Mio marito Paolo, l’uomo chiamato Moicano
Dopo 61 anni Araberara svela l’identità del misterioso personaggio indicato come il capitano che ordinò la strage di Rovetta il 28 aprile 1945.
Viale Ungheria è deserto, domenica mattina di un 6 di agosto, un vento tiepido, poco estivo, spazza le strade, qualche anziano in bicicletta e qualcun altro che porta il cane a passeggio. L’uscita è quella di Via Mecenate. La palazzina è al numero 15, un gruppo di case popolari, un giardino ben curato, numeri e lettere ad indicare un mucchio di appartamenti disposti a cerchio attorno a un piccolo prato. La signora Rita Marini Poduje, sta al secondo piano, scala C. Pochi minuti alle 11, suoniamo il campanello, ci aspetta, saliamo le vecchie scale, ci viene incontro sul pianerottolo, magra, viso curato, occhi chiari che scrutano chi ha davanti, nessun accento particolare, una stretta di mano e un sorriso cortese, ci fa sedere nel soggiorno dove ha preparato sul tavolo l’unica fotografia che ha conservato di Paolo Poduje, il Moicano, l’uomo che ha circondato di mistero i 60 anni di storia della Resistenza: “Quando Paolo si è ammalato abbiamo buttato via tutto, foto, documenti carte, ho conservato solo questa, è l’unica fotografia che c’è di mio marito, la foto risale a circa 15 anni fa”.

La mostra orgogliosa, sulla foto il Moicano è lo stesso di 40 anni prima, un po’ più brizzolato e con la giacca addosso invece della divisa, sguardo profondo e gli stessi capelli impomatati, un bell’uomo, anche lei però doveva essere una bella donna: “Sì, però lui era un’altra cosa”. Rita se lo mangia con gli occhi, come fosse lì con noi comincia il racconto: “Lo voglio ricordare così, perché il cancro se lo è portato via l’8 di luglio del 1999 e lo aveva distrutto. Ha preso il cancro più brutto che ci sia, una forma alle ghiandole del corpo, lo ha divorato, alla fine era uno scheletro, più magro di Gesù sulla croce, ma con la stessa resistenza, non si è mai lamentato una volta”. Sul tavolo anche un disegno di un cane lupo: “Ne avevamo uno simile, eravamo molto affezionati”. Rita, una donna di poche parole, misurate, quasi le pesasse prima di pronunciarle, nata a Vienna, madre tedesca e padre italiano: “Mio padre era di Gorizia, università a Vienna, come tutti gli italiani di quella zona allora. I miei suoceri invece erano di Gorizia”. Lei lo sa che suo marito è rimasto avvolto nel mistero per tutti questi anni? Che molti pensano racchiuda qualche segreto sulla Resistenza? “Noi non abbiamo mai raccontato niente a nessuno, qui non è mai venuto nessuno”. Forse nessuno li ha mai trovati, certo non fanno nulla per essere trovati: “Vita da soli, nessun rapporto sociale, i pochi amici di mio marito erano dei medici che venivano ogni tanto, per il resto nessuno. Solo una persona che veniva da Bergamo, Città Alta, un uomo più anziano di mio marito che ogni tanto veniva, si mettevano qui in soggiorno e io andavo di là, li lasciavo soli a ricordare quei momenti, quegli anni, poi basta, anche perché quell’uomo chissà se c’è più, mio marito avrebbe 91 anni e lui era più anziano”. Non è mai venuto un ricercatore di nome Angelo Bendotti? “No, mai visto né sentito nessuno con quel nome”. Il Direttore dell’Istituto bergamasco per la Storia della Resistenza e dell’Età contemporanea in un’intervista a L’Eco di Bergamo del gennaio di quest’anno disse di avere intervistato il Moicano “mesi fa” e di avere in serbo grosse notizie e di tenerle per un futuro libro, Rita sorride e smentisce: “Non è mai venuto qui, ne ha mai parlato con Paolo, lo saprei, noi eravamo una cosa sola”. Rita fissa i nostri occhi, non abbassa mai lo sguardo, fiera di quell’uomo e di quella vita strana, prima alla ribalta e poi in sordina, in un quartiere periferico di Milano, quasi nascosti, lei si chiude a riccio, non parla e non vuole parlare di quegli anni, di quei segreti che si porta dentro: “Mi ha raccontato tanto di quegli anni ma non ho niente da dire”. Forse per questo avete fatto sparire tutto? “Io ormai ho 85 anni, Paolo era malato, sapeva cosa aveva, non sappiamo nemmeno a chi andrà in mano questa casa, l’abbiamo lasciata all’associazione combattenti e reduci, abbiamo già sistemato tutto col notaio, ma come facciamo a sapere chi verrà e cosa ne avrebbero fatto dei documenti di mio marito? abbiamo deciso così”. Assieme ai documenti distrutte anche le foto, tranne quella che pubblichiamo qui: “Lui era così e così lo voglio ricordare. Ci siamo conosciuti subito dopo la guerra”.
