Don Bravi: due volte il Moicano mi disse che lui con la strage non c’entrava per niente
Dopo la raccolta delle deposizioni da parte del Maresciallo Guerrini, si muove direttamente la Pretura, che rifà gli interrogatori. Qualcuno cambia decisamente la deposizione. Si avverte, leggendole, che c’è in qualcuno la preoccupazione di aggiustare il tiro. Vi proponiamo quindi alcune di queste nuove deposizioni, mentre qui a fianco concludiamo la pubblicazione di quelle raccolte dal Maresciallo Guerrini. Cominciamo dal testimone per eccellenza, il parroco di Rovetta Don Giuseppe Bravi, di cui ripubblichiamo la scheda che abbiamo proposto sul numero del 16 giugno scorso a pag. 39, insieme alla relazione che Don Bravi inviò al Vescovo di Bergamo Mons. Adriano Bernareggi, al Prefetto e al Comando Alleato. Abbiamo tre documenti; una lettera, datata 27 gennaio 1946, inviata alla famiglia Fraja (uno dei fucilati a Rovetta si chiamava Bruno Fraja); la sua prima deposizione fatta al Vice Pretore di Clusone, Avv. Giuseppe Pellegrini il 30 dicembre 1947; la sua seconda deposizione raccolta dal Pretore di Clusone G. B. Veronesi. In entrambe queste deposizioni Don Bravi sottolinea che il Capitano Mojcano (che non nomina mai, ma è facilmente identificabile come “Ufficiale Alleato”, unico presente quel giorno a Rovetta) andò da lui per dirgli che non c’entrava nulla con la fucilazione dei 43 militi della “Tagliamento”, quel 28 aprile 1945 al cimitero di Rovetta. I documenti vengono trascritti fedelmente così come battuti a macchina, rispettando anche gli errori. La sigla D.R. o A.D.R. nelle deposizioni sta per “A domanda risponde”. Ecco la lettera del 1946:
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“A Rovetta ci siamo Liberati da soli…”
Dist.mo Signore, come addetto all’Ufficio Notizie ho avuto dal Sindaco di Rovetta la di Lei lettera, alla quale rispondo subito, come giorni or sono ho scritto al Rev.mo Parroco della cattedrale di Veroli. Suo nipote Fraja Bruno, con altri 46 compagni è disceso dalla Cantoniera della Presolana per consegnare le armi al sottoscritto e a un altro ufficiale che mi coadiuvava. Qui a Rovetta sono stati accolti bene: li ho fatti ricoverare nelle scuole come prigionieri, provveduti del cibo e di tutto il necessario, come si addice a prigionieri. Qui i partigiani non erano venuti per liberarci: ha pensato la brigata popolare formata da me, questo perché possa spiegarsi ciò che espongo qui sotto.
Trattenevo questi giovani, quasi tutti minorenni, come prigionieri in attesa di consegnarli al Comando Alleato, quando il giorno 28 aprile (si eran consegnati il giorno 26 di sera) verso le ore 10, capitarono dei partigiani, senza essere chiamati da alcuno, e, rimproverandomi di essere troppo buono, li hanno presi, e, senza alcun giudizio, li hanno fucilati. Mi hanno concesso di assisterli ed io li ho preparati meglio che ho potuto. Sono morti con grande coraggio, offrendo a Dio la loro vita. Pensi quanta forza hanno avuto: mentre li fucilavano, chiamavano il loro confessore e mi dicevano di pregare per loro, di celebrare la Messa per loro. I responsabili erano scappati, questi, non avendo sulla coscienza se non quello che di appartener alla Tagliamento, ma discesi a farsi prigionieri, aspettando di essere rispettati secondo la legge internazionale. Io che ho fatta tutta l’altra guerra ma conosco come devon essere trattati i prigionieri, ho fatto di tutto per salvarli, ma solo quattro ho potuto salvarne: i più piccoli, di 14-15 anni. Il Signore mi ha aiutato ad assisterne 43: che quadro doloroso!!! Non posso ricordarlo senza piangere.
Sono sepolti in fosse comuni senza distinzione, perché gli esecutori non hanno lasciato segni di identificazione: quindi le famiglie non potranno riconoscere la salma.
Non dica alla Mamma del povero Bruno tutto quello che ho scritto: a lei ho potuto manifestarlo, perché, essendo un uomo, ha la forza. Mi perdoni anche se non ho scritto bene: alla distanza di tanti mesi, sono ancora tanto impressionato!
Voglia gradire i miei ossequi e dica alla Mamma di Bruno che, non potendo dare un bacio a lei, prima di morire, l’ha dato a me per lei.
