Logo
“La mia vita tra fatica e paura, la solitudine, il ricovero in psichiatria ad Alzano, l’amore, la malattia, quel ragazzo di Costa Volpino conosciuto in ospedale… e quella mattina del 22 dicembre quando si è gettato nel lago…”

(C.Z.) La mia vita incomincia il 13 dicembre 1948. La mia mamma si trovava nella nostra cascina distante dieci minuti dal paese: una casa che avevano costruito lei e mio padre. Mi ha raccontato che la sera in cui stavo per nascere era quella di Santa Lucia. Lei si trovava in casa da sola, con quattro dei miei fratelli (il primo aveva nove anni e l’ultimo due) e mio padre lavorava a Lovere, nella ferriera, e veniva a casa il sabato. Così mia madre quella sera era sola, ma aveva concordato con sua madre che avrebbe mandato da lei mia sorella, che aveva sette anni, a chiamarla dicendo che lei doveva andare al mercato (era una specie di parola d’ordine!). La nonna invece si è dimenticata che la mamma doveva partorire e non è venuta giù.
Ma il destino della mia nascita è stato che quel giorno mio padre si è fatto male ad un dito (io penso che lui l’abbia fatto apposta) e dopo un’ora di bici e una di mulattiera è arrivato a casa e così ha trovato la sorpresa. Allora è partito immediatamente a cercare la levatrice a casa sua e così alle sette sono nato.
Mia madre e mio padre erano due persone speciali, ma per loro la gioventù è stata molto sofferta: hanno trovato il periodo del fascismo e della seconda guerra mondiale. Hanno incominciato a lavorare da giovanissimi: lei ha lavorato nelle case di gran signori ed era molto rispettata perché era una ragazza molto fine e di questo lei si sentiva molto orgogliosa. Ha conosciuto mio padre, ma si sono visti ben poco perché lui ha dovuto scappare in Francia perché non sopportava il fascio e lì ha lavorato per sei anni. Nel 1938 si sono sposati pensando di fare famiglia in Francia, ma nel 1939 scoppia la seconda guerra mondiale: così ritornano in Italia.
In Italia di lavoro non ce n’è e così mio padre parte per la Germania. In Germania c’è già la guerra e ci sono i bombardamenti. Mio padre ha capito subito che non sarebbe più riuscito a tornare a casa; così ha fatto i documenti falsi perché i suoi glieli avevano ritirati e risultava disertore. Ha fatto questo per poter ritornare dalla sua famiglia – perché aveva capito che altrimenti non l’avrebbe vista più – senza portare neanche una lira! Certo che mia madre e mio padre non hanno avuto la vita facile, ma mia madre si sentiva la donna più felice del mondo. Anche la nostra vita non è stata facile: non abbiamo sofferto la fame, ma il resto mancava tutto, dal caldo del fuoco ai vestiti. Dovevamo andare a scuola a piedi, con la neve e con il freddo.
Avevamo una cascina in montagna e così l’estate si andava su con le mucche, ma lassù non c’erano stanze e si dormiva nella stalla, dove mio padre aveva fatto il letto con i legni ed il fieno: la mia vita di allora la posso paragonare a quella delle persone dell’Africa. Tuttavia, mia madre era sempre felice. All’età di quarantatré anni (quando io avevo nove anni) ha partorito un altro figlio: così fummo in sei fratelli.
La mia gioventù è stata bella, ma anche sofferta. Tutti noi – io e i miei fratelli – abbiamo frequentato la scuola solo fino alla quinta elementare. Le mie sorelle, i miei fratelli ed io siamo andati tutti a lavorare in Svizzera, a Lugano. Eravamo ancora minorenni; avevamo là degli zii, fratelli di mia madre. Le mie sorelle, poi, si sono sposate e hanno formato la loro famiglia a Lugano. Nel 1970, il fratello più grande di me di due anni ha avuto un incidente con l’auto ed è morto il giorno 17 aprile. Io mi trovavo sull’autostrada e vedo mio zio che mi viene a chiamare e mi dice della disgrazia. Da allora la mia vita si è fermata, perché io ero molto legato a mio fratello, che era un bel ragazzo molto intelligente e ci confidavamo un po’ tutto della nostra gioventù.
