Atalanta
|QUELLI TRA CALCIO E REALTÀ/1 – Menech e gli amici del bar, tra birre e chiacchierate: “Il 3 a 0 contro il Toro, la reazione che serviva dopo l’asfaltata di Parigi. Ci avrei fatto la firma…”
“Qualcuno viene a bere una birretta?”. Puntuale come quasi tutte le domeniche, arriva sul gruppo della compagnia di amici il messaggio di Giovanni.
Domenico ha già il cellulare in mano. È stravaccato sul divano, in una posizione comoda quanto innaturale. Una posizione proibita quando in casa ci sono la moglie o i due figli. Ma per fortuna adesso no. Adesso è da solo, coccolato dal profumo di polenta cucinata per pranzo, che tanto gli ricorda quando era un bambino e la sua povera mamma la preparava tutte le feste.
La moglie dovrebbe essere a camminare con altre due coetanee. La figlia dice di essere a casa di un’amica e il figlio è sicuramente all’oratorio a giocare a pallone, fino al tramonto, la fine obbligata e insindacabile delle partitelle domenicali.
Menech, come lo chiamano i pensionati del paese, non apre subito Whatsapp. Sta perdendo tempo e neuroni su Facebook. Sotto il suo pollice scorrono i commenti al derby di Roma, le ultime gite in montagna di altre famigliole felici e i meme sulla sfuriata di Enzino Iacchetti. Insomma il nulla. Ma la sua corteccia prefrontale è anestetizzata. Non riesce a mettere in pratica la decisione di bloccare il pollice, chiudere Facebook e rispondere sul gruppo. Nel frattempo, Gianni ha già collezionato una mezza dozzina di “io no”.
Con un sussulto improvviso e inspiegabile di lucidità e determinazione Menech risponde presente. Le scarpe sono già ai piedi e anche questo è un chiaro segnale che la moglie non è in casa. Nelle due tasche posteriori dei pantaloncini di jeans entrano portafoglio e telefono. In mano le chiavi della macchina. L’ultima volta che ha percorso a piedi i 650 metri che lo separano dal bar è stato sette mesi fa quando Giuseppe, il suo amico muratore, è diventato papà per la prima volta. Quella sera, guidare anche per meno di un chilometro, era troppo pericoloso. Sicuramente per la sicurezza del suo corpo, ma soprattutto per la sua patente e il suo inseparabile Doblò azzurro con la scritta Idro Sales in blu notte.
Così quando arriva al bar, Gianni è lì seduto, sugli sgabelli, nel dehor. Gli occhi sfumati di rosso, la tuta morbida che pare un pigiama e il cappellino in testa per coprire una capigliatura talmente non curata da rasentare il ridicolo. Tre indizi chiari, che non sono mai cambiati in questi quasi trent’anni e che Domenico conosce a memoria: anche ieri sera Gianni è stato tra i protagonisti più effervescenti del bar.
Il suo amico in post-sbornia lo sa di essere stato beccato. Guarda ancora il live di Fantamaster e attacca: “Ce l’hai te la doppietta di Belotti?”. Menech ride. Lo sa bene che questa è la strategia più usurata per cercare di evitare domande piccanti sull’ennesimo sabato sera da Re Leone tra tanti tigrotti e qualche finta micia. “No! Purtroppo ho Zapata e pure titolare!”.
“Che pollo. Ma cosa lo metti a fare che non gioca da una vita?”.
“Il gol dell’ex. Dai. Lo fanno sempre tutti. Poi il Duvanon è un idolo. È una bestia, mi spiace che ha sbagliato il rigore”.
“Ma che atalantino sei?”.
“Ma Zapaton ha fatto la storia. È la punta più forte che abbiamo mai visto qui a Bergamo”.
“E dai, oggi con il Torino vi è andata bene”.
