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Oliviero Toscani: “La prima immagine forte che mi rimase impressa dentro da bambino?  Ero a Clusone, andavo a messa al mattino  e mi ritrovo davanti la Danza Macabra”

“La creatività è un surplus d’intelligenza, è la possibilità che sta tra il cervello e il cuore”, stava scritto così da qualche parte nel sito di Oliviero Toscani, lui, che quella possibilità tra cervello e cuore l’ha fatta diventare la sua vita.

Oliviero Toscani che, con quella possibilità, c’è nato e c’è cresciuto, figlio d’arte, papà Fedele era fotoreporter, il primo in Italia a quei tempi, che fotografava la realtà, quella che lui sapeva vedere e voleva raccontare: “Per me è stato un maestro e un pioniere – racconta Toscani – un artigiano dell’arte, come lo erano quelli che da soli decidevano come e cosa fare”. 

L’infanzia a Clusone

Ma pochissimi sanno che Oliviero Toscani la creatività se l’è vista nascere a ridosso di un muro a… Clusone, l’arte che bussa dentro forte: “Mi ricordo la primaimmagine forte che mi rimaseimpressa dentro, ero a Clusone,andavo a messa al mattinoe mi ritrovo davanti la DanzaMacabra”. 

Perché lui a Clusone era cresciuto: “Iprimi sei anni della mia vita liho passati a Clusone, eravamosfollati, metà anni ’40, io e lamia famiglia finimmo proprionel cuore della Valle Seriana,Clusone, la casa c’è ancora,una casa grigia in cima a Clusone,ci sono stato un anno fae l’ho trovata uguale a comel’avevo lasciata. Facevamouna vita da contadini, carro,stalla e poco altro”.

Toscani che poi ha vissuto in… Toscana, con i suoi scatti che hanno viaggiato sui giornali più importanti al mondo ma che quella vita clusonese non l’aveva dimenticata e in Toscana viveva in una grande casa di campagna dove produceva olio d’oliva e allevava cavalli ma che a Clusone ci aveva lasciato un pezzo di cuore: “Me la dovetesalutare Clusone, in quellagrande casa contadina ho imparatoa osservare l’arte che èattorno e poi quando ci sonopassato lo scorso anno è statauna sorpresa ritrovarmela ancoralì, uguale a un mucchiodi anni fa, che è poi il fascinodei paesi, avere angoli intattiche ti ricollegano al tuo primomondo. Poi ognuno rivive lesue emozioni e se le tiene persé. Clusone per me è stato emozione”.

Ma Toscani a Clusone non ci è più tornato, ci era passato anni dopo e pensava di tornarci: “Perchétutto nella vita risuccede”.

Il mio sogno? La realtà

Clusone addosso gli ha lasciato quella voglia di arte che si è trasformata in fotografie che hanno sconvolto e coinvolto milioni di persone.

Sei anni in mezzo alle montagne della Valle Seriana, guai a chiedere che sogni avesse il bimbo Oliviero: “Non ho mai avutosogni, il mio sogno è semprestato la realtà”. Una realtà intravista subito, posizionata tra cuore e cervello e fatta crescere con quello che più gli piaceva: “Da subito ho decisoquello che avrei fatto e infattimi sono iscritto alla scuolad’arte e grafica a Zurigo, inSvizzera, dal 1961 al 1965,quattro anni intensi”.

Della scuola, la sua scuola, Oliviero Toscani parla benissimo: “Mi è servita tantissimo, artee fotografia, certo, non c’eranole tecnologie di adesso ma lafotografia è sempre la stessa, catturare immagini, fermarle,dare un senso, tirare fuori ilsenso”.

Oliviero Toscani a cui Massimo Moratti aveva affidato ‘l’immagine’ del centenario dell’Inter, mica un caso, Toscani l’Inter l’ha respirata sulla sua pelle da subito, con quell’odore di corriera che quella volta sbuffava in direzione Torino: “Avevo 7 anni,ero sul pullman con i giocatoridell’Inter, stavo andando aTorino allo stadio con mio padre, andavamo a vedere Juve–Inter, vincemmo noi 3-1, era l’Inter di Lorenzi e Skoglund. Al ritorno sul pullman i giocatori dell’Inter cominciarono a dirmi che gli avevo portato fortuna, mi presero il diario e me lo firmarono, mi lasciarono i loro indirizzi, e io mi dissi: però… l’Inter mi vuolebene”. E così, anche Oliviero Toscani, decise che all’Inter si poteva voler bene.

L’immagine come notizia

Suo padre è stato il primo fotoreporter per i giornali, che allora erano solo o quasi esclusivamente scritti. La fotografia oggi è parte integrante dei giornali. Ma, secondo lei, è fatta e usata bene?

