Stefano Zecchi e la sua “Resurrezione”. Tre personaggi alla ricerca di rinascita. E uno si imbatte nella tomba di Gesù in Kashmir e in una strana storia per cui Gesù non sarebbe morto in croce ma…
È appena sfumata sul grande schermo della serata di Araberara l’immagine del Priore Enzo Bianchi che, impossibilitato ad essere presente per aver subito un intervento all’occhio, era in collegamento e ha attaccato duramente la posizione dei Vescovi sullo sterminio in atto a Gaza. “Si sono mossi solo quando è stata colpita una parrocchia cattolica. Vergogna!”.
Il professor Stefano Zecchi prende posto sulla poltroncina del palco. Siamo qui per parlare del suo libro intitolato “Resurrezione”, titolo che, come vedremo, vuol dire qualcosa d’altro, “rinascita”.
Siamo coetanei, nati nel ’45, concepiti quindi in tempo di guerra, una guerra feroce come lo sono le guerre civili. Concepiti in tempo di guerra ma abbiamo avuto comunque, in Italia, 80 anni di pace…
«Le guerre ci sono sempre state. Prima sentivo quello che ha detto Enzo Bianchi, il vero problema è che le guerre alla fine piacciono di più dal punto di vista artistico, letterario, della pace. La guerra è la vera crisi della razionalità, Tu non discuti più, non ragioni più e incominci a prendere colpi a destra e a sinistra. Pensa che i grandi libri sono stati scritti tutti sulla guerra, la guerra crea eroi, l’eroe diventa una figura cruciale nella costruzione dell’identità sociale. Uno può anche gridare pace, quando c’è la guerra, ma l’uomo è affascinato dalla guerra e questo è un aspetto terribile, l’umanità nasce nel conflitto, addirittura dove la crudeltà dell’uomo si rappresenta attraverso i fratelli, attraverso i figli. Caino e Abele. L’uomo è fortemente debole, fragile, corruttibile, bisognerebbe cambiare la psiche dell’uomo, dovrebbe cambiare l’uomo perché è terrorizzante il fatto che prevalga la violenza, questo perché l’uomo è una figura limitata. Ricordi i Fratelli Karamazov? E’ un libro che tutti dovrebbero leggere, c’è un episodio importante all’interno, quasi un racconto dentro il romanzo: è l’episodio del grande Inquisitore, questo chiarisce più di tante prediche perché uno può urlare pace e intanto gli altri lo bombardano. Questo episodio, che io tra l’altro riporto nel romanzo in altre situazioni, avviene nel 1400 quanto imperversa la Santa Inquisizione dove si bruciano i cristiani, si bruciano i fedeli come se fossero fiammiferi. E in questa situazione disastrosa Gesù torna sulla Terra per predicare l’amore, il libero arbitrio l’amicizia. E il grande Inquisitore, quello che sorvegliava tutto il sistema inquisitorio, processi, condanne ecc., fa arrestare Gesù e lo fa rinchiudere in carcere. È un episodio drammatico perché Gesù ascolta e non parla mai. Cos’è che dice l’inquisitore? “Domani tu muori, domani sarai condannato a morte perché tu credi nell’uomo, nella bontà dell’uomo, nella sua capacità di essere giusto, allora ti faccio vedere che società è questa: in questa società prevale il male, l’uomo è debole, può tenerlo a bada solo la frusta, il dolore, la punizione, la morte. Gesù ascolta e tace. L’inquisitore sta per andarsene e Gesù gli dà un bacio lasciandolo esterrefatto per questo gesto di assoluta bontà. Gli ha appena detto che ha sbagliato a tornare sulla terra, a predicare il libero arbitrio, ha sbagliato a pensare che l’uomo sia un essere buono, l’ha appena condannato a morte, gli ha appena ricordato che il giorno dopo sarebbe morto e Gesù gli dà un bacio. E qui è la grandezza dello scrittore, cos’è quel bacio se non una sfida, una grande sfida che Gesù lancia a una terribile realtà sociale che ha portato l’inquisitore a creare il disastro attraverso l’inquisizione e la morte. È questa la sfida: l’uomo deve continuate a credere nel bene, nell’amore. L’inquisitore si stupisce di fronte a questo bacio e, senza aver avuto la risposta di Gesù se ne va e lo grazia, non lo condanna a morte. Il sentimento della guerra è terribile, nella guerra uomo è perso, la guerra è dentro l’umanità tanto celebrata in opere che mostrano il genio dell’uomo, la sua creatività artistica, pittorica, musicale».