“Ma che andata bene? 3 a 0, in trasferta! Ha giocato bene e poi in classifica è lì: ha 8 punti, solo uno in meno del Milan. Ma cosa vuoi capirne te che sei ancora collassato da ieri. Piuttosto cosa hai combinato ancora?”.
Gianni ride, con quel suo ghigno da domenica lunatica, con l’arco superiore dei denti grandi e un po’ ingialliti che si mostra con tutto il suo simpatico disordine. Allora via con il riassuntone: prima l’amichevole in trasferta, le Moretti nello spogliatoio, la doccia con calma e ancora le Moretti d’asporto in macchina. Poi l’arrivo al bar, Verona-Juventus come pretesto per bere altre medie e a fine partita gli shottini estrosi proposti e offerti dall’ambivalente Elia. Il tutto impreziosito dall’assenza della cena e dagli sbaciucchiamenti nel parcheggio con Aurora, che è nata quando Gianni aveva già capito i benefici della cassa integrazione periodica alla fu Promatech. Proprio quando il racconto inizia a farsi divertente e adolescenziale, dall’ingresso laterale della veranda spunta il viso asciutto e quasi rachitico di Franco.
“Alcolizzati! Siete già pieni?”.
“Dai gioppino. Vai a prendere un giro e siediti”.
Lui è appena uscito da casa della sua nuova morosina, conosciuta la stagione scorsa nella vittoriosa trasferta di Venezia, sul vaporetto che porta dal parcheggio dei pullman allo stadio Penzo.
“E Franchino, cosa mi dici della Dea? Oggi bene dai!”.
“Benone. È la reazione che serviva dopo l’asfaltata di Parigi. Ci avrei fatto la firma se a inizio settimana scorsa mi avessero detto di perdere 4 a 0 con il Psg e poi andare a vincere con il Toro”.
“Dai, poi è rientrato anche Lookman”.
“Vediamo. Quest’estate l’ha combinata grossa. Ha fatto delle sgioppinate come il suo socio Gobbmeiners. Percassi ha fatto bene a non cedere. Però adesso lui deve dimostrarci ancora tutto”.
“Ma vi ha fatto vincere l’Europa League!”. Interviene da tergo Gianni, da buon milanista seminatore di bagarre.
“Ma cosa c’entra. È lui che deve essere riconoscente. Senza l’Atalanta e Gasperini lui era un giocatore mediocre. Qui ha vinto anche il Pallone d’oro africano”.
“E a proposito del Messia: sei contento che la Roma ha vinto?”.
“No! Speravo vincesse la Lazio”.
“Ma che bastardo. Dai, io tifo sempre per il Gasp. Ci ha fatto vivere i migliori anni della nostra vita da tifosi. È come la prima tipa che ti ha insegnato che il pisello non serve solo per fare la pipì. Non puoi mai volerle male, anche se dopo ti ha mollato per un altro”.
Menech è così. Sempre romantico, quasi poetico, più affezionato ai bei ricordi del passato che interessato alle sfide del presente. E mentre gioca con le similitudini e la malinconia, al bancone del bar arriva il giovane Yuri, appena rientrato da Pontida, con la maglia verde d’ordinanza abbellita dalla scritta piena d’amore e libertà: “Io sono Charlie Kirk”. Allora Domenico alza la voce e il livello del sarcasmo: “Te leghista, oggi nel pratone avete parlato in siciliano o in napoletano?”. Ma nemmeno il tempo di ascoltare la risposta che il telefono squilla. È lei, la moglie. Domenico non risponde, sa che è arrivata a casa, non l’ha trovato ed è pronta ad insultarlo perché è sempre al bar con gli amici. Intanto il sole è ormai tramontato. Forse la figlia ha salutato le sue amiche. Di certo suo figlio ha lasciato il campetto e con la sua bici gialla sta tornando all’ovile. È il momento di andare, però che belle le domeniche di settembre e gli aperitivi con i soci a parlare di Atalanta.


