“A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada, per diventare come matte, e tutto era così bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che qualcosa succedesse, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, e magari venisse giorno all’improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare camminare fino ai prati e fin dietro le colline…” (“La bella estate” – Cesare Pavese). La colonna sonora dei discorsi, disintossicati dal calcio, è quella del tempo che non è più davvero quello di una volta e il mattino è sereno ai quattro venti e la sera arriva il diluvio che poi si stempera in una pioggia autunnale. Di questi tempi non sembra nemmeno sia festa, “si esce poco la sera compreso quando è festa”, no, per carità, si programma di uscire, si guarda cosa promette il meteo che si è sentito che in città è tempestato di brutto, un centinaio di bambini morti, dove? In Texas, ah, beh, non dalle nostre parti, hai sentito che Putin ha fatto fuori un altro dei suoi ministri? Ma non si è suicidato, ma scendi dal pero, in Russia quelli che osano dire qualcosa contro di lui, finiscono tutti suicidati, Hai visto Sinner e quell’altro che si è fatto male se no perdeva? Sinner che perde, ma dai, certo, non segui il tennis, veramente non accendo nemmeno la tv, non voglio sapere più niente, penso ai fatti miei.
Si cercano occasioni per sentirsi parte di qualcosa, che non è più la nazione, non è più nemmeno il paese, una folla di gente sola che per una volta vuol sentirsi in compagnia, ma tante solitudini fanno un gruppo? E poi finisce che ti siedi al lungo tavolo della sagra e ti innervosisci per niente, avendo perso la consuetudine del “sopportare pazientemente le persone moleste”, la sesta dell’antico elenco delle opere di misericordia spirituali, quella che veniva prima del “Pregar Dio per i vivi e per i morti” e tua moglie che ti implora di lasciar perdere, sono bambini che corrono tra i tavoli, ma i loro genitori che ci stanno a fare, non c’è più educazione. Se è per questo non ci sono più nemmeno le mezze stagioni, evviva, la “bella estate” non è più nemmeno quella di una volta che arrivavano i villeggianti in valle, si accasavano nelle nostre case, noi ragazzi in soffitta e poi giù sul viale a spiare le ragazze di città, che ci sembravano tutte belle come quelle dei fotoromanzi che le nostre mamme si prestavano per poter immaginare altri mondi e magari perfino altri amori.
La montagna non è più “incantata”, siamo smaliziati e anche un po’ arrabbiati. Ce ne siamo andati mezzo secolo fa per necessità, ci hanno risucchiato in città o lì vicino, nelle grandi fabbriche, ci sembrava il progresso, si tornava il venerdì sera e ai nostri vecchi davamo occhiate da gente che la sapeva lunga, quel loro mondo era finito, mettevamo l’ultimo 45 giri a tutto volume e non era più la musica di Luciano Taioli e Nilla Pizzi, era il progresso, bellezza, cosa ne potevano sapere i nostri vecchi del progresso, che erano rimasti fermi al tempo di Carlo Codega che non sapevamo chi era ma rendeva l’idea.
Poi siamo tornati, anni dopo, sui nostri passi e i nostri ripensamenti, ci torniamo su al paese e vorremmo non fosse mai cambiato, anche se la responsabilità dei cambiamenti (solitamente in peggio) è anche nostra. Vorremmo ritrovare quelle estati calde ma non torride, quei bei temporali che non ci smuovevano dal campo di calcio, le pesche morbide, il sudore sui sentieri, il pane e salame in vetta, l’acqua di sorgente, la fatica delle bici sulle salite e le discese ardite e le sere già al Santello a guardare le ragazze di città, sognando di valicare il passo con un’auto, una qualsiasi, un giorno, per allargare gli orizzonti. Adesso, certe sere, vorremmo non essere mai andati via.
Ditelo, se potete, a quelli che hanno sentenziato che i paesi di montagna vanno condotti a una lenta (ma bontà loro, “dignitosa”) eutanasia.