“È usata sempre allo stesso modo, bene o male dipende da chi e da come la utilizza, le immagini aprono e sono strade”. Delle vignette si dice che sono editoriali, a volte in contrasto con la stessa linea del giornale, lei è stato uno dei primi a fare foto-editoriali: “Perché le immagini valgono più dello scritto, è l’immagine che dà la notizia e non viceversa. Le foto-editoriali hanno preso piede proprio per questo, sono loro la vera notizia, non sostengono la notizia ma fanno la notizia, sono più importanti dello scritto”.

Lei dà l’impressione di volerla far vedere più che di vederla, la realtà che fotografa, quasi sempre forzandola per metterne in risalto ipocrisie, falsi pudori, convenzioni ammuffite: “L’arte è così, non è come qualcuno pensa, che vada forzata, quello che faccio è darle la giusta proporzione, farla uscire allo scoperto, fare uscire le visioni, tirarle fuori, se per qualcuno vuol dire forzarle, allora va bene anche forzarle”.

Si offende quando qualcuno la definisce ‘provocatore’? “No, lo sono, ma nel senso che una volta veniva dato al termine, oggigiorno sembra una parola offensiva, ma provocare è necessario e io lo faccio e lo farò sempre”.

L’immagine dà potere

Lei ha seguito il filone della pubblicità, che sembra un mondo che limita la fantasia, l’estro e l’arte.

E invece è riuscito a fare arte. Nei giornali è possibile? “Il giornale fa arte, almeno prova a farla, l’arte è immagine e il giornale è immagine editoriale, quindi certo che è possibile. La mia prima immagine artistica che ricordo da bambino si riferisce come dicevo proprio a Clusone, la Danza Macabra, ero un bimbo e andavo a messa col carretto, mi ricordo quell’immagine, quell’arte. L’immagine serve al potere, l’immagine dà potere. La chiesa si serve di immagini, ha un potere pubblico grazie alle immagini, alla comunicazione, un potere politico, non produce niente, ma ha potere. È l’etica che fa la differenza”.

Il calcio, il buonismo, il terzo tempo, gli striscioni vietati. Massimo Fini ha fatto scalpore dicendo che lo scontro è energia, non si può soffocarlo. Lei è d’accordo?

“D’accordissimo, non si può sempre soffocare tutto, non tutto è negativo, nelle partite ci sono tante cose positive, poi qualcuno decide di mettere in evidenza solo quelle negative ma sugli spalti sono nate amicizie, ci si conosce, ci si sposa anche, negli stadi, non ci si può ostinare a far vedere tutto negativo, tutto questo buonismo poi mi sembra forzato, sarebbe più semplice far vedere la realtà che è fatta di altre cose, allo stadio ci si sente vivi.

Sentirsi vivi è la cosa più importante e lo stadio dà quest’emozione. Ci sono poi pochi tifosi che sfogano il loro complesso d’inferiorità facendo disastri ma quando uno ha complessi d’inferiorità non importa in quale luogo si trova, non cambierebbe nulla anche se non fosse allo stadio”.

Lei ha scritto libri sulla comunicazione, l’Inter oltre che comunicazione, fa fare comunicazione, tutti ne parlano sempre, bene o male, è sempre stata una squadra diversa dalle altre, perché?

“L’Inter è speciale, unica, gli altri la guardano con diffidenza, che poi rischia di diventare gelosia, perché tutto quello che è diverso fa paura, in realtà proprio perché è diverso diventa speciale. Quando non si riesce a collocare il ‘diverso’, lo si critica perché diventa paura, ma la critica rafforza l’unicità dell’Inter”.

Alda Merini una volta ha detto che la poesia riusciva a condensare in poche righe le emozioni che un libro riesce a dare in 300 pagine, un po’ come dovrebbe riuscire a fare una fotografia che riassume un intero filmato. È possibile?

“Possibilissimo. Ci sono immagini più importanti dei film, ci si sta seduti un’ora e mezza per niente, infatti non vado più al cinema, un’immagine dice già tutto, sta a trovarla e basta, andare al cinema oggi è perdere tempo, la tv poi è la cosa peggiore che c’è”.

La tv è come la droga

Oliviero Toscani allo stadio ci va, e sulla violenza negli stadi, sulla chiusura delle curve, una sua opinione ce l’ha bene in testa, il “terzo tempo”, una forzatura buonista o la strada giusta? “Vado allo stadio, mi auguro che sia la strada giusta ma quando uno è intelligente ha già capito come vanno le cose, come dovrebbero andare, se uno è cretino non capirà comunque il terzo tempo e nemmeno il quarto o il quinto tempo, non sono le regole che fanno la testa della gente”.

L’arte e lo sport, un binomio possibile? “Lo sport è l’arte del corpo quando si usa la testa però. Prendiamo uno sport che sembra c’entrare poco con l’arte. La boxe, quando si è intelligenti si diventa campioni, e quindi artisti, Mohammed Alì è diventato il campione più grande di quello sport, era intelligente, arte ed energia e viceversa”. Lei ha detto che ‘chiunque sia incapace di prendersi dei rischi non può essere creativo’, vale anche il calcio? “Certo, acrobazia e fantasia arrivano col rischio”.