E così lascio la Svizzera insieme con lui e torno al mio paese con i genitori: la mia vita non contava più niente, ma, avendo dei genitori tanto speciali, dopo una disgrazia così, sono stato aiutato a superare quel dolore perché io cercavo di buttare via la mia vita. Uscivo di casa, stavo in giro un paio di giorni assieme ai compagni e mi ubriacavo.
Così facevo soffrire anche i genitori; per fortuna, però, dopo un po’ di tempo ho incominciato a lavorare facendo il muratore con un’impresa del mio paese. In quel periodo ho fatto domanda di lavoro nello stabilimento dell’Italsider di Lovere; dopo due mesi mi chiamano alla visita per il lavoro e anche al colloquio e mi assumono, ma io non ero molto soddisfatto perché ero abituato a lavorare fuori all’aperto. Alla fine, pian piano, mi sono adeguato e per venti anni ho fatto andata e ritorno dal mio paese che era distante 60 km dalla fabbrica.
All’età di ventidue anni io, assieme a mio fratello, ho comperato una casa a Costa Volpino con i nostri risparmi e, in più, ci siamo fatti prestare dei soldi da mia sorella. Mio fratello quella casa l’ha vista solo il giorno in cui l’abbiamo comprata. La casa era intestata anche al fratello più piccolo – che al momento dell’acquisto aveva solo tre anni – perché i genitori ci avevano dato un milione di lire. A mio fratello, poi, questa casa non è mai interessata, così io ho dovuto ritirare la sua parte. Neanche io l’ho mai abitata: dopo averla affittata per un po’, nel 1986 ho deciso di ristrutturarla e così ho fatto. La mia vita è stata più di sacrifici che di divertimento. Nella mia gioventù ho conosciuto delle ragazze che a me piacevano moltissimo, ma nella vita di coppia non sempre due caratteri si capiscono. All’età di ventisei anni conosco una ragazza di Tavernola: ero molto innamorato e pensavo di sposarmi, ma lei era molto giovane aveva solo diciotto anni e così il nostro destino insieme finisce!
Da lì la mia vita si è rotta un’altra volta ed io ho sofferto, ma ho superato la sofferenza pensando a mio fratello morto. Per fortuna, nel tempo libero aiutavo i miei genitori e avevo la passione della caccia, così un po’ mi sentivo realizzato ed appagato.
In questo modo si va avanti.
Tutti i miei fratelli si sono sposati ed io ero rimasto solo con i genitori anziani che, in otto mesi, quando avevo quarantadue anni, mi vengono a mancare tutti e due!
Un’altra volta nella mia vita mi tocca fare i conti con la solitudine: io sono solo, i fratelli sono tutti a casa loro. Quattro vivevano a Lugano, ma per fortuna il primo fratello era a Costa Volpino.
Così la mia vita non aveva più senso.
Dopo sei mesi dalla morte di mia madre, conosco una ragazza che aveva già una figlia handicappata. Dopo aver sofferto tanto, ho trovato un po’ di comprensione, di amore e di passione e dopo un anno che ci frequentavamo lei è rimasta incinta. Fa tutti gli accertamenti, fa anche l’ecografia da cui risulta che è un maschietto. Da quel momento la mia vita era appagata: avevo una famiglia e mi sentivo il più felice del mondo. Allora abbiamo deciso di sposarci e anche lei sembrava felice.
È venuta a vivere nella nostra casa. Io ero molto contento di avere un figlio e una famiglia, ma non è stato facile capirsi, avendo entrambi un carattere ormai definito. Io avevo avuto una mia vita fino a quarantadue anni e lei, che ne aveva trentotto, la sua. Per quanto mi sforzassi di modificare il mio carattere, non era molto facile, però ero molto contento di avere un figlio e una moglie.