In questo tuo libro intitolato ‘Resurrezione’, in realtà si parla di rinascita: l’uomo può rinascere, può cambiare. Ci sono tre personaggi che vanno in Kashmir, tra l’altro è una regione che tu conosci bene, tu hai insegnato anche a Calcutta…
«Sì, tre anni. Tra l’altro ho scritto altri due romanzi ambientati in India: uno “Sensualità’ e l’altro è intitolato ‘Amata per caso’: è la storia di una bambina indiana adottata. Io credo che l’adozione sia uno dei gesti più generosi che noi possiamo fare; ho scritto questa storia che è parzialmente vera».
Hai scritto che in India, e comunque in Oriente, risulta impossibile essere atei tanto è permeata di divinità la società… «L’India è capace di sacralizzare tutto, questa sacralizzazione vede il superamento della materialità, Quindi il sentimento della trascendenza, l’ateismo è impensabile in India».
E alla fine del romanzo c’è infatti una specie di riunione ecumenica di tutte le fedi che si ritrovano, beh, non sveliamo il finale, anche se non è un giallo ma c’è un epilogo.
«Uno degli inni nazionali indiani inizia con queste parole ‘Vande mataram’ cioè ‘Onora la madre’ perché l’India è madre, raccoglie la pluralità delle situazioni, delle religioni. Sulla rupia è scritto il numero nove in più lingue. L’India è una grande realtà». Il numero 9 sta anche per senso più accentuato di bisogno religioso e contatto con il divino.
Ci sono tre personaggi uno dei quali sta cercando qualcosa, gli altri due sono al traino, in realtà saranno i due a trovare qualcosa… Non dico come finisce perché non è il caso di anticipare.
«C’è una giornalista che vuole andare in Pakistan per fare foto di guerra. È una fotografa che sente una crisi creativa in quanto non riesce più a portare nel suo lavoro quel sentimento di forza, di energia che l’aveva contraddistinta e quindi vuole fotografare questi scenari del dolore»
Fa una trafila burocratica incredibile, che sembra quella italiana, per richiedere un documento, Ad accompagnarla c’è il marito che è in altre faccende affaccendato, lui è interessato ai rotoli di Qumran…
«È un cardiologo che si diletta a conoscere la vita di Gesù».
Sono andato a leggermi il vangelo di san Tommaso, un vangelo apocrifo che viene citato…
«Il titolo del libro è ‘Resurrezione’, tu hai detto ‘rinascita’, in realtà la resurrezione è la rinascita dentro se stessi perché ti consente di salire, di andare in alto, ciò è significativo, perché sono le parole che Gesù dice a Nicodemo quando lo incontra: “Se non torni a nascere non rivedrai il regno del cielo”. Lui gli disse: “Come si fa a nascere una seconda volta?”. Il tema della resurrezione e anche il testo sono totalmente diversi dall’idea di Tolstoj che la resurrezione nasce dall’idea del peccato. Il sentimento della rinascita va oltre la nascita stessa, è qualcosa che si apre al mondo».
Il terzo personaggio è la sorella della giornalista. All’inizio molto svampita. Tu l’hai chiamata ‘vandalo’.
«Ho citato una espressione di Milan Kundera, uno scrittore molto affascinante, lui chiama ‘Vandali’ quelle persone che non hanno un sentimento culturale a cui fare riferimento, per cui tutto e niente sono la stessa cosa. Questa superficialità in fondo l’ha sempre aiutata a vivere. Lei è una bella donna, è sola, ha perso il marito che era più anziano di lei. Si è aggregata al viaggio della sorella fotografa e del marito che l’aiuta in questo viaggio. È quella che sente meno il significato di questo viaggio in India e in più protesta per le differenze tra le abitudini occidentali e quelle indiane, ma è quella che alla fine prova un sentimento profondo per la vita, in questa sua apparente superficialità è quella più disposta alle novità».
