Logo
benedetta gente

“Ecco, la musica è finita” ma gli amici non se ne vanno per il semplice fatto che non c’erano, ognuno nella propria tana, sul proprio divano, le tapparelle abbassate, un bicchiere a portata di mano e qualche mugugno ogni tanto o perfino un applauso ma con la sordina, caso mai ci sentisse qualcuno. Anche per un evento televisivo collettivo, “nazionale e popolare” (che è diverso dal nazionalpopolare) la partecipazione è individuale. Niente a che vedere con il rito collettivo dei giovedì sera d’antan con “Lascia o raddoppia” che fu anche una inconscia rivoluzione femminile, perché le donne accompagnavano i mariti al bar dove stava uno dei due televisori del paese, anche per controllarli quando ordinavano da bere, che poi gli toccava “portarli” a casa che straparlavano in piazza e la mattina dopo, andando a Messa, le donne tenevano il naso affondato nello scialle per la vergogna. E poi il sabato sera di Canzonissima e poi il lunedì dei film… Noi ragazzi avevamo la nostra tv pomeridiana, su dal Curato, che anche lui si era adeguato e apriva agli adulti con il baratto dello “schinèl”, un pezzo di legna per la stufa. Era un rito collettivo, anche se troppo spesso frustrato dal nevischio improvviso sullo schermo, che poi c’era sempre quello che ripeteva la battuta che “se ho voglia di veder nevicare lo faccio gratis là fuori”.

Adesso succede solo con la nazionale di calcio, quando ritroviamo un rimasuglio di orgoglio sopito di identità condivisa, ma il giorno dopo siamo già ognuno per conto suo. La condivisione fisica la ritroviamo negli stadi o ai concerti, ma sembra già un ossimoro, è condivisione divisiva, di appartenenza di parte.

Ma poi non è vero che “non è mai lunedì”, ne arriva implacabile un altro, “la musica è finita”, “Quanto è duro il mondo / per quelli normali” e la colonna sonora ognuno se la sceglie nell’illusione dell’esclusiva, “mi è piaciuta la canzone di… le altre fanno schifo” ecc. Ognuno se la canta e se la tira, compresi gli snob della serie “io mica l’ho visto il festival, ho ben altro da fare”, escludendosi da uno dei pochi riti di condivisione collettiva, che solleva dubbi, lancia messaggi sonori, suscita qualche (rara) emozione.

In fondo cerchiamo proprio quelle che “tu chiamale se vuoi, emozioni”. E poi basta, se la musica è finita, abbiamo ritrovato le guerre, le paure, il fiato corto di arrivare alla fine del mese, la follia dei nuovi conquistatori di terre che si legittimano a vicenda, l’ipocrisia di chi governa. Et cetera (caso mai torni il latino e mi ritrovi al passo con il… passato remoto). In fondo col greco e latino si è fondata la civiltà europea e poi occidentale.

Perché italiani “per fortuna o purtroppo lo siamo”, direbbe Gaber. E anche europei.

La debolezza dell’Europa “unita” sta nella gelosia nazionale, identità frammentate, non c’è una politica estera condivisa, per ogni decisione è richiesta l’unanimità, non c’è una forza militare unica in un momento in cui Stati Uniti e Cina (e Arabia Saudita) stanno giocandosi il mondo intero e lasciano alla Russia il contentino di proclamarsi vincitrice sul campo (un tempo sarebbe stata definita una vittoria di Pirro), lasciando all’Europa l’onere e l’eredità delle macerie ucraine.

L’Europa non conterà più niente, già la Nato, se abbandonata dagli Stati Uniti, varrà il due di coppe con briscola a bastoni. È in atto un attacco alla democrazia, proprio negli Stati Uniti (in Russia già sperimentato, in Cina e in Arabia non se ne parla).

L’Europa parte con un handicap che sembra marginale ma in realtà è pesantissimo: mentre negli Stati Uniti, pur avendo ogni Stato leggi anche antitetiche, parlano la stessa lingua, così come nei paesi arabi, così come in Cina, nel vecchio continente ognuno parla una lingua diversa. Abbiamo 27 Stati aderenti e si parlano ben 24 lingue. Il paradosso è che per capirsi, a parte la miriade di interpreti, si usi l’inglese, la lingua di una nazione che non fa più parte dell’Unione. Come disse una volta De Gaulle (o almeno lo avrebbe detto) “come si fa a governare un paese dove ci sono 246 varietà di formaggi?”. Come fa un continente dove è stata inventata e sperimentata la democrazia, ad avere un peso politico, una sola voce, in un mondo dove le grandi potenze la democrazia o l’hanno affossata o lo stanno per fare?

Se non abbiamo una voce sola è anche perché non abbiamo una sola lingua.

Ecco, la musica è davvero finita. Ed è solo un altro lunedì.