Lei, quando ebbe il figlio, aveva già lavorato per ventun anni e poteva fare la domanda per la pensione. Abbiamo deciso così e le è andata bene che è potuta andare in pensione, allevare i suoi figli e gioire di tutti e due. Io invece continuavo a lavorare per contribuire alla famiglia e le davo una mano anche in casa. Per un destino fatale, dopo sette anni, la mia vita si presenta un’altra volta molto difficoltosa e triste, perché era un periodo che si andava poco d’accordo (il motivo non si sapeva) e da allora ho cominciato a dubitare che c’era un’altra persona che poteva rovinare la nostra convivenza.

Da allora sono diventato molto geloso e ho capito che c’era una persona – un conoscente – con cui lei era uscita quando era nella commissione della scuola materna. Così ho cominciato a maltrattarla; la vedevo molto strana e quando usciva, al mattino e anche nel pomeriggio, stava via due ore e non mi diceva neanche dove andava. Ho cominciato a seguirla senza trovarla mai con qualcuno; questo tipo, però, lavorava dove lavoravo io e ho notato che scantonava, mentre negli anni prima mi salutava. Ma io, avendo quella rabbia di essere stato tradito, mi sono fatto scoprire e lei ha capito che io sospettavo e, avendo paura, mi ha denunciato al C.P.S. e anche ai carabinieri. Un giorno arrivo dal lavoro e trovo suo fratello su al cancello di casa mia e mi dice che mia moglie è andata via con i figli. Io dovevo andare al C.P.S., a Lovere, perché mi aveva denunciato. Allora io ho detto: “Come mai ha fatto questa cosa?” e lui mi ha risposto che lei aveva paura.
Così mi presento al C.P.S. e trovo due dottoresse che incominciano a interrogarmi e mi obbligano a farmi ricoverare in manicomio. Ho dovuto accettare, altrimenti chiamavano i carabinieri perché ero diventato una persona – secondo loro – pericolosa. Pertanto, ho acconsentito, però ho voluto che mi accompagnasse una lettera su cui c’era scritto che non ero matto. E così è stato. Così mi trovo ricoverato all’ospedale di Alzano, nel reparto del manicomio!
Vedendo tutte quelle persone sofferenti, il mio cuore e il pensiero erano così tanto tristi che piangevo giorno e notte, pensando di avere un figlio ancora piccolo e mi chiedevo come, quando io fossi uscito da quel manicomio, la gente mi avrebbe accettato. Sono stato ricoverato un mese; ogni due o tre giorni avevo dei colloqui, ma ho trovato dei dottori speciali che mi ascoltavano e mi capivano: hanno compreso il mio caso. Dopo qualche giorno, chiamano mia sorella per capire che persona sono e anche mia moglie. In questo modo si sono resi conto che la nostra situazione era molto difficile e, di conseguenza, io, i dottori e mia moglie abbiamo capito che era meglio che ci separassimo. Perciò, quando sono uscito dall’ospedale, mi mandano al C.R.T. a Piario per due mesi; alla fine sono ritornato a casa, ma dopo quel dispiacere la mia vita non era più la stessa. Non so cosa mi era successo prendendo piccole dosi di quella cura medica. Anche mia moglie andò in crisi e cominciò a buttare via delle cose in casa pensando che io le facevo il malocchio. Così eravamo tutti e due sotto la cura dei dottori, ma io, da allora, non stavo più bene e ho ricominciato a pensare di farla finita e non riuscivo più neanche ad andare a lavorare. In quel periodo, in casa, ero come una persona che vegetava e mi sentivo finito.
Un giorno prendo dei sonniferi pensando di andare giù nel garage per morire con il gas della macchina, ma arriva mia moglie con mio figlio e mi trova nel letto addormentato: si spaventa e chiama il 118 e mi portano all’ospedale dove sono stato ricoverato per quindici giorni. I dottori, parlando con me del mio bene e di quello della mia famiglia, mi dicono di lasciare i miei per qualche tempo.
