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Il 18 agosto 2009 moriva Nanda Pivano, che fece innamorare Pavese ed Hemingway ma sposò la poesia, la letteratura e la musica

Quando l’ho conosciuta, io ero una pischella, che lo scrivo con pudore quell’io l’ho conosciuta perché è fastidioso raccontare gli altri parlando magari di sé, non so se vene siete accorti, quando muore qualcuno, è un fiorire di memorie con l’incipit ‘io l’ho conosciuto’ ‘mi disse che…’, ecc. Un passo indietro. E’ necessario un passo indietro. Lasciare il protagonista al protagonismo. E all’incanto. Queste poche righe le devo comunque fare perché quello che trovate qui sotto forse nei libri non lo troverete mai, solo per questo piccolo motivo, che queste storie le abbiamo sentire raccontare direttamente dalla protagonista. Da Nanda Pivano. Che non solo ha cambiato la letteratura, ma anche la vita dimolte persone. In meglio. Quello che leggete qui è l’articolo pubblicato sul numero di Araberara del 2 agosto 2024, in occasione del 15° anniversario della morte di Nanda Pivano.

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C’è una ragazza che in questi giorni compie 15 anni di Paradiso, che poi forse ne avrebbe fatti 106 sulla terra, ma il tempo con lei poco importa. C’è una ragazza che sorride con lo sguardo e parla con gli occhi e traduce sogni da sempre. C’è una ragazza che ci ha portato l’America e l’America l’ha seguita dappertutto su pezzi di carta bianca da riempire di incanto.

Questa ragazza si chiama Nanda Pivano, nata a Genova il 18 luglio del 1917, morta la sera del 18 agosto 2009, a Milano, una calda sera di agosto, Nanda era ricoverata da qualche tempo in una casa di cura, la Clinica don Leone Porta, circondata da mucchi di parole di carne e da amici che andavano a trovarla e bevevano dai suoi occhi che da tempo non vedevano più, quel sogno di libertà che non aveva bisogno di pupille ma aveva avuto bisogno del suo cuore. Quel cuore che aveva spalancato su un mondo allora sconosciuto in Italia.

C’è una ragazza che delle date non sapeva che farsene, per lei contava altro, i sogni che diventavano parole e le parole che diventavano sogni.

C’è una ragazza che ha ‘contaminato’ migliaia di giovani con quei sogni, li ha seminati, li ha coltivati, li ha sbattuti addosso a tutti e li ha visti venire come un orgasmo di Verità.

C’è una ragazza che si è bevuta tutto, fino all’estrema goccia di vita, non scomodiamo il ‘probabilmente’ ma usiamo il ‘certamente’.

Nanda è stata certamente la più grande traduttrice italiana e anche Europea. Perché lei non traduceva solo parole, lei traduce stati d’animo.

C’è una ragazza che dovrebbe finire su tutti i banchi di questa scuola, con le sue traduzioni, e invece se fate un giro e chiedete ai ragazzi che conoscete o che vivono con voi, e chiedete se la conoscono, ti guardano come se stessi parlando di un extraterrestre, e forse Nanda un extraterrestre lo è. Perché, se i ragazzi leggono sempre meno un motivo ci sarà… ma a Nanda di questo non gliene fregherebbe niente, impegnata a cercare la bellezza delle parole di carne.

Se sui nostri scaffali, nelle librerie e biblioteche possiamo sognare con Jack Kerouac ‘Sulla strada’ o con Ernest Hemingway in ‘Addio alle Armi’ è solo per lei, per questa ragazza fuori dal tempo e dentro al mondo.

Hemingway, Scott Fitzgerald, Faulkner, Kerouac, Bukowski, Corso, Ferlinghetti: i miti della lost e beat generation. I pilastri della letteratura americana, quando il sogno americano era il Sogno con la ‘S’ maiuscola e non un clamoroso cinepanettone come lo è diventato ora con la coppia Biden-Trump.

«Quando Ernest si innamorava voleva sposarti»

Questa ragazza rischia la galera quando i nazifascisti trovano in un cassetto il manoscritto di “Addio alle Armi”, che traduce clandestinamente in lingua italiana.

La frase piena di trepidazione di Ernest Hemingway mentre l’abbraccia, accogliendola durante un soggiorno a Cortina, è rimasta emblematica: “Tell me about the nazi…”.

