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PREDORE – ‘Fuggiti’ dal Venezuela grazie a don Alessandro:“Viviamo con il don, lavoriamo, mandiamo i soldi a casa, là non si sopravvive”. Le cariche della polizia, la povertà, l’università…

(dal numero del 3 febbraio 2023)

Don Alessandro Gipponi, arciprete di Predore: «Ero interessato alla situazione venezuelana. Ho conosciuto Brayan su Facebook. Così ho aiutato lui e Christopher ad arrivare in Italia» «Se la situazione fosse bella torneremmo tutti in Venezuela. A me manca la mia famiglia, però la vita là è molto pericolosa». Inizia così il suo racconto Brayan Mellado, 21 anni, venezuelano e da marzo ospite di don Alessandro Gipponi nella casa parrocchiale di Predore. Alto, slanciato, lineamenti caraibici, carnagione olivastra, capelli scuri coperti dal cappellino nero dei New York Yankees. Sembra timido, ma appena si sblocca racconta la sua storia in un buonissimo italiano con qualche inflessione spagnoleggiante. Al collo una collana in finto argento e mentre la indica aggiunge: «Se cammini per le strade del Venezuela con questa rischi di essere ucciso». Seduto al suo fianco c’è il connazionale Christopher Santana anche lui ventunenne: «Siamo come fratelli, abbiamo fatto quasi tutto insieme. La mia famiglia vive ancora là. In Venezuela l’unica cosa che è cambiata riguarda il cibo. A differenza di quattro anni fa, ora nei supermercati c’è tutto. Però la gente non ha i soldi per comprarlo. Perciò noi che lavoriamo qui a Predore mandiamo i soldi in sud America: senza di noi, là non riuscirebbero a sopravvivere». L’inflazione rappresenta uno dei più gravi problemi per il Venezuela: «Il Bolivar, la moneta ufficiale venezuelana, non vale più nulla. Si paga tutto in dollari». Ciò comporta delle gravi conseguenze sulla quotidianità della gente, continua Brayan: «Lo stipendio dei dipendenti pubblici è di 5 dollari al mese. Ma è pochissimo: basta pensare che un chilo di pasta costa addirittura 1 dollaro». Questo determina un aumento della povertà, delle differenze sociali, dei problemi legati alla scarsa alimentazione e della criminalità, anche da parte di chi dovrebbe controllarla: «A fine ottobre lo stato di Vargas» racconta sempre Brayan «è stato colpito da una violenta inondazione. La polizia bloccava i camion carichi di cibo e vestiti. Gli agenti o rubavano il carico o chiedevano pesanti mazzette per permettere il passaggio. Questo succede perché anche loro sono dipendenti pubblici e hanno difficoltà a sopravvivere soltanto con il loro stipendio». Il governo guidato da Nicolas Maduro non fa nulla per fermare questi abusi delle forze dell’ordine, così come non interveniva quando l’esercito e la polizia impedivano le manifestazioni anti-presidenziali con la violenza. Ecco perché Brayan ammette di «non aver mai partecipato alle manifestazioni contro il governo. Erano molto pericolose: la polizia sparava sulla gente che protestava». Sotto questo punto di vista la situazione è mutata. «Le manifestazioni non ci sono più. La gente si è stancata e si è abituata» afferma ancora Brayan «le elezioni ci sono, ma sono fraudolente. Così i venezuelani preferiscono andare via, come abbiamo fatto noi». «La prima a migrare è stata mia sorella» ricorda sempre Brayan, che ad ogni frase acquisisce maggiore voglia di narrare e sicurezza nel parlare. «Una volta arrivata in Colombia ha scoperto di essere incinta, così l’ha raggiunta anche mia mamma. La nostra condizione è drasticamente peggiorata quando il compagno di mia mamma si è ammalato di tumore ed è morto. Lui era come un padre per me. Prima che morisse io frequentavo l’Università di economia a Caracas. Il trasporto era molto costoso, perciò dovevo alzarmi alle 4 del mattino per riuscire a trovare posto sul pullman del governo che costava meno, ma c’era moltissima gente e solo chi arrivava prima poteva salire. Poi sono restato solo in Venezuela e ho dovuto abbandonare gli studi. Per mantenermi acquistavo il cibo a Caracas e lo rivendevo a Las Tejeras, il paese in cui vivevo, dove costava di più. Non ho lasciato l’Università solo per motivi economici. Un giorno mentre andavo