Così ho accettato di andare a vivere da solo: era il mese di dicembre. Ho trovato una casa a Solto Collina: era molto fredda, solo con una stufa a metano, con il bagno senza acqua calda. Allora il mio cuore e il mio cervello hanno subito molto dolore. Dovevo andare a lavorare e pensavo di avere perduto mio figlio e la mia famiglia. Intanto mio figlio festeggiava con la scuola il corso di nuoto in piscina: ci sono andato anch’io, ma, quando mi sono trovato li, nel vedere mio figlio, sono crollato e ho chiesto a mia moglie se mi prendeva ancora in casa. Lei mi accettò ancora, ma il mio cuore e il mio cervello pensavano di farla finita perché non volevo accettare che, nel dubbio, ero stato tradito! Così il 2 gennaio 2003 esco dalla dottoressa e vado su in una montagna, dove avevo già guardato per farla finita. In quel tratto di strada che mi portava a farla finita, piangevo come un bambino che ha perso sua madre e di lì mi butto giù. Era buio. Faccio duecento metri di scarpata e arrivo nel bosco e la mia macchina si impianta in un ceppo senza che io mi faccia un graffio!
Lì sopra c’era una casa: il proprietario della casa vede questa macchina che va giù, scende e mi dà una mano. Io ho pensato che era il mio angelo custode e questo angelo mi prende per mano e mi porta su. Ma in quei secondi, prima che lui arrivasse da me, il mio pensiero mi aveva riportato alla decisione di andar giù nel burrone per farla finita.
Lui mi riporta a casa e mia moglie rimane di stucco e ha capito quello che io avevo fatto e che le avevo raccontato. Così chiama il 118 e mi ricoverano un’altra volta. I dottori capiscono che la nostra situazione non può più andare e perciò si decide di separarsi e così è stato. Prendiamo degli avvocati e il 3 novembre del 2005 si va dai giudici per fare la separazione: decidono che io devo lasciare la casa che è la mia. Purtroppo, avendo il figlio minorenne, devo lasciarla fino a che è maggiorenne e devo passare quattrocento euro al mese per mantenere il figlio. Io mi devo prendere una casa e mi sono trovato solo come un cane! Pur sperando che mio figlio non soffra più di tanto, ho la possibilità di andarlo a trovare quando voglio. Lo vedo tranquillo, ma penso che anche per lui la vita si è presentata molto triste per colpa dei genitori!
Ci sentiamo per telefono e ci vediamo varie volte alla settimana, perché lui va a musica o dal dentista, oppure possiamo uscire per mangiare una pizza. Così si continua a campare senza un ritorno di vita. Tornando indietro negli anni, nel 1997 e nel 2003 mi vengono a mancare mio fratello e mia sorella. Nel 1997, in quattro mesi, per una malattia rara muore mio fratello che aveva solo 57 anni di età e anche la sorella, per un tumore allo stomaco, muore in due anni avendone 59. Per me è stato un altro colpo nella mia vita perché ero molto legato a loro!
Ma non finisce qui. Il mio fratello più piccolo, l’ultimo, non va neanche a trovare la sorella quando sta per morire e non partecipa neanche al funerale! È un altro dispiacere: decido di chiamarlo per telefono e gli dico che non voglio che sia detto che è mio fratello e di non farsi più vedere neanche quando sono morto! E così per me è un fratello sepolto vivo! E non lo perdono più per tutta la vita! All’età di 57 anni mi trovo solo con mio figlio e la mia prima sorella (quella che a sette anni andò a chiamare la nonna perché io stavo per nascere). Ripercorrendo col pensiero la mia gioventù, ho fatto più sacrifici che divertimenti. Ho fatto solo dodici giorni di mare con la mia famiglia nel 2000 perché in quel periodo mi sentivo disperato. Neanche mia moglie era capace di programmare un po’ di divertimento! Tornando ai sacrifici, quando ero in Svizzera ho fatto vari lavori, dal muratore al giardiniere; sono stato anche mandriano sulle montagne svizzere per poter guadagnare un po’ di soldi (che sono serviti per comprare la casa).
