Flavio Bettineschi: “A noi piaceva, era passione, amore per la montagna, la nostra paga era essere felici”
Per capire cos’è stato l’alpinismo, quello “classico”, quello della pura “passione” riproponiamo l’intervista fatta a Flavio Bettineschi, sopravvissuto alla tragedia del Pukajirka dove morirono tre dei cinque alpinisti scalvini arrivati a due passi dalla vetta e travolti dal crollo di uno dei grandi muri di ghiaccio che avevano reso impossibile a tutte le spedizioni internazionali raggiungere la vetta. Due di loro quell’ultimo muro l’avevano superato, ma gli è crollato sotto i piedi. Si salvarono Rocco Belingheri (morto poi dodici anni fa) e appunto Flavio Bettineschi.
Rocco e Flavio. I due sopravvissuti alla tragedia del Pukajirka, nel 1981. Un rapporto che va oltre la montagna, che si fa montagna, che diventa montagna, quella montagna che unisce, che diventa cuore, roccia, guscio, infinito. Flavio Bettineschi quando racconta Rocco ha gli occhi che brillano: “Avevo 12 anni meno di Rocco ma lui mi diceva che ero più vecchio perché mi aveva sempre visto… sin da piccolo”. Già, tutto comincia un mucchio di anni fa: “Rocco andava con le capre, partiva la mattina da Carbonera, tutti portavano fuori le capre, lui passava, mi prendeva in spalla, avevo 3 anni, e mi portava sui gerù a la Glera, mi lasciava lì e poi saliva nel pomeriggio, succedesse adesso che si lascia un bimbo da solo in montagna lo arresterebbero”.
Flavio racconta: “La prima avventura con Rocco è stata sul Monte Rosa, io avevo 15 anni, lassù c’è il Placido, il nostro maestro, noi avevamo una giacca a vento, una corda che si usava per fare il fieno e pantaloni da pastore”.
Flavio sorride, altri tempi e una passione infinita per la montagna: “Scalavamo alla domenica, io, il Rocco e il Livio. La cordata si era formata prima col Livio, poi mi aggregai, cominciavo ad andare in montagna, a fare le prime salite, ero molto giovane, 12 anni meno di lui, ma avevo quella passione che ti fa dimenticare la differenza d’età. Mi chiamavano lo zingaro, si guardavano attorno e non c’ero più ‘dov’è il Flavio?’, andavano a cercarmi sulle rocce, ero sempre in giro, uno… zingaro. Io e Rocco abbiamo fatto la parete sud del Gigante del Monte Bianco, insieme a Placido, ci dice ‘andiamo a fare il dente del gigante’, prendiamo la roba da arrampicata, si parte, da Colere alla Val d’Aosta, io non avevo la patente, avevo 15 anni, ma sapevo guidare, e guidavo io. Arriviamo a Courmayeur, saliamo, rifugio Torino, attraversiamo tutto il ghiacciaio, ci troviamo di fronte il Dente del Gigante, lì, maestoso, bello, libero, guarda verso il versante francese, Placido accompagnava Enrico che era venuto con noi sulla via normale, io e Rocco scegliamo un’altra via, andiamo. Lui davanti, io dietro, la sud, la famosa via del Dente del Gigante, arriviamo in cima, un’esperienza meravigliosa”.
La racconta ed è come se fosse ancora lì, con Rocco. “Lo spazio era poco, passavano due lame, nella via normale a scendere abbiamo incontrato tanta gente, troppa, siamo tornati al rifugio Torino e siamo scesi”.
Montagne e montagne. Salite infinite verso il… Paradiso: “Come l’Albani, sulla corna delle quattro Matte, attaccati a un chiodo, in previsione di un bivacco avevamo costruito una specie di altalena sul vuoto, siamo rimasti lì tutta notte, nello stesso chiodo, nel sacco a pelo a dormire, dondolando nel vento in mezzo alla parete”.
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