Noi, concepiti in piena guerra civile, nati appena dopo la Liberazione, non abbiamo conosciuto un “regime”, siamo nati liberi. Non per nostro merito, ovviamente. Nel tempo il vocabolo “regime” è stato usato spesso a salve, per indicare ad esempio il potere che sembrava inattaccabile ed eterno della Democrazia Cristiana (“moriremo democristiani” si diceva). Ma, come direbbe Brecht, anche le “innumerevoli armate”, prima o poi, sconfitte, alla fine “le si poté contare”.
Siamo cresciuti senza passato, nelle case non si parlava di quello che era appena successo, di chi era stato con chi, delle ragioni degli uni o degli altri, tutti avevano qualcosa di cui vergognarsi, e allora via, menare e scaricare il passato prossimo e vai nel futuro che semplice poi già non era, si era appena sopra la soglia della miseria, ma ci si tuffava nell’avventura di quella che si chiamava democrazia, nel nuovo scontro “civile”, per fortuna questa volta solo elettorale.
Eravamo piccoli quando avevano tappezzato i muri del paese di grandi manifesti colorati che noi ci fermavamo a guardare fuori dal negozietto dove andavamo a comprare una caramella mou, una lira: c’era la donna con i capelli strani, a forma di torre con un grande scudo, il faccione di Garibaldi, la famiglia salvata dallo spadone che tagliava i serpenti, un’altra famiglia sotto un bandierone con la falce e martello o quello che noi bambini avevamo identificato con il liquigas, che era appena entrato nelle case, la fiamma tricolore.
Il parroco dal pulpito (c’era ancora il pulpito) aveva ammonito che i cristiani dovevano votare lo scudo crociato per non cadere sotto il regime (e dai!) di uno che si chiamava Stalin ed era cattivissimo e avrebbe invaso l’Italia e soprattutto ucciso il Papa e tutti i preti e le suore, e le donne si erano fatte un rapido segno della croce. E noi, nei primi banchi, ci si dava di gomito, pronti al gioco della guerra che poi si replicava nel cortile dell’oratorio, anche se con armi improprie e improbabili, bastoni per spade (che a briscola i vecchi ci avrebbero buttato bestemmie), archi e frecce che uno un giorno arrivò con le bacchette di un ombrello e quelle si conficcavano nel portone della casa del Curato che la sua perpetua usciva fuori urlando che eravamo delinquenti con l’aggiunta del peccato mortale che mica andavamo a confessare all’interessato che, violando il segreto della confessione, ci avrebbe dato uno schiaffone in penitenza invece delle tre Ave Marie, ma al vecchio prete sordo quanto bastava per non cogliere la valenza della colpa. Ma la “nostra” guerra era tra indiani e cowboys, di fascisti e partigiani nemmeno sapevamo l’esistenza, solo anni dopo avremmo colto qualche residuo rancore in frasi smozzicate in casa.
Del passato prossimo, di quella che avremmo saputo dopo era stata una guerra civile che aveva spaccato famiglie e paesi, nessuno voleva parlare, siamo cresciuti come se quella libertà ci fosse sempre stata. Il sussidiario (che si chiamava “Gioioso”) non diceva nemmeno che fino a qualche anno prima avevamo avuto un Re, tutto cancellato, parlava nella prima parte della “Nostra Regina” ma era la Madonna e nella parte della “Educazione morale civile e fisica” c’era l’ammonizione del “Rispetta le convinzioni degli altri” e la storia in terza elementare arrivava fino all’antica Roma, badando a non accennare a roboanti appena passate riedizioni di quell’impero. Tutti impegnati a rimontare, soprattutto a uscire dalla povertà, se non dalla miseria.
Il maestro un giorno aveva portato uno scatolone con una feritoia in alto, aveva distribuito dei foglietti bianchi, tutti uguali e ci aveva detto di fare quello che avevano fatto i grandi, votare un nome in segreto, senza farsi vedere dal proprio compagno di banco, e quello che avesse avuto più voti sarebbe diventato il capoclasse. “Questa è la democrazia”, ha detto ma noi siamo rimasti al gioco di chi eleggere mettendo un braccio a nascondere quello che scrivevamo, perché, aveva detto il maestro, “il voto è segreto”.
Poi tutti a depositare nell’urna di cartone il nostro foglietto, ben piegato, col nome segretissimo del prescelto, che non si poteva dire, come fosse scritto nel confessionale.
È stata lunga e faticosa l’educazione alla democrazia.
Dopo 80 anni, sembra che ne abbiamo dimenticato i fondamentali. Quando abbiamo eletto il nostro capoclasse, in quei primi anno ’50, mica abbiamo votato il bulletto della classe. Oggi lo facciamo, troppo spesso, in ogni parte del mondo.

