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Fabio Maj, tre Olimpiadi e due argenti: “La più bella Olimpiade, Lillehammer 1994, il villaggio olimpico era pieno di gente. L’argento a Nagano, non capivo più niente, il rientro a Schilpario, in piazza c’era tutto il paese e poi…”

Lillehammer 1994, Nagano 1998 e Salt Lake City 2002. Tre convocazioni ai Giochi olimpici e due medaglie d’argento. Lo sguardo simpatico, il sorriso sincero e le mani robuste di chi sa cosa è la fatica: «Sono soddisfatto della mia carriera. Certo, adesso mi guardo indietro e penso che avrei potuto fare di più, soprattutto a livello individuale. Però va bene così.»
E ha ragione Fabio Maj, nato nel giugno del 1970 a Schilpario, che nel ’94, non ancora ventiquattrenne vive per la prima volta l’emozione a cinque cerchi e il clima olimpico. «Anche se non ho gareggiato e vinto, questa è stata la più bella, perché tutti noi atleti vivevamo nel villaggio olimpico, tranne Alberto Tomba e qualche altra star. Poi c’era un ambiente stupendo: tutte le gare erano vicine, quindi ci muovevamo a piedi. C’era una marea di gente. Non ho mai più visto così tante persone ad una manifestazione sportiva. È stato magico perché ero sempre insieme a tutti gli altri atleti. In più non avevo pressioni. Ho partecipato alla cerimonia d’apertura e la sera andavo in giro, c’era tantissima gente e mi divertivo. Certo ero un po’ arrabbiato perché speravo di correre almeno la 10 chilometri ad inseguimento, invece poi gli allenatori hanno cambiato i piani. Va beh, almeno me la sono goduta.»
Così per l’esordio alle Olimpiadi il fondista scalvino deve aspettare ancora quattro anni. Ai Giochi giapponesi del ’98 Fabio arriva in grande forma. Un paio di settimane prima vince la 30 chilometri a tecnica classica ai Campionati italiani. «Però, d’accordo con gli allenatori, a Nagano ho deciso di rinunciare alla 30, per fare la 10 e la 15 chilometri. Volevo guadagnarmi il posto in staffetta. In tre erano sicuri, per il quarto posto ce la giocavamo. Volevo farla anche perché si sapeva che una medaglia l’avremmo portata a casa: c’erano Silvio Fauner e Fulvio Valbusa che volavano, in più Marco Albarello che aveva tantissima esperienza.» Però l’esordio non è dei migliori. Nella 10 chilometri a tecnica classica Fabio va malissimo. I materiali sono sbagliati e lo sci non scorre. Nella 15 ad inseguimento va meglio. All’arrivo è dodicesimo, ma le sensazioni sono positive e gli allenatori lo scelgono per completare la staffetta azzurra. «Mi hanno messo in terza frazione. Valbusa mi ha dato il cambio da primo, con 20 secondi di vantaggio sulla Norvegia. Lì ho provato un po’ di strizza, perché ero il più giovane e contro di me c’era Bjørn Dæhlie, che era il Pogacar dello sci di fondo. Però ho capito subito che le gambe giravano, mi sono sentito subito di star bene e sono andato via come me la sentivo, con un po’ di riserva. Non ero mai al gancio, non ero mai a tutta. Sciavo e vedevo che il norvegese guadagnava ma non troppo. Allora sono andato avanti così e quando mi ha preso mi ha sottovalutato altamente e si è messo dietro. Mi andava benissimo, perché potevo continuare al mio passo, con sempre quel margine di riserva per poter accelerare. Infatti quando è scattato sull’ultima salita sono riuscito a tenerlo e al cambio sono arrivato per primo. Per me lì è stata la gara più bella che ho fatto, un po’ per merito mio, ma un po’ anche per merito suo, perché se mi prende e parte subito mi ammazza, invece è stato lì a giocare.»
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