Avevano smesso di sparare da una manciata di giorni: “Io cercavo di tornare a Milano, ero nella zona della stazione di Bergamo e chiedevo a tutti se andavano a Milano, cercavo un passaggio, Paolo mi ha fatto cenno di sì con la testa”, Rita lo ha seguito: “Siamo saliti in macchina, aveva preso un’auto dai tedeschi, lui che ne poteva prendere quante voleva perché era Capitano, e invece ne ha presa una sola, non guidava, non ha mai guidato, eravamo dietro, io e lui non ci conoscevamo”. In quel tragitto scoppia l’amore: “Non so, non ci siamo detti neanche una parola, ci siamo solo stretti la mano per tutto il viaggio, da allora siamo rimasti sempre assieme”. Da Milano Rita prosegue con Paolo sino in Istria dove abitavano i genitori di Paolo: “Era figlio unico, io invece avevo cinque fratelli maschi, io ero la più piccola, mio padre stava bene finanziariamente, faceva l’ingegnere ferroviario, poi aveva aperto una ditta, doveva sostituirlo uno dei miei fratelli, un bravo ragazzo, poi è morto tragicamente a 18 anni e lo ha sostituito il fratello ‘sbagliato’, basta dire che è andato a bombardare l’Inghilterra”. Alleato coi tedeschi quindi: “Già, quindi rapporti chiusi con la mia famiglia, chiusi per sempre. Anche per questo io e Paolo abbiamo voluto lasciare l’appartamento all’associazione non vorrei mai finisse ai miei parenti. Non li ho più visti”.
Abbassa gli occhi e guarda la foto di Paolo: “Lui voleva fare il medico, voleva andare in Africa a farlo, non lo avrebbe mai fatto qui in un ospedale o in un ambulatorio, era il suo sogno, poi la guerra, si è arruolato e ha combattuto gli anni più difficili. Lui e altri partigiani hanno creato un gruppetto, lui era un uomo di poche parole ma molto chiaro, diceva al suo gruppo ‘chi non se la sente se ne vada perché qui bisogna sempre essere pronti a scappare e combattere, si dovevano sempre spostare, magari anche di notte, all’improvviso”. Suo marito si faceva chiamare ‘Il Moicano’: “Lo so”. Mostriamo a Rita alcune foto di Paolo assieme ai partigiani durante le azioni in guerra, Rita non batte ciglio: “Le avevo già viste, me le ha mostrate tante volte”. Si ricorda le azioni che… “Non ne parlo”, quando si parla di azioni militari Rita è irremovibile, nessuna parola, per il resto racconta volentieri. Una cosa sola da vivi così anche con Paolo morto. Fedele fino in fondo, forse anche al silenzio: “Paolo non vorrebbe che ne parlassi, io rispetto la sua volontà, era un uomo eccezionale, unico”. Non ha mai sentito parlare dei fatti di Rovetta? Rita si zittisce per qualche secondo, non parla più, un lungo sospiro poi riprende: “Non parlo. Quando è morto ho rimosso tutto”. Rita racconta Paolo, non il Moicano, o forse vuole raccontare il vero Moicano attraverso Paolo. Non avete avuto figli? “Non ne abbiamo voluti”. Nei primi anni dopo la guerra Rita e Paolo abitano in Istria dai genitori di lui: “Stavamo insieme, non eravamo sposati, Paolo diceva che era meglio non spostarsi intanto che avevamo l’occasione di vivere bene insieme senza problemi”. Poi arrivano gli anni da sfollati: “I suoi genitori sono andati a Bari e noi siamo venuti a Milano, prima di trasferirci ci siamo sposati in Comune, probabilmente se non lo avessimo fatto non ci avrebbero permesso di uscire da là, erano anni particolari”. Rita e Paolo vanno ad abitare dall’altra parte di Milano: “In Via Sardegna. Da una mia amica, la nipote di un generale, quello per intenderci che mandò i soldati a morire in Albania, lei era una persona in gamba, ci ha aiutato molto”.