Nel libro c’è dunque la storia del cardiologo appassionato della storia di Gesù che a un certo punto incontra un professore che gli racconta tutta un’altra storia di Gesù, affascinante ma anche sconvolgente per un cristiano. Gli dice che Gesù non è morto in croce. Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea furbescamente sono andati da Pilato e gli hanno detto “Ridacci il corpo di Gesù”. E qui iniziano le citazioni che possono sostenere la tesi perché Pilato stesso gli dice: “Ma come, è già morto?”. Perché in genere impiegavano due o tre giorni a morire, infatti ai due ladroni spezzano le gambe per procurare l’emorragia e farli morire subito e quindi la tesi del professore è che l’abbiano tolto dalla croce ancora agonizzante, curato con tutti gli unguenti e che poi lui si sia presentato in carne ed ossa ai discepoli, addirittura lui chiede da mangiare agli apostoli, qualcosa da mangiare…
«Questo è vangelo… E così il dottore che ha sempre testimoniato il suo assoluto dilettantismo nello studio della vita di Gesù si trova al cospetto del piccolo tempio di Rozabal dove fuori c’è un grande cartello scritto in inglese, in arabo, in giudaico, ebraico e dice che lì c’è sepolto Gesù».
Ma questo tempietto esiste?
«Io ho anche le fotografie: è un piccolo tempio, molto modesto nella sua architettura, architettura che è affascinante. La costruzione della vicenda che ho fatto non è da teologo. Infatti torno a dire questo è un romanzo: le tre figure che animano il racconto vorrei che dessero il senso della speranza, quella speranza di cui ognuno di noi necessita tutte le volte che prova quando ci si sente in crisi per l’incapacità di procedere. Devi entrare in te stesso e trovare il senso della vita. Io non sono Dan Brown che riesce a creare scenari straordinari, io purtroppo non ho quella capacità. Questo è un romanzo in cui la storia di Gesù viene raccontata attraverso i documenti perché anche lì… se voi volete potete sapere tutto andando su internet, cercando il tempio di Rozebal vengono fuori una cinquantina di libri che parlano, studiano il modo in cui lì potrebbe essere sepolto Gesù. Il vangelo di San Tommaso che è un vangelo apocrifo racconta come Gesù potrebbe essere veramente sepolto lì. Tommaso racconta che lui avrebbe accompagnato Gesù insieme a Maria verso l’India, poi lui scende al sud dove predicherà il sapere di Gesù facendo emergere la grande figura di bontà e l’amore eterno, cioè questa continuo fluire tra l’anima e il corpo. San Tommaso scende a Mailapur dove morirà e invece Gesù con Maria va verso questa terra considerata come un paradiso, il Kashmir. Io non ho assolutamente nessuna pretesa di tipo teologico ma è possibile ricostruire questa vicenda sui testi. Una delle questioni che viene trattata con grandi argomentazioni teologiche in tre volumi da Ratzinger, papa Benedetto, sulla vita di Gesù. La contestazione di Ratzinger è la separazione teologica tra storia e teologia. Per lui vanno tenute insieme. Quello che diventa affascinante è capire cosa è successo tra i 12 anni e 30 anni di Gesù, anche perché quanto Gesù ha 33 anni entra a Gerusalemme e viene acclamato dalla folla come il nuovo Davide. Teniamo conto che Gesù nasce come piccolo bambino ebreo. E viene vissuto come nuovo Davide che avrebbe liberato la popolazione del giogo romano. Risulta difficile pensare che fosse stato nella bottega di un falegname a tagliare assi e legni…».
