Logo
Angelo, 28 anni, il boscaiolo scalvino: “Non si possono spiegare né fatiche né soddisfazioni. Il bosco è ricarica. Capita di dover fare anche il chirurgo o il becchino”

Autoimprenditori Scalvini, generazione «Z». Parlare di Angelo Magri (ol Angilì), è più facile che farlo parlare. Allora bisogna seguire altre tracce per capire chi sia. Bisogna ricorrere anche a piccoli sotterfugi: parlare con chi gli sta vicino; parlare con la nonna Meuli, per esempio. D’altra parte, con chiunque si parli, è difficile parlarne male. È che lui non ama parlare di sè stesso, l’è ‘mpó selvadec, disóm! Se non quando parla dell’essenziale: del bosco! Allora diventa quasi loquace… Oppure bisogna leggere e interpretare i suoi pensieri liberi e un po’ criptici sui suoi social. Angelo Magri, classe 1997. Nato a Pianezza, antica frazione di Vilminore di Scalve, un borgo di origine medioevale, appollaiato sopra il capoluogo. Nessun toponimo antico è casuale: Pianezza giace su una piazzola che controlla tutta la valle. Mestiere? Imprenditore di «attività boschive» o, se preferisci, «boscaiolo». Il suo «Manifesto» è: «Bosco: risorsa e patrimonio».
I suoi post sui social sono sempre etichettati proprio con questo hashtag: #boscorisorsaepatrimonio. Potrebbe sembrare banale, come mantra, per uno che vive di bosco, respira bosco, abita il bosco, ama il bosco, cura il bosco. Ma non è così: queste parole sono scelte con molta attenzione e nessuna banalità.
Il ‘Bosco’, non c’è bisogno di spiegarlo: ne siamo circondati in Val di Scalve. «Forse anche troppo, eh?». Ci pensa qualche secondo, poi precisa che «purtroppo non tutto quello che verdeggia è bosco. C’è anche tanta boscaglia improduttiva, cresciuta negli ultimi decenni, incontrollata».
‘Risorsa’ invece va spiegata, perché spesso chiamiamo impropriamente ‘risorsa’ un sacco di cose che non sono ri-sorse. ‘Ri-sorsa’ è qualcosa che ri-sorge, che ri-cresce, che si rinnova. E cosa meglio del bosco è risorsa, allora? Nulla, forse, neanche l’acqua, che scorre, evapora, ricade… ma non ri-cresce. Il bosco, quello, lo distrugge il fuoco, e lui ricresce meglio di prima; lo devasta una tempesta e lui torna più rigoglioso che mai; il bostrico lo divora? E lui si rinnova. Ha solo bisogno del «suo» tempo, non servirebbe neanche l’intervento dell’uomo. Solo i suoi tempi. E ‘patrimonio’ che significa? Anche questa è una parola interessante degenerata nell’uso: si usa indifferentemente per un patrimonio finanziario, edilizio, culturale, ecc., ma è sbagliato… Un patrimonio finanziario non è una ri-sorsa, non ri-cresce spontaneamente, e neppure quello edilizio o quello culturale. Patri-munus, è la sua etimologia; è quello che un buon padre (pater) di famiglia ha il dovere (munus = dovere, compito) di lasciare ai successori. Ed è, collettivamente, il dovere che ha una generazione, di lasciare il patrimonio alle successive.
«L’uomo»– precisa Angelo – «non è necessario al bosco, è il bosco che è necessario all’uomo».Lo ha detto rispondendo alla mia domanda se si possa dire che «il boscaiolo si occupa della cura del bosco». «Quello lo fa il giardiniere…», scherzando. Certo, senza l’uomo, il bosco crescerebbe a modo suo, seguendo leggi della natura. «Ma chi può dire se sarebbe meglio o peggio, per il bosco».
Una volta il mestiere del bosco era associato a tanta fatica, un po’ come quello delle miniere. I colpi dell’ascia, che risuonavano da una parte all’altra della valle, seguiti dall’eco, erano il ritmo delle giornate autunnali. Il boscaiolo/carbonaio, poteva dover restare fuori per giorni o settimane intere per completare una mèrså, o condurre a termine un pojat. Nel giro di alcuni decenni «il mestiere è completamente cambiato, soprattutto grazie all’evoluzione degli attrezzi».
Fare il mestiere del boscaiolo o del silvicultore, oggi, ha più o meno le stesse finalità di un secolo fa, se si esclude l’attività carbonaia, che è rimasta solo come tradizione storica, ma ha poca valenza economica. Ma oggi nessuno potrebbe sopravvivere usando ancora ol partidur, la sügūr, ol sigürsel, la pudetä. E neppure lavorando senza le norme di sicurezza che, se rispettate, oggi riducono notevolmente i rischi di chi usa potenti lame da taglio, mazze, mezzi meccanici imponenti, abbattendo e spostando tronchi da decine di quintali. «Ma le finalità ultime sono ancora le stesse: trarre risorse da un patrimonio comune e facilitarne la ricrescita».
ARTICOLO COMPLETO SUL NUMERO IN EDICOLA DAL 7 NOVEMBRE