Dev.mo
Sac. Bravi d. Giuseppe – Prevosto di Rovetta (Bergamo) – 27 Gennaio 1946
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La prima deposizione al Vice Pretore: 1947
L’anno millenovecentoquaranta7, il giorno 30 del mesi di Dicembre, ad ore 9 in Clusone, Avanti di Noi Avv. Giuseppe Pellegrini, V. Pretore, assistiti dal sottoscritto Cancelliere, è comparso il testimone (…) interrogato quindi sulle sue generalità esso risponde:
Bravi don Giuseppe fu Andrea, di anni 58 Parroco di Rovetta. D.R. “Il 26 sera dell’aprile 1945 arrivarono a Rovetta trasferiti dalla Cantoniera della presolana un gruppo di uomini di 47 persone al fine di arrendersi; furono presi in consegna dal maggiore Pacifico e dal capitano Mach paracadutista che aveva in nome di battaglia Antonio; io mi preoccupai di trovar loro una sistemazione nelle scuole dove infatti vennero sistemati la sera stessa; dopo aver dato il loro nominativo; nelle scuole rimasero fino alle ore 10,30 del mattino del 28 Aprile.
A tale ora giunsero dei camion (due o tre) carichi di partigiani i quali dopo disarmato le sentinelle che custodivano le scuole, le quali sentinelle avevano l’ordine preciso di non lasciar entrare nessuno per evitare che venisse usata violenza ai militari della tagliamento in casa custoditi. I militari della Tagliamento vennero quindi portati sulla piazza antistante alla chiesa e malmenati.
A questo punto io intervenni protestando energicamente per quanto stava avvenendo, facendo altresì loro presente che non avevano nessun diritto di intervenire in fatti che riguardavano Rovetta ed ove non avevano mai preso parte ad operazioni militari. Cercai invano un comandante che la avesse la responsabilità di questi partigiani, ma non trovai alcuno, pur risultandomi che i comandanti si trovavano a Rovetta o molto vicino: infatti alla mattina alle ore nove circa avevo parlato con un comandante di partigiani a nome Walter. Il maggiore Pacifico era alla Cantoniera della presolana per ricevere la resa dei Tedeschi che doveva aver luogo alle ore 8,30 del 28. Il Capitano Mach pur non avendo alcun incarico per la resa dei tedeschi l’aveva accompagnato lasciando così la piazza di Rovetta senza alcun responsabile di comando. A questo punto malgrado le mie ripetute suppliche di non commettere delle azioni nefande e di aspettare che venissero processati regolarmente in quanto si trattava di prigionieri di guerra, vennero incolonnati e portati al cimitero. Mi decisi a seguirli quando capii che era nell’intenzione dei suddetti partigiani di procedere all’esecuzione degli uomini della tagliamento, in quanto gli stessi mi dissero chiaramente che se andavo a confessarli, bene, altrimenti li fucilavano lo stesso.
Al cimitero dopo lunghe preghiere ottenni che i tre più giovani dell’età di 14 o 15 anni venissero esentati dalla carneficina. Frattanto gli altri vennero da me preparati a gruppi di cinque per volta alla morte, confessandoli. E con la parola del perdono sulle labbra vennero cinque per volta fucilati. Esecutori materiali dell’esecuzione furono cinque o sei partigiani parte di Clusone e parte di Lovere, Facenti capo chi alla Brigata Camozzi e chi alla Montagna. Tra questi ho riconosciuto perché gli avevo già parlato anche in piazza e perché anche indicatomi da altri, il partigiano col nome di battaglia “Fulmine di Costa Volpino di cui non sono in grado di dare le generalità. –
Ignoro come si chiamassero gli altri. Ne vennero fucilati 43, tre furono salvati come ho detto sopra ed uno riuscì a saltare dalle finestre delle scuole e si riparò in casa mia dove rimase nascosto per tre mesi. Il salvato si chiamava Cacciolo Ferdinando di Anagni.
D.R. No so chi abbia dato l’ordine di fucilazione. So però di preciso che non è stato affatto a dare tale ordine l’Ufficiale alleato di collegamento in quanto per ben due volte è venuto a dirmi in tale mattinata e mi ripetè che non c’entrava per niente in quanto stava avvenendo.
A.D.R. Il maggiore Pacifico si trova attualmente alla Sussistenza Militare di Milano e all’epoca della fucilazione non era presidente del C.L.N. in quanto che in C.L.N. s’è formato qualche tempo dopo.
A.D.R. Non so dove possa trovarsi attualmente il capitano Mach.
Non so altro”.