a lezione in pullman, la polizia ci ha fermati e ha costretto me e tutti gli uomini ad andare in caserma. Tutti gli altri, eccetto io e un altro ragazzo, sono stati obbligati ad arruolarsi. Mi hanno lasciato andare solo perché avevo 17 anni ed ero minorenne. Questo episodio mi ha fatto provare molta paura e quando l’ho raccontato a mia mamma mi ha convinto a raggiungerla in Colombia». Lasciare la propria casa e il proprio Paese non è mai semplice, lo è ancor meno se lo si fa in maniera clandestina, per sfuggire ad una dittatura pericolosa. E non lo è stato nemmeno per Brayan che ricorda di aver «raggiunto il confine in pullman, poi abbiamo camminato a lungo e molto velocemente, carichi di valigie, per attraversare un fiume. Una volta in Colombia ho raggiunto la mia famiglia. All’inizio vendevo panini per strada. Il primo giorno non ne ho venduto nemmeno uno. Quel lavoro non mi piaceva, così ho iniziato a fare l’aiuto-cuoco in un ristorante cinese». «La Colombia è stata accogliente con i migranti venezuelani» interviene don Alessandro «però la loro situazione non era delle migliori nemmeno lì. Anche a Medellin, dove vivevano, c’è molta criminalità, infatti un loro amico è stato ucciso. Le uniche prospettive per loro sarebbero state il narcotraffico o la prostituzione». Christopher continua il ragionamento del parroco di Predore: «Tutto poi è peggiorato con la pandemia. Io ho raggiunto Brayan in Colombia nel 2019. L’anno dopo a causa del Covid tutto era chiuso e nessuno lavorava». Ed è proprio in quei giorni difficili che Facebook propone a don Alessandro tra le “persone che potresti conoscere” proprio Brayan. «Io mi stavo informando sulla situazione del Venezuela e l’algoritmo mi ha offerto questa possibilità» rievoca il parroco «così abbiamo iniziato a sentirci, mi ha raccontato la sua storia e io gli ho detto che li avrei ospitati volentieri in Italia». «Il problema era che non avevamo il passaporto». Interviene Brayan: «Per farlo dovevamo tornare in Venezuela e pagare 200 dollari ciascuno. Una volta arrivati a Caracas, però, i funzionari hanno detto che c’era un problema tecnico. Quindi, abbiamo dovuto aspettare altri sei mesi. Nel frattempo, mia mamma si è ammalata ed è stata operata d’urgenza. Abbiamo pagato 5 mila dollari perché in Venezuela la sanità pubblica è praticamente inesistente. Finalmente siamo riusciti a fare il passaporto dopo aver pagato ancora 200 dollari ciascuno e nonostante i blackout che per due giorni consecutivi hanno impedito agli uffici di completare la nostra pratica. Senza l’aiuto di don Alessandro non saremmo mai riusciti a sostenere tutte queste spese». In un Paese ricco di petrolio e gas la mancanza di corrente elettrica è frutto soltanto della mala gestione della rete e dei servizi da parte del governo, il quale cerca in tutti i modi di impedire ai suoi cittadini di lasciare il Venezuela. Lo fa chiudendo le frontiere in uscita e rendendo complicato ottenere il passaporto, sia con imbrogli burocratici, sia alzandone il costo così da renderlo inaccessibile per una fetta sempre più ampia della popolazione, che quindi è costretta a emigrare in maniera clandestina. A marzo 2022 finalmente il lieto fine: «Don Alessandro è venuto a Medellin» continua Brayan «e ci ha detto che se avessimo voluto ci avrebbe portati entrambi in Italia con lui. Noi abbiamo accettato subito. Ora qui a Predore siamo sicuri e felici. Lavoriamo in un ristorante e viviamo ospitati dal don, qui nella casa parrocchiale». Grazie alle conoscenze del parroco, che hanno reso molto più veloce la pratica, dopo solo sei mesi a Brayan è stato riconosciuto lo status di rifugiato politico e per 5 anni non potrà rientrare in Venezuela. Chissà se tra un lustro i due ragazzi avranno voglia di tornare in Sudamerica o se saranno ancora molti i venezuelani che cercheranno riparo in altre zone del mondo. L’unica certezza è che il desiderio di Brayan che tutto cambi in Venezuela è comune a quasi tutti i suoi connazionali perché «è un Paese bellissimo, ma da quando governa Maduro la situazione è diventata catastrofica».

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