta alzando, i giovani crescono senza i nostri pregiudizi, sanno coltivare ancora sogni. Basta che non glieli spegniamo all’alba.
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Euripide, chi era costui? si chiederebbe don Abbondio. Un grande autore greco, contemporaneo di Socrate, di tragedie ma anche di composizioni tragicomiche (innovazione in quel tempo). In una delle sue opere arrivate fino a noi fa dire: «È pazzo chi cerca la gloria a suon di lancia nelle battaglie, è un modo rozzo di porre fine ai problemi dell’umanità. Se le decisioni vengono affidate alla lotta di sangue, la violenza non abbandonerà mai le città degli uomini. Grazie ad essa alla fine hanno ottenuto solo un posto sotto la terra troiana: eppure si poteva risolvere con le parole la contesa sorta per te, Elena» (Euripide – Elena, vv. 1151-1160). In fondo in tutto questo nostro frenetico darci da fare alla fine avremo solo quel posto, sottoterra. Metaforicamente, visto che di questi tempi ci hanno convinto a occupare meno spazio, una piccola urna con le ceneri e vai che siamo già cancellati nella memoria collettiva. Non sarà terra troiana, ma sempre là sotto finiamo.
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E a proposito del là sotto la “prona terra”, come la chiamerebbe il poeta, “Uomini cui pietà non convien sempre / male accettando il destino comune, / andate, nelle sere di novembre, / a spiar delle stelle al fioco lume, / la morte e il vento, in mezzo ai camposanti, / muover le tombe e metterle vicine / come fossero tessere giganti / di un domino che non avrà mai fine” (De André).
È chiaro che anch’io sono per l’ordine. Non necessariamente per l’ordine costituito.