In questi lunghi giorni di agosto andate a prendervi i ‘Diari 1917–1973’ intensa autobiografia edita da Bompiani, dove trovate perle e testimonianze spaziali di Erica Jong, Bret Easton Ellis, Jay McInerney, Gary Fsketjon, presenze di una vita condivise assieme. In mezzo a questi ricordi si alternano le riflessioni su quei tempi di ribellione, rivolte e crisi, momenti che hanno segnato un’epoca e Nanda di quell’epoca è stata protagonista, attivista, mai ferma, mai sazia, mai doma.

Questa ragazza che un giorno raggiunge la Finca Vigia di Cuba, dove l’aspetta Ernest Hemingway. Dopo quel primo incontro a Cortina, in occasione della traduzione di “Addio alle Armi”, Papa, come lo chiamavano all’Avana, accoglie la sua pupilla con… attenzione particolare e Nanda glissava su questo. “Quando Ernest si innamorava – raccontò Nanda – voleva sposarti. E così fece con me, ma naturalmente la sua era una evidente esagerazione che mirava a un solo scopo. A quei tempi ero molto carina e insomma ci provò. Però la mia educazione vittoriana ha sempre avuto la meglio e non ho mai voluto mescolare il lavoro a implicazioni di altro genere. Anzi gli risposi: sai in quanti vorrebbero portarmi a letto? Ebbene i casi sono due: o faccio la prostituta o scrivo. Due lavori assieme sono troppo pesanti…”.

Questa ragazza che era la migliore amica del più grande scrittore in quel momento al mondo, quell’Hemingway che si sparò e Nanda che andò a piangere sulla sua tomba nel cimitero di Ketchum, e Nanda raccontava che, mentre era lì e scendevano le lacrime, spuntò un coyote, che lei descrisse così ‘con un manto variopinto dei classici colori di Armani’.

Kerouak volle vicino solo lei

Questa ragazza tradusse il secondo libro più venduto al mondo dopo la Bibbia, ‘On the road’ ovvero ‘Sulla strada’ di Jack Kerouak e lo portò in Italia pagandogli il biglietto e tutto quanto serviva per intervistarlo in Rai. E lui arrivò completamente ubriaco, ma talmente ubriaco che dovettero portarlo fuori in braccio. Kerouak volle vicino solo lei, si fidava solo di lei.

Questa ragazza che però ogni volta tornava a Milano. Prima in Via Cappuccio 19, una casa con un terrazzo dove Jack Kerouac le autografò la copia di “Sulla Strada” che aveva tradotto nel 1958 per Mondadori e dove passarono in tantissimi, da Chet Backer a Gregory Corso.

Contro il capitalismo ma beveva solo Coca Cola

Erano gli anni Sessanta. Poi dal dicembre 1966 in Via Manzoni 14 dove nacquero esperienze forti di controcultura. E poi in Via Senato, dove ci si incantava di fronte alla serigrafia originale della Marilyn Monroe di Andy Warhol.

Questa ragazza che casa sua la teneva sempre aperta per tutti, amici, scrittori, cantanti, registi, e le sue risate erano impressionanti, rimbombavano davvero di parole di carne. Quella sua grande poltrona dove sprofondava mentre apriva una Coca Cola, lei che combatteva il capitalismo americano e poi però beveva solo quella. Ma era il bello.

È il bello di questa ragazza eterna. Eterna come le contraddizioni del mondo. Quella casa ora è vuota, ed è un vuoto pesante, immenso, infinito. Lei che guardava la marea immensa di libri e documenti che erano ovunque e sospirava. “Chissà che fine farà tutta questa roba…”.

Aveva deciso di donare tutto, lei donava sempre tutto. E donò tutto. Peccato che quel dono lo colgano in pochi, troppo pochi. Ma in fondo Milano le ha voluto e le vuole ancora bene, le ha dedicato una piazza, nella zona ‘figa’ del quartiere Romolo, un posto innovativo e per niente banale, come era lei, che ripeteva sempre: “La bellezza e la poesia sono le uniche due cose che ci possono permettere di andare avanti”.