Dopo qualche anno Rita e Paolo si spostano in Viale Ungheria: “Siamo qui dal 1960. Mai più mossi, la casa ce l’ha data l’Inps, prima in affitto e poi l’abbiamo riscattata. Ogni tanto andavamo a Bari a trovare i genitori di Paolo, poi rientravamo”. Lei cosa faceva a Milano? “All’inizio nulla, poi sono diventata una parastatale, facevo l’impiegata”. Paolo invece non ha mai lavorato: “Si è iscritto a medicina, voleva già farlo prima della guerra, ma poi era partito volontario, il suo desiderio di andare in Africa c’era sempre, si è iscritto a Milano, qualche esame l’ha dato anche a Bari e a Padova. Durante il giorno studiava o leggeva libri, si interessava di tutto, avevamo la casa piena zeppa di libri, ce n’erano ovunque”. E adesso dove sono? “Anche quelli spariti, li abbiamo regalato un po’ a tutti, ragazzi che studiano e altra gente, cosa me ne faccio io?”. Paolo non lavora, Rita parastatale, una casa da riscattare, il sospetto che Paolo facesse ancora parte dei servizi segreti inglesi o che dall’Inghilterra gli passassero una pensione c’è, Rita rimane sul vago: “Non lavorava perché doveva studiare, leggere, informarsi, dall’Inghilterra non arrivava denaro, era in contatto con un gruppo di inglesi a Siena, si vedevano ogni tanto, non so perché. Aveva anche una divisa inglese. Poi è andato a Roma qualche volta per cercare di avere la pensione di guerra, dopo un po’ gliel’hanno data, diceva sempre che se fosse stato un fascista avrebbe preso di più, era una discreta pensione ma niente di più”. Parlava inglese o tedesco? “Con le lingue non ha mai avuto un buon feeling”.
Paolo che studia, che discute, che impara tutto in fretta e da solo, il contrario di quello che il Moicano appare sui libri, dove sembra un duro e basta: “Era intelligentissimo, gli mancavano solo due esamini alla fine, anche facili, ha detto basta, mi ha guardato e mi ha spiegato ‘In Africa ormai non vado più, cosa me ne faccio del titolo di medico?’, lui era così, se una cosa non la si usa non la si porta a termine. Ma ne sapeva tantissimo di medicina, i medici che lo curavano erano affascinati dalla sua persona, dicevano sempre che ne sapeva più lui di loro. Per questo quando ha saputo cosa aveva ha pianificato tutto, abbiamo fatto sparire tutto, sapeva a cosa andava incontro, ma non si è mai lamentato, ha fatto una fine orribile. Qui con noi c’era un infermiere che lo assisteva, lo ha assistito sino alla fine, mi ha detto che quando lo toccava e lo medicava sentiva dolori tremendi ma non lo ha mai sentito lamentarsi una volta. Niente di niente. Avevo anche chiamato la lega per l’eutanasia ma non è stato possibile applicarla. Adesso lo voglio ricordare solo com’era prima di ammalarsi”. Rita e Paolo una vita assieme, del Moicano delle montagne partigiane nei ricordi di Rita non c’è traccia, un uomo, un marito, un pezzo di cuore, forse più di un pezzo, forse tutto il cuore di Rita: “Se dovessi definirlo? Eccezionale, non ho altre parole”. Non siete mai tornati in Valle Seriana o nelle montagne della bergamasca? “No, mai più tornati, abbiamo fatto qualche gita in montagna con amici ma in Val Fornazza. Altra zona, altra provincia”. Moicano che chiude i rapporti definitivamente con le valli bergamasche e che prova a essere dimenticato nel cuore di Milano. Cosa facevate a Milano, come passavate le giornate, le settimane, gli anni, voi due soli senza nessuno, parenti, figli o amici? “Stavamo assieme, sempre assieme. Lui veniva al lavoro da me e andavamo fuori, camminavamo ore e ore per Milano, la giravamo tutta a piedi, lui non aveva la patente, non guidava, ha imparato poi tardi ma aveva un problema agli occhi e quindi preferiva non prenderla”. Rita ci tiene a precisare: “Ha imparato in fretta, lui imparava tutto in fretta”. Milano notte e giorno: “Sì, capitava anche che tornavamo a mezzanotte, stanchi e felici come due ragazzini”. Innamorati come quel giorno in auto: “Sì, sempre innamorati, andavamo spesso anche al cinema, non solo film d’azione ma tutto quello che capitava o che pensavamo potesse piacerci”.
