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Il lupo e la destrutturazione della ruralità: colpisce i piccoli allevatori, già stremati da una burocrazia miope, da margini economici ridicoli e da solitudine

Per la gente di montagna, agricoltori, allevatori, pastori, tenere, o meglio MANTENERE tutto il patrimonio rurale sembra, ALCUNE VOLTE, persino una forma estrema di egoismo. Ma per condividere questa ruralità ci vogliono i denti e loro continuano a sperare di trovare compagni di viaggio che riescano ad assaporarla in tutta la sua essenza.  E mentre aspettano resistono anche ad un altro nemico, silenzioso ma implacabile: il lupo. Un tempo simbolo di fierezza e di equilibrio naturale, poggi il lupo è diventato la manifestazione di un’ideologia urbana che romanticizza la natura senza comprenderla.
La sua presenza, ormai stabile e diffusa anche a bassa quota, sta contribuendo in modo drammatico alla destrutturazione della ruralità. Colpisce i piccoli allevatori, già stremati da una burocrazia miope, da margini economici ridicoli e da una solitudine che nessun piano di sviluppo locale ha mai affrontato seriamente. Ogni predazione non è solo un numero su un modulo da compilare o un rimborso da elemosinare. E’ una ferita. E’ l’animale che hai cresciuto a mano, che conoscevi per nome. E’ il senso di impotenza che ti prende la notte, quando senti ululare e sai che non potrai fare nulla, perché ormai non si può difendere nemmeno ciò che è tuo, per legge.
I cani da guardiania non bastano, i recinti costano e non funzionano. E anche quando funzionano, resta il problema più grande: l’abbandono. Perché il lupo non ha solo ucciso pecore e capre, ha fiaccato gli ultimi pastori, ha reso insostenibile quello che era già fragile. Dove passa il lupo, non cresce solo la paura, ma cala la presenza umana. E insieme ad essa cala la nostra umanità.
Perché la montagna, senza chi la vive, la cura e la comprende, è solo una cartolina vuota, pronta per l’escursionista mordi-e-fuggi o per il post su Instagram.
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