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Seguono la firma di Don Giuseppe Bravi (per esteso) e le sigle del vice Pretore e del Cancelliere.
Quindi a sorpresa, da questa deposizione, emerge, sorprendentemente rispetto alla versione fatta passare come certezza, come “L’Ufficiale alleato”, vale a dire il Moicano, in quanto altri erano tutti altrove, volle precisare che lui non c’entrava nulla. Don Bravi lo ribadisce un anno dopo al Pretore G. B. Veronesi che lo reinterroga il 23 dicembre 1948.
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La seconda deposizione al Pretore: dicembre 1948
E’ comparso Bravi don Giuseppe fu Antonio di anni 59, parroco di Rovetta. D.R. “Confermo il mio precedente esame. Ho dato alloggio e vitto ai 43 militi che si arresero la sera del 26 aprile 1945. La mattina del 28 di detta data, verso le ore 10,30 arrivarono in Rovetta dalla via Clusone due camion di partigiani i quali si fermarono vicino in via Fantoni allo scopo di prelevare i prigionieri. Io fino a quel momento nulla sapevo della sorte di questi ultimi. Assistendo a ciò in un primo tempo mi convinsi che gli stessi prigionieri dovevano essere tradotti in qualche campo di concentramento, ma subito dopo appena incolonnati mi si presentò uno dei partigiani mandato dai suoi compagni d’armi “Fulmine” il quale mi fece presente che se li avessi confessati davano l’anima a Dio in stato di grazia, altrimenti avrebbero proceduto alla fucilazione lo stesso.
Io, non trovando sul luogo e nello stesso momento i capi dei partigiani per poter prestare la opera di intercessione, quale padre spirituale andai con loro. I partigiani diressero il plotone verso il cimitero di Rovetta e lì a gruppi di 4 o 5 alla volta li passarono per le armi. Dopo la fucilazione, dopo un paio di mesi sono andato a Milano a trovare il maggiore Pacifico e gli domandai se lui fosse a conoscenza di chi avesse dato l’ordine di fucilazione dei 43 militi della tagliamento. Il maggiore Pacifico alla mia domanda rispose: Ho incontrato i comandanti dei partigiani della zona e mi dissero li facciamo fuori. Io risposi di non volerci entrare.
Queste sono le testuali parole del maggiore Pacifico.
D.R. I partigiani che procedettero alla fucilazione dei militi erano, ritengo, in numero di sei.
Il comandante ed esecutore dell’eccidio era il “Fulmine” di Costa Volpino certo Torri Battista. Tra gli esecutori ve ne erano due di Clusone che non so né il nome di battaglia ne il vero nome.
D.R. La mattina del 28 giorno della fucilazione, ho incontrato e parlato con il comandante partigiano Walter cioè Fornoni Zaverio, in casa Marinoni, il quale mi disse che se avessi avuto bisogno di qualche cosa mi rivolgessi pure a lui. Pertanto il Fornoni Zaverio, il giorno della fucilazione doveva trovarsi in Rovetta avendogli appunto parlato un paio d’ore prima. Non so se il dott. Lanfranchi fosse presente in Rovetta in quel momento, ma certamente egli doveva trovarsi in Clusone.
Ho potuto accertare che al momento dell’esecuzione tutti i capi partigiani s’erano allontanati dal luogo stesso e non vi presero parte materialmente. Ricordo che un ufficiale che parlava in italiano che era nella zona, prima che avvenisse l’esecuzione, venne da me per dirmi che lui non c’entrava nel proposito di uccidere i 43 militi. Durante l’esecuzione costui fermatosi con la macchina in fondo al viale del cimitero, mi venne incontro e mi disse: Le torno a ripetere che io non c’entro in questo fatto, questa è la giustizia partigiana; ed al mio invito di salvare qualcuno mi disse”
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Purtroppo il documento non riporta a questo punto che la firma del prevosto di Rovetta, non la risposta di quello che in tutta evidenza era il Moicano, che dunque era in quella auto di lusso in fondo al viale, come testimoniò l’ex sindaco di Rovetta Raimondo Marinoni (vedi ultimo numero di Araberara a pag. 2) e salì due volte a parlare col parroco. E adesso sappiamo cosa gli disse: voleva prendere le distanze dall’eccidio. Non che fosse uno che andava per il sottile, come vedremo da un’altra sommaria uccisione, avvenuta a Clusone, di cui parleremo nei prossimi numeri. Ma Don Bravi fa sapere che il Moicano da quella strage di Rovetta ci teneva a prendere le distanze. E che non era stato lui a ordinare l’eccidio.