Poi la politica: “Seguiva tutta la politica, dibattiti, incontri, era di sinistra ma non condivideva molto di questa sinistra, diceva sempre che il vero comunismo era morto quando sono stati uccisi quelli che in Russia avevano combattuto per renderla libera. Non aveva mai avuto tessere di partito”. Lui che comunista lo voleva essere fino in fondo, forse anche troppo: “Una volta eravamo in centro a Milano e ha visto una stilografica in una vetrina, mi ha detto: ‘che bella penna stilografica. Io poi gliel’ho comprata, mi ha fatto una scenata, a momenti me la butta addosso, diceva che noi ci volevamo bene e dovevamo comprarci assieme le cose che piacevano entrambi. Non voleva regali e nemmeno ne faceva, così come non festeggiavamo nessuna ricorrenza, non mi ricordo nemmeno il giorno che ci siamo sposati, lui era così e io sono diventata così”. Paolo con un passato da sportivo: “Amava il canottaggio, l’ha anche praticato per diversi anni, poi quando siamo arrivati a Milano basta, aveva un gran fisico, era molto forte, anche con la malattia ha combattuto sino alla fine. Prima di avere il tumore ha avuto un grosso problema all’aorta, poi è misteriosamente passato e quando è sparito e ha saputo di avere il cancro mi ha detto ‘bene,. Adesso so che con questa malattia farò in fretta’ e così è stato”. Paolo era cattolico? “No, noi non siamo mai andati in chiesa ma era molto più buono di tanti che ci vanno”. Non crede all’aldilà? “No. Non vado nemmeno a trovarlo al cimitero, lo ricordo qui. Paolo si è fatto cremare e anche io ho dato disposizione che alla mia morte voglio essere cremata”.
Quando ci accompagna alla porta sorride e ringrazia quasi che avere parlato di Paolo o del Moicano con qualcuno gliel’abbia riportato lì attorno al tavolo per un’ora, stiamo uscendo, un’ultima cosa, ma com’era con la gente? “Buono, molto buono ma sapeva anche essere cattivo, molto cattivo”. Ci salutiamo è quasi mezzogiorno, Rita ci stringe la mano, ci guarda negli occhi: “Dite a chi vuole venire di non farlo, io non ho niente da dire, quello che dovevo dire l’ho detto adesso, altro non c’è, documenti non ce ne sono e nemmeno ricordi perché io ho rimosso tutto con la morte di Paolo”. Rita non aggiunge altro e sorride di nuovo, la porta si chiude e Rita rimane lì, con la foto del suo Paolo che di Moicano ha solo il nome di battaglia.
L’uomo piovuto dal cielo
(p.b.) Era l’uomo misterioso, piovuto dal cielo (letteralmente, in un lancio: ma già si discordava se sul Mortirolo o sul Farno), l’uomo discarica delle colpe e dei rimorsi collettivi, la probabile spia inglese, il capitano cui nessuno poteva dire di no (per quale autorità non si è mai capito), insomma il capro espiatorio di una strage consumata sul mezzogiorno del 28 aprile di 61 anni fa davanti al muro di cinta del cimitero di Rovetta, dove qualche colpo forò il muro (come da foto) ma la maggior parte entrò nei corpi di 43 giovanissimi militi fascisti della Tagliamento, che si erano arresi al comando partigiano, un comando senza più comandanti, visto che quel giorno se n’erano andati chissà perché chi da una parte chi dall’altra. Come non c’erano i comandanti delle formazioni partigiane delle valli, tutti in tutt’altre faccende affaccendati quel giorno, mentre i loro uomini erano arruolati per il plotone d’esecuzione, anche se qualcuno vide un’auto nera, una Fiat 1100, posteggiata con dentro… Voci, versioni che negli ultimi anni hanno cercato di edulcorare una strage inutile, fatta quando alle sette del mattino dello stesso giorno era stata firmata la cessazione di ogni ostilità e quell’accordo di resa tedesca e fascista era stato comunicato a tutti i comandi partigiani. Ecco perché la strage di Rovetta non è mai stata celebrata, come invece sono commemorati altri fatti che pure lasciarono morti sul campo, da una parte e dall’altra. Il fatto è che quella strage, come quella della sera dello stesso giorno a Schilpario, dalla parte fascista, imbarazzava in quanto niente la poteva giustificare: non era più un fatto di guerra (essendo stata firmata la resa) ma una vendetta gratuita. Oh sì, la vendetta non è mai gratuita. Eppure non è contemplata nelle pur feroci leggi di guerra, come la rappresaglia, usata abbondantemente da parte tedesca