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Le botteghe che resistono: la storia di 4 generazioni dei calzolai Giudici termina con Maurizio

di Cinzia Baronchelli

Si paga in anticipo” dice un cartello accanto a quello degli orari di apertura sulla porta a vetro della Bottega dell’ultimo erede della storica famiglia Giudici. Sono curiosa di capire, ma devo pazientare il mio turno perchè c’è la fila ad aspettare i nobili servizi di Maurizio. Una signora anziana con nipotino assonnato nel passeggino, lascia scarpe da ginnastica arcobaleno sulla sedia consunta. Una rossa laccatissima ha proprio fretta, un paio di sandali dorati da rimettere a lucido per un matrimonio la prossima settimana. Una borsetta da sera, dice nuova, ha già staccato il manico “con quello che l’ho pagata!”. Maurizio asseconda tutte con aria bonaria e da appuntamenti per il ritiro a seconda dell’urgenza. Mi sorride, timido, dietro il banchetto logoro colmo di colle, lacci, pinze e arnesi nuovi ed antichi del suo lavoro. “Questo banco ha quasi cinquat’anni, l’abbiamo fatto  con mio padre quando cominciai a lavorare con lui che ne aveva uno più piccolo. Serviva per lavorarci in due, uno da una parte e uno dall’altra”. Occhi negli occhi , per carpire i trucchi del mestiere. Entra altra umanità, anche questa “presto che è tardi Maurizio!”. Mentre aspetto,mi aggiro tra una moltitudine di scarpe che hanno macinato chilometri, o pochi metri, e  si sono arrese con le suole aperte come una  linguaccia irriverente che mi sfida. “Non ci sono più le scarpe di una volta, adesso le cuciture sono finte, a parte qualcuna di cuoio bello le altre sono tutte incollate e c’è poca differenza tra quelle di marca e quelle del mercato, sono costruite per durare poco. Guarda, a volte nemmeno di bella  plastica, questa  sembra di cartone pressato”. Una volta le scarpe dovevano durare anni, magari essere persino passate da una generazione all’altra. Nel tempo del bisnonno si usavano gli zoccoli anche d’inverno con le calzotte spesse di lana fatte dalle nonne che nemmeno la neve passava li dentro.  Ma stiamo parlando dell’inizio del 900 , un’era fa, e già i Giudici servivano Clusone. “Aspettami un secondo ti faccio vedere una cosa…” Si alza e scompare nel retro da dove risbuca con una paio di scarponi da montagna che pesano un chilo l’uno.  Solidi, lucidi e di un intenso color cuoio che non ricordavo più. Sono stati riportati  in bottega, come dono stavolta, dopo mezzo secolo di camminate e di lavoro sui pascoli. A me paiono  pronte per essere indossate per chissà quanti anni ancora “No, no le tengo per ricordo , le aveva fatte probabilmente mio padre, chi vuoi che indossi più questi cimeli? La moda adesso cambia ogni anno, anzi  ogni stagione, nemmeno vengono a ritirarle a volte!”. Così scopro il perchè si debba pagare in anticipo “Vedi questo scaffale? Alcune scarpe sono qui da più di due anni. Ci sono persino delle …(nome della marca)  queste nere e queste panna, pensa che nuove costano più di 250 euro!  Ore di lavoro più il materiale buttati via. A volte aspetto, altre le porto alle missioni. Venderle? Nessuno mette più scarpe usate! Così ho messo quel cartello ma ai clienti storici non lo applico, è più un avvertimento, non lo trovo rispettoso…almeno questo ultimo anno di lavoro…”. Si perchè nel 2026 il nostro artigiano compie 62 anni e con 47 anni di lavoro e andrà finalmente in pensione.

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