L’ipotesi è quella che lui sia stato in India e che abbia avuto le influenze anche della setta degli Esseni
«Anche lì c’è una cosa interessante, tra le grandi religioni monoteiste è quella cristiana che ha un Dio dell’amore, la religione ebraica ha un dio della giustizia, quella musulmana ha una visione militare. Da dove viene preso questo sentimento della fratellanza? Se voi andate a vedere il nuovo testamento, il discorso della montagna, le beatitudini… sono molto simili a quelle della religione buddista e ci sono anche altre somiglianze: Budda ha dodici apostoli con un traditore (che non muore come Giuda). Poi ci sono altre similitudini, quella che più le raccoglie è l’idea dell’amore che ci deve essere tra Gesù e l’uomo. La figura di Gesù che esce dal romanzo è un Gesù dell’amore».
Il problema è che se Gesù non è risorto è come dice San Paolo: ‘Se non è risorto la nostra fede vana’.
«La cosa interessante è che attraverso la lettura dei vangeli, io sono stato un paio di volte alla televisione 2000, quella dei vescovi, lì è stato presentato il libro recentemente, al tuo posto c’era un sacerdote. Se tu prendi i vangeli, anche quelli sinottici, ti accorgi che Gesù viene crocifisso venerdì. Per la legge ebraica rispettata dai romani il sabato non poteva rimanere nessuno crocifisso, vengono spezzate le gambe ai due ladroni proprio perché non potessero respirare e morire asfissiati, ma non Gesù. Giuseppe d’Arimatea, che era un ricco possedente amico di Pilato, gli chiede il corpo, viene portato in un fondo che aveva comperato. Il corpo viene lasciato lì, Nicodemo arriva con una quantità enorme di aloe che generalmente serve per dare profumo ai corpi, ma è anche un cicatrizzante per le ferite: era una quantità enorme, sarebbe bastata per una decima di corpi. Gesù viene ricoperto da questa mistura di aloe e mirra per essere curato. Generalmente i corpi dei morti vengono seppelliti, non vengono deposti. Era l’usanza ebraica».
C’è però l’episodio di Lazzaro che vien fuori da una grotta…
«Perché aspettavano arrivasse Gesù, Lazzaro non era ancora sepolto, aveva le bende. Nel caso di Gesù deposto, la pietra viene spostata, arrivano le donne, arriva Maria, conoscete la storia. Ad aspettare c’erano due figure in tonaca bianca che si suppone fossero della congregazione degli Esseni che in fondo rappresentavano le figure più colte di quel tipo di tradizione».
Sto pensando che il centurione ferisce Gesù con una lancia ed è uscito sangue ed acqua. Il centurione era Longino che aveva detto: “Questo è veramente il figlio di Dio” e si converte. Longino, quindi, avrebbe fatto una scena di quelle…
«Ma un corpo morto non può più buttar fuori liquidi perché si condensa tutto. Quello che voglio dire è questo: se qualcuno legge il libro certo c’è tutta la storia, è anche affascinante, indubbiamente intrigante. All’interno di una struttura narrativa c’è questo sentimento della rinascita: la ricerca della fotografa di guerra di rinascere nella sua professione, poi il dottore anche lui in crisi che trova in quel posto un problema grandioso. C’è la possibilità che lì davvero ci sia il corpo di Gesù, il dottore che ha passato la vita da dilettante ora incontra una storia più complessa. La sorella della fotografa, Clara, che scopre una delle cose più affascinanti della cultura indiana: i sentimenti dell’amore, dell’eros e questo in India. È sempre un momento di festa, di gioia, non è peccato perché l’eros, il rapporto sessuale, genera la vita E questa generazione non può che essere accolta con una grande gioia, con un grosso sentimento di felicità. E lei entra dentro questa spirale erotica che le dà il sentimento di una vita che non aveva mai vissuto. Allora se io metto insieme questi tre pezzi, ecco che la storia di Gesù sembra quasi impossibile che non possa essere quella. È un Gesù che continua a rappresentare il sentimento del bene e dell’amore che non finisce con la sua morte che non finisce con la violenza dell’uomo contro l’uomo».
Questa è una teoria che hai preso da qualcuno?