e fascista in ambito di guerra aperta. Ma in quel mezzogiorno del 28 aprile l’uccisione diventava vendetta, addirittura omicidio: certo è l’ipocrisia delle convenzioni umane per cui l’uccisione dei nemici in guerra è atto di eroismo e quella degli stessi nemici arresisi un atto di barbarie, come certe azioni denunciate in tanti film da parte dei cattivi delle storie e della storia, in genere i tedeschi, i giapponesi o appunto i fascisti. Difficile anche per la filmografia americana accettare i massacri in Vietnam ma prima ancora lo sterminio dei pellerossa e poi le torture in Iraq. Per gli italiani (“brava gente”) ancora più difficile accettare gli stessi comportamenti ritenuti appunto “barbari”. Barbari al punto che si istituì un processo: nel 1949 il Giudice Istruttore di Bergamo chiede di interrogare 26 persone. Il Moicano è in cima alla lista, perché così lo indicano le prime testimonianze. Si sa che è stato paracadutato alla fine di marzo del 1945 con un lancio alleato, si sa che è esperto di “armi ed esplosivi”, si sa che sulle spalline del giubbetto, nelle fotografie, ci sono tre stellette, grado di Capitano del Corpo Italiano di Liberazione e sul braccio destro il distintivo di appartenenza alle truppe speciali inglesi. Viene paracadutato con radiotelegrafisti inglesi. Ma il Tribunale non riuscirà mai a interrogarlo, non lo rintraccerà mai. Il Comandante della Divisione Orobica, Prof. Redaelli e il comandante della “Camozza” dott. Lanfranchi diranno di non conoscere la sua identità. Eppure gli “obbedivano” come da testimonianza di Lanfranchi al maresciallo del Carabinieri Guerini.
E così quella figura ha fatto comodo per 61 anni: il Moicano, il mitico Moicano, aveva sì una faccia nelle fotografie, ma nessuno sapeva niente, come si chiamasse, perché fosse piovuto dal cielo e a fare che cosa: lo si è descritto come un uomo collerico, feroce, determinato. Tanto era scomparso, non si è mai più fatto vedere, gli si poteva addossare tutta la colpa della strage di Rovetta. Perché poi uno venuto da fuori covasse tanto gratuito rancore al punto da far fucilare 43 giovani inermi non ce lo si è mai chiesto, ai “forestieri” si può attribuire ogni nefandezza.
Beh, adesso il Moicano, dopo 61 anni, ha un nome e un cognome, ha ancora una moglie. Lui è morto da sette anni, c’è una piccola lapide (anche qui, come da foto) nel cimitero di Lambrate, reparto 122 degli ossari, tomba 610, bisogna percorrere un lunghissimo viale per arrivarci. Come bisogna districarsi tra i numeri e i sottonumeri di un quartiere popolare per suonare al campanello della vedova.
Noi l’abbiamo fatto, noi abbiamo scoperto la storia di quest’uomo, noi abbiamo intervistato la vedova. Dopo 61 anni, e ci pare di non aver fatto nemmeno uno sforzo titanico per svelare il mistero. “Sì, lo chiamavano Moicano” dice la sua donna, con i suoi capelli corti bianchi, che sa difendere il suo uomo, che con lui non è andata ad abitare in chissà quale covo segreto, macchè, quartiere milanese, ci stava da più di 40 anni, bastava suonare un campanello.
E’ morto di una malattia terribile, si è fatto promettere dalla moglie di cancellare tutto, alla vedova rimane una foto, una foto che ricorda quelle fatte in quei primi mesi del 1945, sulle nostre montagne, in cui il Moicano appariva ai lati del gruppo, quindi non il comandante. Era invecchiato bene, la foto che riproduciamo la vedova l’ha datata una ventina di anni fa, una quindicina prima che morisse.
Non che il Moicano adesso sia escluso dalla responsabilità di quella strage, adesso che non può più raccontare quello che probabilmente non ha mai potuto raccontare. Su di lui i servizi segreti inglesi hanno un file che non hanno ancora aperto, che dicono di non poter ancora aprire. Lo abbiamo saputo noi, possibile che tutti i ricercatori che hanno scritto libri, hanno tenuto conferenze su questa brutta storia del 28 aprile 1945, non abbiano alzato il sedere, non si siano dati da fare per trovare quell’uomo? Forse faceva comodo fosse sparito, diventasse davvero la discarica delle colpe collettive. La notizia che diamo tranquillizzerà questi “storici”, il Moicano è morto, la moglie o non ricorda o recita la parte di chi ha la consegna, quasi testamentaria, di non parlare.