Questa ragazza, allieva preferita di Cesare Pavese. Amica intima di Fabrizio De Andrè, sapeva interpretare ogni consonante, ogni vocale, sapeva dare un’anima a ogni parola. Cercava sempre cose nuove, non smetteva mai di imparare, degli anni Cinquanta di cui si dice poco o niente diceva: “Gli anni Cinquanta erano stati per la musica più creativi, innovatori e tecnologicamente impegnati di quanto sia mai accaduto nella storia: erano nati un po’ come conclusione e insieme reazione del movimento futurista e un po’ come sfruttamento dei nuovi mezzi tecnici di riproduzione e registrazione del suono allora disponibili”.

Questa ragazza ci ha portato e tradotto l’Antologia di Spoon River che alla fine ha segnato non solo la letteratura ma anche la musica e il cinema italiano.

Le lettere a Nanda di Pavese innamorato

Generico agosto 2025

E poi… questa ragazza, e forse pochi lo sanno, aveva fatto perdere la testa a Cesare Pavese. C’è uno scambio di lettere fra loro due che sono un monumento all’incanto dell’amore.

La prima lettera è datata 22 agosto 1940 e poi ne seguono altre e altre e altre… Il 20 ottobre del 1940 Pavese annotava: “Ma è vero che Fernanda non conosce l’amore? Certamente non ne conosce l’ultima istanza, ma un suo atteggiamento davanti al problema esiste, e con ciò s’intravede qualche lineamento del suddetto segreto”. Il 13 febbraio del 1943 da Roma Cesare scriveva a Fernanda: “Fernanda, sono molto infelice. Tuttavia, L’accarezzo con riserbo…”. Sempre da Roma il 4 giugno del 1943 Cesare annotava: “Donarsi vuol dire non aver tempo di guardare al passato e quindi non compiangersi”. Alla data del 2 febbraio 1946 c’è una brevissima lettera nella quale si legge: “Il cordone ombelicale è veramente tagliato, la prefazione e ‘ha stile’ – il giudizio non è soltanto mio. Il maestro non ha più niente da fare. / Come semplice revisore attende il manoscritto col testo per dare l’ultima occhiata. Poi, buona fortuna nei mari della vita”. Si tratta di una lettera autografa rimasta in possesso di Nanda. La prefazione alla quale fa riferimento Pavese è a “Storia di me e dei miei racconti” di Sherwood Anderson.

Facciamo un passo indietro. Era il 1935 quando un ventiseienne Cesare Pavese lavorò come supplente nel Liceo D’Azeglio di Torino. Tra i suoi allievi c’era Nanda che dirà poi di avere avuto “lo straordinario privilegio” di ascoltare Pavese mentre “leggeva Dante o Guido Guinizzelli e li rendeva chiari come la luce del sole”. Finita l’esperienza di supplente, le loro strade si divisero. Lei proseguì i suoi studi, lui con l’accusa di antifascismo, venne prima arrestato e poi mandato al confino per tre lunghi anni.

Nel 1938 Cesare e Fernanda si ritrovano e iniziano a frequentarsi nel nome però della letteratura. Proprio lui le consiglierà gli scritti di Ernest Hemingway, Walt Whitman, Sherwood Anderson ed Edgar Lee Masters, autori che le avrebbero cambiato la vita.

La loro passione comune per lo studio e per la letteratura fece nascere un rapporto di amicizia sempre più intimo, Pavese si innamorò. Nanda no, lei poi scriverà nei Diari che l’atteggiamento ambiguo di lui, dovuto soprattutto alla timidezza, non la convincevano del tutto. Addirittura, Pavese propose a Nanda di sposarlo. È il 26 luglio del 1940, ma Fernanda Pivano rifiuta, così come rifiuterà il secondo tentativo dello scrittore del 10 luglio 1945.

Lo stesso Pavese inciderà sul frontespizio di “Feria d’agosto” le due date. Dedicherà a Fernanda Pivano anche le poesie “Mattino”, “Notturno” e “Estate”. Il loro rapporto finisce qui.

Il 27 agosto del 1950 Cesare Pavese si suicida con una dose massiccia di sonniferi.  “Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla”.

“Non sono andata a letto con Hemingway ma me ne pento”

Questa ragazza ed Hemingway.: “Non sono mai andata a letto con Hemingway, me ne pento molto e sono stata una scema. Ma non sono andata a letto con lui per rispettare la mia sciagurata educazione vittoriana, facendo un errore a cui ho cercato di rimediare battendomi per raggiungere, per le altre ma non per me, la libertà sessuale. I giorni, le ore, i minuti trascorsi con lui sono stati l’unica vera realtà della mia vita”.

