“Ibam forte via Sacra, sicut meus est mos…”. Certo, mi è venuto in mente Orazio alle prese col seccatore chiacchierone (“garrulus”) che non lo molla. Decanta le sue presunte doti di poeta e alla fine si scopre che vuol essere presentato a Mecenate. Il seccatore, che Orazio nemmeno conosce, lo tampina per tutto il percorso con discorsi vari che Orazio cerca di deviare con risposte depistanti.
Ecco, mi è capitato qualcosa di simile. “Siamo noi montanari a far morire la montagna”.
Così, a freddo, uno nemmeno sa cosa ribattere, sempre che ci sia qualcosa da ridire, nel senso letterale del termine, dire di nuovo. Il signore evidentemente mi conosce, il problema è mio che con l’età inconsapevolmente faccio pulizia della memoria e davvero non ricordo chi sia. Lui insiste, “ti ricordi che ne abbiamo parlato quella volta…” e cita un convegno di cui non ho la minima idea del quando e del come. “Perché adesso tutti parlano dello spopolamento ma bisogna ricordare gli anni ‘60”.
Se gli do corda sono finito, devo abbozzare, certo, gli anni ’60, quando c’è stata la tratta dei giovani montanari per la necessità di manodopera dell’industria, la rivoluzione industriale arrivata come al solito tardiva in Italia.
Mi pento amaramente, dovevo stare zitto. Il mio “garrulus” parte con un pippone social-politico sui vecchi che vorrebbero morire “nella camera dove sono nati, conservata tale e quale”.
La metafora è invitante, a parte la mancata distinzione tra vecchi e vecchi, perché in fondo il mio “garrulus” è su di età, forse siamo coscritti, non oso chiederglielo perché sarebbe ammettere che ho fatto finta di riconoscerlo, mentre brancolo nel buio. Comunque, non mi molla, “dovresti scrivere un articolo su questi che non vogliono che si pianti un chiodo in parete”. Anche questa è una bella metafora, devo ammetterlo, anche l’alpinismo si è evoluto dai pionieri che venivano tirati su (“sirellati” diceva un vecchio alpinista) con una corda e poi si vantavano di aver conquistato la vetta e poi gli scalatori hanno tracciato vie “chiodate” su pareti verticali, senza scandalo e sollevazioni ambientaliste. Ho abboccato di nuovo.
Riparte un pippone sul come si possa salvare la montagna dagli stessi montanari superstiti. E a un certo punto, come nella Satira di Orazio, salta fuori il vero motivo della chiacchierata. “Mio nipote vuole andare via, dice che lui su al paese non vuole starci un giorno di più, che soffoca e i suoi non sanno cosa dirgli e mi hanno chiesto di parlargli e dimmi tu cosa devo dirgli”.
Ah, ecco, i genitori scaricano la patata bollente sui nonni e questo nonno vorrebbe scaricarla su di me che sto andando per i fatti miei, “ibam forte” se non proprio sulla “via Sacra” insomma, sto andando in redazione, ho appuntamenti e devo sentire due o tre sindaci su problemi molto marginali e allora… piacere di averti rivisto (quando l’avrei visto non ricordo), purtroppo mi aspettano, ne riparliamo.
Ma il mio “garrulus” non demorde, tu cosa gli diresti? A me sembra si stia contraddicendo, non aveva detto che “siamo noi montanari a far morire la montagna”? Ma guai a riaprire la questione.
Esasperato, infastidito, dico la più grossa banalità che mi viene in mente: in effetti cosa ci stanno a fare i giovani in un paese chiuso dove i vecchi come noi vogliono morire, come dicevi tu, nella camera dove sono nati? Ma lasciatelo andare, che si inventi la sua vita, la nostra è già finita (quest’ultima mi pare una citazione di una canzone di Battisti).
Mi guarda stralunato e deluso. In pratica sperava gli dettassi la ricetta (una sorta di sedativo) per far accettare ai giovani lo stile di vita dei vecchi e rovinargli la vita. Non ce l’ho, e comunque non gliel’avrei data.

