Un angelo mi è caduto davanti, mi ha guardata in modo strano, un po’ intontito, mi ha chiesto scusa, abbiamo fatto una constatazione amichevole sulla vita.
Gliel’ho detto, sempre amichevole non è. Cosa ci vuoi fare, mi ha risposto. Non è una stazione dove sai che arrivi e poi parti, è una constatazione. Io constato che vorrei essere felice. E non sempre lo sono. Però il fatto che a volte lo sono può bastarmi.
Potrei prenderti a sberle, gli ho detto, gli angeli non si fanno poi così male, mi ha risposto, ti mostrano solo le cose come sono. Ma io non ho bisogno che me le mostri. Preferisco vivermele. E farmi un bernoccolo su ogni casino che impilo dentro al cuore.
Ci siamo guardati per un istante. In mano la constatazione amichevole sulla vita. Era piena di scarabocchi e non c’erano linee dritte. Ma delle linee dritte che me ne faccio. Se anche l’encefalogramma ti dice che sei morto solo quando è dritto e piatto? E così ognuno di noi due ha raccolto i propri pezzi. Ho buttato uno sguardo al suo corpo, così di sfuggita, aveva i miei stessi graffi, i graffi di tutti noi. E io sulla schiena un’ombra. L’ombra di un’ala.

