Silvia e quel rene donato al marito Antonio, il tumore scoperto prima della donazione e l’operazione insieme
di Luca Mariani
«Mi sento fortunata e felice. Posso anche dire di sentirmi salvata.» Silvia Poletti ha la voce squillante e piena di vita, come chi con un grande gesto d’amore ha migliorato la condizione del marito e ha guarito se stessa. Infatti, lo scorso 18 aprile lei e Antonio Tomasoni sono stati i protagonisti del primo trapianto al mondo di rene da vivente con nefrectomia parziale robotica: «Insomma hanno ripulito il rene di lei dalla neoplasia e hanno tolto due calcoli. Hanno poi verificato che ci fosse una buona funzionalità e lo hanno trapiantato a me.» Spiega con precisione Antonio, che a Castione della Presolana, dove vive da sempre, è conosciuto come Puma.
Un salto nel futuro della chirurgia, merito delle capacità e della determinazione dell’equipe della professoressa Lucrezia Furian e del professore Fabrizio Dal Moro. Un’innovazione nella medicina impensabile senza l’aiuto dei robot. Un record mondiale frutto della generosità e dell’altruismo di Silvia. «Nel 1990 ho fatto il mio primo trapianto di rene. Ho avuto un blocco renale, ma nemmeno i medici hanno saputo spiegare il perché. Così quel rene trapiantato mi è durato 35 anni, ma già lo scorso anno mi si prospettava la dialisi. Mia moglie, da quando ci siamo conosciuti nel 2005, ha sempre detto che se un giorno avessi avuto bisogno di un rene per un nuovo trapianto, lei sarebbe stata molto disponibile. Ma sinceramente fino a quando non arriva il momento non sai mai cosa può succedere. Però, quando ho iniziato a fare le visite, lei è stata disponibilissima. Io ero un po’ meno felice della sua scelta, avevo paura magari che poi potesse avere delle conseguenze anche lei. Per questo ero un po’ restio.» Nonostante la riluttanza di Antonio, Silvia continua il suo percorso per capire se è compatibile come donatrice verso il marito. Circa un anno di esami e provette, laboratori e test, che le dicono: sì, puoi donare. Però dalla tac risulta che il rene di Silvia ha una macchia. «Ci hanno detto che era una neoplasia. Quindi il discorso della donazione ci sembrava accantonato. Io sono restata male soprattutto per questo.» Commenta Silvia, con un rammarico che non ha nulla di egoistico: «Il mio pensiero era talmente fisso verso di lui che non mi preoccupavo per me.»
«Invece io ero preoccupato per la sua salute e dispiaciuto perché sapevo quanto lei ci tenesse alla donazione.» Per i coniugi Tomasoni-Poletti c’è sconforto. Sembra la fine triste delle loro speranze. Ma una decina di giorni dopo, dall’Azienda ospedale Università di Padova arriva una chiamata: si può fare un’operazione doppia, per togliere la massa tumorale e fare il trapianto. «Abbiamo accettato subito. Per me era la possibilità di evitare la dialisi e sarei bugiardo a dire che non ne ero contento.» «Per me era la realizzazione di un sogno. Ero felicissima.»
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