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Due popoli, due Stati

Indignarsi per quanto sta succedendo nel disordine del mondo, dall’Ucraina, a Gaza, al Sudan, al Kashmir, al Ruanda ecc… ecc… è diventato uno sport indecente. Al riparo dei propri salotti e nell’anonimato dei propri computer si possono comminare roventi condanne morali, gonfiando il petto e guardando fieri verso l’orizzonte, convinti di aver dato un contributo decisivo alla salvezza dell’umanità.

Partiamo da Gaza. Lo Stato di Israele ha diritto di esistere, a norma della Risoluzione dell’ONU n. 181, adottata il 29 novembre 1947. Essa divideva il territorio della Palestina in due Stati indipendenti: uno Stato ebraico e uno Stato arabo.  Gerusalemme e Betlemme erano poste sotto un regime internazionale speciale, amministrato dalle Nazioni Unite. Votarono a favore 33 Paesi, contro 13 Paesi, astenuti 10. Il 14 maggio 1948 Ben Gurion proclamò la nascita dello Stato di Israele. Il 15 maggio l’Egitto, la Transgiordania, la Siria, il Libano, l’Iraq attaccarono Israele da ogni lato per distruggere lo Stato di Israele e per spartirsi la Palestina.

La prima conseguenza della sconfitta araba fu l’esodo dai territori dello Stato di Israele di circa 700 mila profughi. All’epoca quello dei profughi era un dramma soprattutto europeo. La fine della Seconda Guerra mondiale aveva lasciato come eredità circa 12 milioni di profughi polacchi e tedeschi, a causa dello spostamento a Ovest di 200 km. dei confini sovietici, e circa 300 mila italiani fuggiaschi dalla Dalmazia e dall’Istria. La Polonia, la Germania e l’Italia si fecero carico dei profughi e li integrarono. Gli Arabi no. Lasciarono accumulare i Palestinesi in enormi campi profughi, gestiti dall’ONU-UNRWA, facendo loro credere che sarebbe stato possibile buttare a mare Israele e tornare nella loro terra d’origine. I campi profughi si trasformarono ben presto in sacche di miseria, di assistenzialismo, di terrorismo. Furono tenuti lì finanziati dall’ONU e dagli Stati arabi come una pistola carica contro l’esistenza di Israele.

Nel 1964, su suggerimento e assistenza del KGB, venne creata l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), che inventava una “nazione” palestinese e con ciò alimentava l’idea di un Movimento di liberazione nazionale. Lo scopo era sempre lo stesso: togliere di mezzo Israele, che la propaganda sovietica presentava come bastione dell’imperialismo e del colonialismo in Medioriente e contro il quale ogni forma di lotta era lecita, compresi gli attentati terroristici in Israele e in Europa contro gli Ebrei.

Dopo la sconfitta bruciante  nella “Guerra dei sei giorni”, la Lega Araba approvò la Risoluzione di Khartoum del 1° settembre 1967, nella quale riaffermò “no alla pace, no al riconoscimento, no a negoziati con Israele”. Sono passati i decenni, ma ancora nel 2014 la Lega ha ribadito la sua “totale e decisiva opposizione al riconoscimento di Israele come Stato ebraico”.

Solo molto lentamente, mentre sei Paesi arabi – Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco – avviavano relazioni ufficiali con Israele, la Lega Araba ha incominciato a prendere atto del fatto che Israele è una realtà statuale legittima.

Donde gli “Accordi di Abramo” siglati il 13 agosto 2020 tra Israele, gli Emirati Arabi Uniti e gli Stati Uniti. Abramo è considerato patriarca degli Ebrei, attraverso la discendenza del figlio Isacco, e degli Arabi, attraverso la discendenza del figlio Ismaele.

La svolta epocale, tuttavia, è avvenuta nella Conferenza delle Nazioni Unite svoltasi tra il 28 e il 30 luglio 2025 a New York, con la partecipazione di rappresentanti di tutti i 22 Stati membri della Lega Araba. I punti fondamentali della Dichiarazione finale: condanna degli attacchi del 7 ottobre 2023 compiuti da Hamas; richiesta di disarmo e abbandono della governance della Striscia di Gaza da parte di Hamas, che deve cedere il potere politico, amministrativo e militare all’Autorità Nazionale Palestinese; sostegno alla soluzione  “due Popoli, due Stati”; rifiuto del trasferimento forzato dei palestinesi da Gaza o Cisgiordania; creazione di un Fondo Arabo di solidarietà (gestito dalla Lega Araba) da destinare alla ricostruzione di Gaza e del Libano, con una cifra iniziale proposta di 53 miliardi di dollari nell’arco di 5 anni.

Questa nuova piattaforma politica araba è la base più realistica possibile per porre fine alla tragedia di Gaza. L’invocazione delle piazze europee a far scomparire Israele dalla faccia della terra alimenta la politica terroristica di Hamas e la contro-reazione di Netanyahu.