Inutile chiedere a Toscani se e cosa guarda in tv, che della tv lui più che un’opinione ha il suo giudizio: “La tv è come la droga, non va usata, mai. Io leggo quotidiani, tutti i quotidiani possibili, parlo 5 lingue e quindi leggo anche i quotidiani esteri, quelli che mi capitano in mano, adesso sono in Francia e leggo quelli francesi”.

La campagna pubblicitaria a cui è più legato è quella della ‘Jesus jeans’: una scritta sul sedere di un jeans, ‘non avrai altro jeans al di fuori di me’, che campeggiava sotto un gigantesco e seducente sedere femminile che usciva da un paio di jeans tagliati sotto i glutei. Toscani che proprio con quella memorabile pubblicità-choc iniziò il suo trionfale cammino in quel mondo, Toscani che non rinnega niente: “Le mie campagne le rifarei tutte e magari ancora più estreme, più provocatorie”.

Torniamo all’inizio: ‘la creatività è un surplus d’intelligenza, è la possibilità che sta tra il cervello e il cuore’.

SCHEDA

Il genio che fotografava la fantasia

Oliviero Toscani, figlio del primo fotoreporter del Corriere della Sera, era nato a Milano il 28 febbraio 1942, aveva studiato fotografia e grafica alla Hochschule fur Gestaltung di Zurigo dal 1961 al 1965. Conosciuto internazionalmente come la forza creativa dietro i più famosi giornali e marchi del mondo, creatore di immagini corporate e campagne pubblicitarie attraverso gli anni per Esprit, Chanel, Fiorucci, Prenatal.

Come fotografo di moda ha collaborato per giornali come Elle, Vogue, GQ, Harper’s Bazar, Esquire, Stern etc nelle edizioni di tutto il mondo. Dal 1982 al 2000 ha fatto della United Colors of Benetton, creando per questa ditta l’immagine di marca, la sua identità e strategia di comunicazione, sviluppando anche la sua presenza online.

Nel 1990 ha ideato, creato e diretto Colors, il primo giornale globale al mondo, facendone un giornale di culto, seguito e copiato da tutte le avanguardie nel mondo della comunicazione. Nel 1993, ha concepito, inventato e diretto Fabrica, il centro internazionale per le arti e la ricerca della comunicazione moderna, facendo progettare la sede dell’architetto giapponese Tadao Ando. Fabrica, sotto la direzione di Toscani, ha prodotto progetti editoriali, libri, programmi televisivi, mostre ed esposizioni per United Nations, UNCHR, La Repubblica, Arte, MTV, Rai, Mediaset, e film che hanno vinto tre premi della giuria a Cannes e al Festival del Cinema di Venezia.

Il lavoro contro la pena di morte è stata un’esposizione richiesta in tutto il mondo.

Il lavoro di Toscani è stato esposto alla Biennale di Venezia, San Paolo del Brasile, alla Triennale di Milano, e nei musei d’arte moderna di Mexico City, Helsinky, Roma, Lausanne, Francoforte, e in altri musei del mondo.

Ha anche vinto numerosi premi come quattro Leoni d’Oro al Festival della pubblicità di Cannes, il Gran Premio dell’Unesco, due volte il Gran Premio d’Affichage e numerosi premi degli Art Directors Club di New York, Tokyo e Milano.

Toscani ha insegnato in due università e ha scritto vari libri sulla comunicazione. Fra il 1999 e il 2000 è stato direttore creativo di Talk Miramax a New York. Ha collaborato all’immagine di vari film, progetti televisivi e ha realizzato cortometraggi su problemi sociali, come l’anoressia, l’osteoporosi e la violenza giovanile. Nel 2003 ha diretto la pubblicazione degli ultimi trent’anni di storia per il quotidiano francese Liberation. Dopo più di tre decadi di innovazione dell’immagine, nell’editoria, pubblicità, fotografi a, film e televisione, si è interessato di ricerca della creatività dei linguaggi applicati ai vari media e lavorato con la Regione Toscana per la fondazione di un nuovo centro di ricerca della comunicazione moderna chiamato La Sterpaia. Toscani viveva in Toscana, produceva olio d’oliva e allevava cavalli.

Nel 2007 realizza una campagna choc contro l’anoressia che ha provocato, al solito, polemiche ma anche un film di un regista argentino presentato al Festival di Locarno. Lo stesso anno realizza anche una mostra fotografica dedicata alla “razza umana”. Due Accademie, quella di Firenze e di Brescia, gli conferiscono lauree ad honorem. Torna a collaborare con Benetton fino al 2020 quando entra in polemica con l’azienda per il crollo del Ponte Morandi.

Nel giugno del 2023 gli era stata diagnosticata l’amiloidosi e aveva reso pubblica la malattia nell’agosto 2024. Il grande fotografo aveva dichiarato di aver perso motivazione e voglia di vivere a causa di tutti i limiti imposti dalla malattia.