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L’INTERVISTA – Suor Veronica, clarissa: le donne e la Chiesa, da Marta a… Maria

«Prima eravamo delegate solo alla preghiera, adesso ci chiedono un parere. Noi abbiamo fatto del moralismo e non abbiamo più annunciato Gesù Cristo, crocifisso, morto, sepolto e risorto, che è l’unica parola che può darti speranza»

«Le chiese fondate da S. Paolo avevano le diaconesse, leggete gli Atti degli Apostoli.  Le figlie di Filippo, Filippo era un discepolo, erano nubili ed erano Diaconesse».

Appena di fronte all’ospedale rasento il lungo muro del monastero. Una porta. “Pace e bene”. Ci sono entrato tante volte ma non ho mai saputo cosa rispondere, se ci sia o no una formula di risposta, come in chiesa all’antico “Dominus vobiscum”.

La suora, dietro la piccola grata mi sorride e mi indirizza a uno dei parlatori. Lì nell’atrio c’è ancora la grande ruota di legno del tempo in cui le grate e le tende impedivano di vedere la monaca con cui si parlava. Adesso i tempi hanno ammorbidito la clausura, le grate sono state tolte.

Suor Veronica, clarissa di clausura, la conosco da anni. Posso saltare i preamboli. Subito un argomento che ha provocato dissensi nel Sinodo dei Vescovi italiani: il ruolo delle donne nella Chiesa. E mi viene in mente l’episodio del Vangelo con le due sorelle, Marta e Maria, che ricevono Gesù in casa loro, a Betania.

“In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta»”.

Le donne e la Chiesa

Suor Veronica, voi suore siete state considerate a lungo e forse ancora oggi come delle “serve” degli apostoli, dei preti, molto Marta e poco Maria.

«In realtà noi abbiamo un ‘esperienza diversa, ultimamente le cose sono un po’ cambiate. Il nostro ruolo è già diverso rispetto alle suore di vita attiva, che lavorano nelle parrocchie e spesso sono state utilizzate o chiamate a interpretare ruoli anche umili, come dicevi tu, anche di pulizia. Noi, avendo un ‘altra vocazione, fino a non molto tempo venivamo richieste dalla Chiesa istituzionale, insomma dai sacerdoti, alla preghiera. Adesso, almeno qui, perché io parlo di questo territorio, non ho altre esperienze, qui, dicevo, si sta muovendo qualcosa di più profondo. Ad esempio, siamo state invitate a tavole rotonde, qui in parrocchia a Lovere, alcuni anni fa, e anche adesso sul Sinodo, sul Giubileo, non solo noi, ma anche la Suore di Maria Bambina e i Frati…».

Ma su che argomenti?

Abbiamo il parroco, don Alessandro, che ci apprezza, ma non come fanno un po’ tutti, ci interpella, ci chiede il nostro parere, per es. al corso dei fidanzati programmato dalla parrocchia c’è sempre una serata anche qui da noi, con un coinvolgimento attivo…».

Quindi non vi delegano più solo alla preghiera ma vi coinvolgono sui problemi ecclesiali…

«Sì, prima a noi delegavano solo la preghiera e qualche compito sugli arredi sacri, si fa anche quello, ma mi rendo conto che adesso c’è qualcosa di più significativo, adesso sembra interessi anche cosa pensiamo noi della Chiesa. Un altro esempio, don Alessandro ha convocato qui in monastero con noi tutti i preti del territorio a confrontarci un po’, perché potessero sapere chi siamo, cosa facciamo, che faccia abbiamo, cosa pensiamo… A domandare preghiera viene più la gente che ha bisogno, che ha problemi economici, che è malata ed è un macello…».

Un macello?

«Un macello di malattie, la gente viene qui a chiedere di pregare per loro, i tumori crescono in modo esponenziale. Ecco, fino a qualche anno fa era questo, eravamo delegate alla preghiera e va bene anche questo, sia chiaro, adesso invece…».

Non siamo sepolte vive

Invece adesso vi chiedono un parere anche sulla Chiesa in generale. E che parere potete dare voi che dall’esterno venite considerate delle sepolte vive?