Lo ripeteva spesso Nanda, Nanda di amicizie ‘forti’ ne aveva avute già sui banchi di scuola, al liceo era compagna di Primo Levi e insieme a lui venne bocciata allo scritto della maturità: lei prese tre, lui uno. Con Hemingway il rapporto fu forte e intenso come con Pavese.

Un legame nato da un episodio accaduto a Torino nel 1943, quando la Pivano venne arrestata dalle SS che la interrogarono a lungo con l’accusa di vilipendio alle Forze Armate per la descrizione della disfatta di Caporetto in “Addio alle armi” di cui lei stava curando la traduzione. Disavventura che colpì lo scrittore americano, tanto che le inviò due cartoline: alla prima lei non aveva risposto pensando a uno scherzo, con l’invito a raggiungerlo a Cortina. Nanda prese il treno e andò da Torino sulle Dolomiti, Hemingway era in albergo, insieme ad altre persone.

Si alzò e le andò incontro abbracciandola. Chiacchierarono tutta la notte. Hemingway per dirla in termini poco letterari, ci provò anche, ma Nanda disse no, anche se poi raccontò, come abbiamo riportato sopra, di essersene pentita. Da quel momento diventarono grandi amici. Si scrivevano sempre. Lui le raccontava i disastri di Hollywood, i pettegolezzi di New York, le delusioni di Cuba, le dava consigli e suggerimenti per la sua attività di traduttrice e giornalista. Si incontrarono diverse volte sia in Italia sia a Cuba. Hemingway la chiamava ‘My Giovanna d’Arco’. Hemingway a un certo punto le chiese di sposarlo, lei rifiutò solo per non far soffrire Mary, la quarta moglie di Hemingway.

Lui raccontava tutto a Nanda, erano legatissimi. Ernest Hemingway – raccontò Nanda. –  pochi giorni prima di spararsi in bocca, mi aveva chiamata e mi aveva detto ‘non posso più bere, non posso più mangiare, non posso più andare a caccia, non posso più fare l’amore. Non posso più scrivere’. La morte di cui Hemingway aveva condensato la tragedia della sua vita e aveva fatto visualizzare i molti piccoli preavvisi, le impalpabili previsioni, a chi lo aveva conosciuto; ma il dolore, l’orrore, lo spavento per il vuoto in cui ci aveva gettato ci aveva colti lo stesso di sorpresa”. Era la mattina di domenica 2 luglio del 1961 quando Hemingway si sparò con un fucile.

La musica di De André e Bob Dylan

Questa ragazza che amava la musica allo stesso modo con cui amava la letteratura. Da Fabrizio De Andrè a Bob Dylan, quella musica che Nanda considerava eterna.

Nanda aveva 92 anni ma anche lì, l’età non conta, non esiste, la guardavi seduta su uno sgabello ad ascoltare Jovanotti imbastire versi sopra una chitarra o mandare a quel paese in modo garbato ma deciso chi le faceva girare le scatole. Legatissima a Fabrizio De Andrè che prese spunto per il suo album e per i suoi testi ‘Non al denaro, non all’amore, né al cielo’, dalle traduzioni di Nanda di Spoon River. Patti Smith si esibì per lei su un tappeto rosso. Nanda fu la prima a scrivere in Italia un articolo su Bob Dylan, era il 1966.

Nanda era fiuto, talento, istinto. Nanda cercava libertà ovunque, anticonformista per dna, non beveva, non fumava e si trovava un sacco di volte in mezzo a scrittori, cantanti, poeti ubriachi che la prendevano in giro, ma come? Lei che trasmette libertà non aveva mai avuto la voglia di alzare il gomito una volta? Hemingway si incazzava, la prendeva in giro, le versava whisky che lei regolarmente lasciava nel bicchiere.

Questa ragazza era così. Questa ragazza è così. Eterna come ciò che ha tradotto, come ciò che ha creato, come ciò che ci ha fatto conoscere. In queste vacanze, fate uno sforzo, aprite un pezzo del suo mondo e guardateci dentro. Troverete quelle parole di carne che raccontano anche di sogni che non sapevate più di avere.