Quando mi trovavo sulle Alpi svizzere, all’età di 17 anni, in compagnia degli altri uomini, per due mesi dovevamo alzarci al mattino alle ore quattro per accudire centocinquanta mucche allo stato brado e per mungerle.
Per me quel lavoro era troppo perché dovevo mungere venti mucche al pasto (vuol dire due volte al giorno) per un quintale di latte. ma le mie mani non erano abituate e mi facevano molto male e nella notte mi svegliavo piangendo.
Io non ho fatto il militare perché ero il terzo dei fratelli maschi e c’era la legge che il terzo non faceva il militare perché l’avevano già fatto i primi due fratelli. Adesso il militare obbligatorio non c’è più, ma io penso che farebbe bene agli uomini e anche alle donne. Basterebbero solo sei mesi per capire e far maturare la propria persona per il resto della vita.
I miei genitori mi hanno lasciato la loro eredità che è la cascina in montagna nel paese dove io sono nato e cresciuto. Così nel 1987 ho costruito tre stanze e in questo modo io, le mie sorelle e mio fratello (il primo, che è morto) abbiamo avuto un appartamentino ciascuno. Adesso che sono in pensione, io vado su a passare il tempo e a tenere da conto la mia roba.
Tengo pulita la casa e anche il prato, faccio l’orto e nell’estate trascorro un po’ di tempo con mio figlio nel periodo delle vacanze scolastiche. Ora ho 57 anni. La mia vita è ancora tutta da vivere, ma io mi sento molto solo pensando di dover crescere un figlio che ha quattordici anni ed è molto buono (speriamo che continui così).
A settembre incomincia la scuola superiore ed ha scelto l’I.T.I.S. Per quanto riguarda me, spero di trovare una compagna (o un’amicizia sana) che mi voglia bene perché non è facile vivere da soli, sapendo di andare verso l’età della vecchiaia. Ho un’altra cosa da raccontare che fa parte della mia vita ma non della mia famiglia.
Il 2 giugno 2002 sono stato ricoverato nel reparto del manicomio giù ad Alzano Lombardo e mi sono trovato con una ventina di persone ammalate psichiche. Lì conosco un ragazzo di Costa Volpino che aveva ventiquattro anni (io lavoravo con i suoi zii materni). Siamo diventati così amici che per me era come mio figlio. Dopo un mese, mi hanno trasferito al C.R.T., che è un centro di recupero su a Piario, insieme a lui. Abbiamo dormito nella stessa stanza per due mesi e per me era come mio figlio. Quando siamo tornati a casa, i dottori mi avevano prescritto il soggiorno al C.P.S. di Lovere che è un centro di recupero. Lo stesso anche per lui.
Era un bravo ragazzo, troppo bravo, educato e molto tranquillo. Nella sua gioventù aveva studiato da elettricista ed era un buon operaio. Si trovava a lavorare in Austria. Da allora non si sa che cosa gli succede e comincia il suo calvario! Ritorna a casa e si ritira nella cascina degli zii e spende tutti i suoi risparmi fino a che i suoi genitori lo fanno ricoverare all’ospedale! Dopo questa tempesta, era tornato tranquillo.
Incomincia a lavorare con la borsa di studio in un laboratorio di restauro di mobili antichi. Era molto tranquillo e contento. Allora anche a me offrono lo stesso lavoro e mi chiedono se voglio andare a lavorare due o tre volte alla settimana, per sei ore. Io ero molto contento perché lavoravo con lui che per me era come mio figlio. Ma il mattino del 22 dicembre faceva molto freddo. Dovevamo andare al C.P.S. a Lovere ma lui non è più arrivato: trovano la sua macchina vicino al lago, lì a Costa Volpino, e lui senza vita nell’acqua! Per i suoi famigliari e per noi del C.P.S. è stato un grande lutto! Finire la vita a soli 26 anni! Per me era l’ultimo pensiero che quel giovane mi poteva lasciare ed io ho sofferto moltissimo.
ARTICOLO DISPONIBILE SUL NUMERO IN EDICOLA DAL 24 OTTOBRE