«Ma non lo siamo, siamo vive, rinchiuse corporalmente e liberamente, rinchiuse come corpo, come dice la nostra Regola, quella di S. Chiara, rinchiuse corporalmente ma non di mente, non di cuore. Abbiamo il polso della Chiesa, per carità, sarà una prospettiva limitata, la nostra, ma è comunque una prospettiva, molti preti che ci hanno conosciuto vengono qui, con i loro giovani, anche da lontano, a chiederci di parlare. L’ultima volta sono venuti a chiederci di parlare ai loro giovani del sesto comandamento, non è facile, ci siamo trovate una cinquantina di giovani che stanno facendo il cammino delle dieci parole, dei dieci comandamenti e sono venuti qui da noi a parlare del sesto comandamento, è persino paradossale, eppure sono venuti ed è stato un incontro impegnativo con due Sorelle. Ci chiedono un parere, chiedono molto di più adesso, non so cosa succede con le suore di vita apostolica che fanno catechismo, immagino sia così anche per loro…».

Le chiese vuote

E allora chiedo anch’io il tuo parere. Dove sta andando la Chiesa oggi se le chiese sono vuote. Parlavo con un parroco che mi diceva che quelli che vengono in chiesa in maggioranza sono tutti con i capelli bianchi, i ragazzi restano lì quasi obbligati fino alla Cresima e poi spariscono. Gli uomini non hanno più bisogno di Dio?

«Questa è una crisi che parte da molto lontano, non voglia fare erudizione, però la crisi di secolarizzazione parte da Cartesio, dal suo “cogito ergo sum”. Ci sarebbe da chiedergli chi gli ha dato la facoltà del “cogito”, chi gli ha dato la vita. Ma poi i grandi eventi come la Rivoluzione francese, il nichilismo ecc. per finire alle guerre del secolo scorso che vanno ripetendosi anche in questo secolo, tutto ha contribuito a mettere l’uomo al centro dell’universo e pian piano questo “uomo” si è preso tutto lo spazio, anche lo spazio di Dio, arrivando a pensare che ogni uomo è Dio per se stesso. A livello culturale non si ha più bisogno di Dio perché, si dice, ‘io faccio quello che voglio, quello che mi sento, quello che mi sembra bene, quello che mi conviene e sono a posto’. Questo in generale e l’ho esposto in modo molto lacunoso.  

Per quanto riguarda le chiese vuote: è successo che le ultime generazioni degli adulti, già un poco colpite da questa secolarizzazione e prese dal voler dare ai propri figli tutto il benessere possibile non si sono curate di trasmettere la fede, forse perché loro stessi, figli di una fede portata avanti per tradizione e non per convinzione, non avevano una preparazione solida…

E qui bisognerebbe risalire alla controriforma. Qui semplifico molto, mi dispiace. Faccio solo un accenno: siccome i Protestanti dicevano che al centro di tutto è la Parola e la fede nella Parola ti salva, la Controriforma ha tolto la Parola anche al popolo di Dio, ha tolto la Bibbia al popolo. Poi nel secolo scorso sono successe molte cose, l’ultima, che non è finita e ha iniziato a stravolgere la visuale della vita, anche da parte dei cristiani cattolici, è la digitalizzazione, questo che è un potere immenso, ci ha trovati impreparati ed è un fenomeno velocissimo perché la tecnica è velocissima e ci ha trovato nudi come siamo, senza profondità di visuale e cultura, senza profondità anche nella fede, senza profondità di cultura biblica.

Troppo moralismo

E arriviamo ai ragazzi. Perché non vanno più in chiesa? Semplicemente perché non sanno perché bisogna andarci, non gli abbiamo detto e insegnato il perché bisognerebbe andarci. Che poi, a monte, ai ragazzi non abbiamo parlato di Gesù. Adesso so che sto generalizzando, ma questo è il fenomeno preponderante, quello che appare subito così a colpo d’occhio, si stufano, non sanno perché andare se non sanno nemmeno chi è Gesù. Sono ragazzi bravi, buoni, che studiano…

Allora questo è il problema: sono un po’ a disagio a parlare della Chiesa. Che secondo me, mettiamoci tutti i distinguo che volete, ha una pecca: il cristianesimo è diventato moralismo, pesante e senza spiegazione, senza giustificazione, questo è peccato, no a questo, no a quello. Sia chiaro, la morale è un valore, ma viene dopo l’annuncio della fede. Noi, mi ci metto anch’io, abbiamo fatto del moralismo e non abbiamo più annunciato Gesù Cristo, crocifisso, morto, sepolto e risorto, che è l’unica parola che può darti speranza»:

La resurrezione, più che altro…

«Sì, ma anche il fatto che sia morto. Non c’è resurrezione senza morte. Io devo morire, ma se lui non è morto, potrò io risorgere? Sì, perché anche lui è morto e questa è fede pura».