«Ci sono soprattutto scrittori tedeschi che la sostengono, ci sono libri e libri…»
Avevo sentito che dai 12 ai 30 anni Gesù potesse essere stato in India. Avevo già sentito anche la storia degli Esseni. Qui ci sono anche i Nazareni che non c’entrano nulla con Nazaret…
«Ma è lo stesso Paolo, quando dice che Gesù è nazareno, ma Gesù non è nato a Nazareth. I nazareni sono un’altra congregazione religiosa. Ma adesso non voglio appesantire il discorso. Se qualcuno volesse andare in Kashmir glielo consiglio, è una regione stupenda».
Sul Corriere c’era un articolo che parlava proprio della capitale Srinagar come di un paradiso.
«E’ un posto bellissimo, una città che vive su un grande lago, si muovono tutti con le barche come quelle che ho messo sulla copertina, si fermano, chiacchierano tra loro. Se voi pensate di fare un viaggio nel Kashmir e vi documentate, troverete il tempio di Rozabal, quindi non è da parte mia una scoperta, certo ho trovato affascinante tutto quello che in proposito è stato detto. E ho cercato di farlo interagire all’interno di un sistema narrativo fuori da tutte le problematiche teologiche».
Ma ti rendi anche conto che hai toccato indirettamente nel romanzo un punto essenziale. Una mia curiosità: il prete che ti ha intervistato come ha reagito?
«Se uno crede che Gesù è risorto, è risorto, punto e basta. Capisco dove mi puoi portare, metti in evidenza un tema che è cruciale: quello della resurrezione di Gesù. Chi ne parla? Nei vangeli Gesù si allontana come una luce. Quindi dipende dalla fede: se tu togli quell’elemento di fede… Io ho ricostruito tutto attraverso le citazioni del Vangelo».
Il problema è San Paolo che, lo ricordo a chi ci ascolta, non ha mai conosciuto Gesù, non gli ha mai parlato, ma ha costruito la struttura ecclesiale della Chiesa. San Pietro aveva costruito una setta e basta. È san Paolo. intellettuale ebraico e cittadino romano che ha fondato la Chiesa.
«La mia famiglia è in parte di tradizione ebraica, mamma era ebrea e io vengo da lì. I parenti di mia mamma sono tutti stati deportati da Auschwitz. Sono nato in tempo di guerra a febbraio del 45. Mio papà mi ha fatto battezzare».
E bisogna ricordare che gli ebrei erano indicati dai cristiani come “deicidi”. È stato Giovanni XXIII a far togliere quell’espressione incredibile del “et pro perfidis Judeis” che si cantava il Venerdì Santo.
«Era successo anche questo: siccome mio papà e mia mamma subito non sono andati d’accordo il sabato io e mia sorella andavamo al tempio, la domenica mio papà ci portava in chiesa. Finalmente poi si sono separati. Io ho scelto di seguire mia mamma. Ho studiato per una vita filosofia, estetica e ho lavorato sul tema della bellezza continuamente e io ero affascinato dalla bellezza della testimonianza cristiana. dell’apologetica cristiana perché la bellezza non c’è nella regione ebraica. Ad un certo punto vado dal cardinale Martini. ‘Io ho un problema. Io sono di qua e sono di là.’ Mi mette una mano sulla spalla e mi dice: “Lei non si deve preoccupare, continui così che tanto lei unisce l’antico e il nuovo testamento”. Questo mi ha rassicurato. Chi mi ha portato a conoscere questi problemi è il parroco della mia parrocchia che mi ha riempito di libri. Secondo me il Padre Eterno può avere tanti nomi, l’importante è avere il sentimento della fede che ti porta fuori da certi aspetti della miseria umana».
Ecco, comunque, a tutti quelli che si professano atei, consigli un viaggio in Kashmir e… cambiano idea.
«Non lo so. nell’ateismo io trovo un po’ di arroganza perché in fondo cosa è il sentimento della fede se non la consapevolezza dei limiti della nostra ragione e quindi affidarsi, guardare in alto alle stelle, non vi accorgete che siamo destinati all’infinito, all’eterno? Questo è il sentimento della mia fede».