Oggi l’uomo vuole vivere, anche sopravvivere, puntando addirittura all’eternità, con la scienza, ma qui, su questa terra. Non c’è prospettiva di un aldilà…

«Se non c’è Gesù Cristo, morto ma poi risorto, S. Paolo dice ‘vana è la nostra fede’, se non credete alla resurrezione, ma anche alla morte perché lui è entrato nella nostra morte, noi siamo mortali. Oggi la morte sembra debellata, perlomeno è ostracizzata: badateci, anche nell’annunciare la morte usiamo parole come ‘scomparsa’, ‘perdita’, ‘mancanza’. Ecco, il fatto che quest’uomo Gesù sia stato visto morire e sia stato visto risorto, è l ‘unica speranza per tutti, credenti e non credenti, musulmani e induisti, perché lui è il centro di tutto».

Noi siamo presuntuosi ma fin dall’antichità, basta leggere Omero, si credeva che i morti sopravvivessero, magari solo come “ombre” nell’Ade. Ulisse parla coi morti. Qui si parla addirittura di una resurrezione della carne oltre che la sopravvivenza dello spirito. Oggi non si crede più in un aldilà, si punta all’eternità hic et nunc, qui e subito. Da qui anche l’imbarazzo dell’accettazione della morte che diventa solo un… incidente di percorso.

«Esatto, ma l’eternità qui è smentita ogni giorno, muoiono bambini, giovani e vecchi, per malattie, incidenti, sciagure, guerre, stragi… L’unico che ha parlato di risurrezione, cioè di un corpo che non è più come quello di adesso, corruttibile, ma un corpo spirituale, è Gesù. San Paolo usa dei termini che cercano di avvicinare alla realtà, ma noi non abbiamo esperienza della realtà della risurrezione, non abbiamo mai visto uno dei nostri cari che è tornato da noi, quindi è pura fede, che però dà risposta a un anelito insopprimibile dentro nel cuore umano.

Che senso avrebbe vivere se poi finisce tutto in niente, perché anche quando va bene, anche quando si è amati, metti tutto quello che vuoi, perché, se poi tutto finisce in un pugno di polvere? C’è questa richiesta nella mente e nel cuore dell’uomo, attenzione, anche nella mente, di un aldilà. E allora ecco che c’è questo Gesù che chiede di credere nella sua parola e dice, sono io, toccate le mie mani e i miei piedi, sono io. Avevano paura di vedere un fantasma e lui chiede, avete qualcosa da mangiare?

Noi però non abbiamo i parametri mentali per pensare a una resurrezione, anche col corpo. Paolo ci direbbe, ‘stolto, si semina un chicco di grano (il corpo corruttibile che si disfa nella terra), ma viene su un fuscello verde’, un’altra cosa rispetto al chicco di grano, da quella morte viene su qualcosa di diverso, per noi un corpo diverso. È una metafora per dire qualcosa della resurrezione. Ci vuole fede, nella parola di Gesù, che dice ‘abbiate fede in me, non sia turbato il vostro cuore, io vado a prepararvi un posto perché dove sono io, là siate anche noi’. Ti dico questo perché da quando è morta la mia mamma quanti atti di fede faccio che forse non ho mai fatto in tutta la mia vita. Dico: Mamma dove sei? Sei con Gesù? Io credo, io credo che sei con Gesù perché Gesù non mi ha mai imbrogliato».

La crisi? Gesù muore solo

Quante siete in monastero qui a Lovere?

«Siamo ventiquattro»

Un bel numero. Come diceva quel prete che ho citato prima, siete anche voi, sotto il velo, tutte con i capelli bianchi?…

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