PONTE NOSSA – Ilaria che se ne è andata in Australia: “Il bello dell’Australia è che non stai a pensare a che tipo di lavoro stai facendo, qui è tutto schematico. Non voglio darmi tempi precisi….”
(dal numero del 6 dicembre)
“Mamma mia dammi cento euro che all’estero voglio andar.” No, questo non è il testo modificato di un super classico della musica italiana che tanto fa arrabbiare Manuel Agnelli alle audizioni di X-Factor. Questo verso potrebbe essere la colonna sonora di tutte quelle persone, sempre di più, che decidono di lasciare la provincia di Bergamo ed emigrare. Secondo i dati Istat, dal 2019 al 2023, 17135 residenti nella bergamasca hanno deciso di andare a vivere in terra straniera. Come se in cinque anni Albino si svuotasse e tutti i suoi cittadini migrassero. «Secondo me tanti giovani lasciano la valle perché, nonostante sia un bel posto, c’è ancora una mentalità un po’ ristretta: devi andare a scuola, poi a lavorare, devi andare a vivere da sola, poi sposarti e farti una famiglia. A me questo faceva venire l’ansia. Prima di partire mi sono chiesta: “ma tra cinque anni mi ci vedo ancora a fare questo stesso lavoro?” Ogni volta che ci pensavo mi faceva stare male.» Ilaria Nembrini non ha una spiegazione certa che chiarisca le cause di questa migrazione di massa dalla provincia dei Mille, ma sa benissimo perché lei, nel novembre del 2022, ha lasciato Ponte Nossa ed è volata in Australia: «Prima lavoravo nei villaggi turistici, quindi a casa ci stavo ben poco. Poi c’è stato il covid che mi ha costretta a fermarmi per un bel po’. Perciò ho cercato lavoro e l’ho trovato in un supermercato. Però non era il mio restare in valle: era proprio pesante. Quando ero in villaggio ero felice, quando tornavo in valle invece mi saliva la depressione. Sono rimasta ferma circa due anni. Sono stati mesi brutti, sentivo che non stavo bene. Non uscivo nemmeno più. Allora mi sono detta che dovevo provare ad andare da qualche parte, facendo qualcosa di diverso rispetto al villaggio.» La pandemia è solo un brutto ricordo. L’estate del 2022 sta per sbocciare e il contratto di Ilaria al supermercato è in scadenza: «Facevo solo una sostituzione di maternità.» Allora la nossese classe 1995 si gode i mesi caldi e fantastica su un futuro lontano dal Serio: «Senza un motivo preciso ho pensato all’Australia.» Così a fine novembre il decollo verso Perth, un nuovo emisfero, un nuovo continente, una nuova vita: «È stato strano perché appena sono salita sull’aereo mi sono sentita bene e anche quando sono arrivata qui, nonostante il mio inglese facesse veramente schifo, non sapevo dire nemmeno “ciao”, sono stata subito felice.» Anche grazie ai tantissimi connazionali che sono volati nella terra dei canguri, Ilaria dopo cinque giorni trova subito lavoro come cameriera in un ristorante italiano: «Questo lavoro l’avevo già fatto per un mesetto in Italia e non mi era piaciuto per niente. Però non potevo permettermi di dire di no.» Però il desiderio della ragazza nata sulle Orobie non è quello di stare ferma. Lei dinamica e sorridente vuole emulare in terra oceanica le avventure che Tiziano Terzani racconta in “Un indovino mi disse”: «Sono arrivata in Australia con l’idea di viaggiare e visitarla senza mai prendere un aereo. È un paese molto grande e i luoghi più belli non sono nelle grandi città, ma nel mezzo del nulla. Quindi con un aereo queste cose non si riescono a vedere.» Allora a febbraio saluta Perth e parte: dalla costa occidentale al sud, poi al nord e ancora a sfiorare l’oceano, ma dall’altra parte a est, verso il mar dei Coralli: «In un anno e mezzo ho visto quasi tutta l’Australia.» Sempre in macchina «su queste strade che sono dritte, senza una curva, dove forse incontri una macchina all’ora. Sono ore di guida infinite, ma ce l’abbiamo sempre fatta.» Un nomadismo cercato, che non lascia nessuno spazio alla noia e che porta Ilaria a cimentarsi in tante e diverse attività, per lo più agricole: dalla raccolta dei cetrioli a quella delle ciliegie, passando per il taglio delle foglie secche dei banani: «All’inizio è stata dura perché avevo male ovunque, non sapevo nemmeno di avere certi muscoli. Poi però sono riuscita a resistere. In Italia non l’avrei mai fatto, se me l’avessero proposto avrei risposto: “ma sei scemo? Pensi che io faccia una cosa del genere?” In realtà il bello dell’Australia è che non stai a pensare a che tipo di lavoro stai facendo.» Oltre alla necessità di trovare un’occupazione per autofinanziarsi e alla volontà di sperimentare mestieri diversi per scoprirsi, certamente c’è un forte motivo economico: «Qui gli stipendi sono diversi rispetto all’Italia. La vita costa di più, però lo stipendio minimo sono 29 dollari all’ora e li prendi anche a raccogliere i cetrioli.» Ma c’è pure una causa burocratica, legata alle norme che consentono la permanenza sul suolo australiano: «Se vuoi restare un anno in più e rinnovare il visto devi lavorare almeno 88 giorni come barista, cameriera o in hotel in determinate zone, oppure devi lavorare nelle farm. Questo è il lavoro più semplice da trovare.» Notti in tenda, falò di gruppo, finesettimana al mare a respirare «bellissime vibes un po’ hippy con tanti surfisti», chiacchierate multilinguistiche e salti con lo skateboard, però «un giorno sono caduta e mi sono fratturata il braccio. Sono dovuta stare due settimane con il tutore e vivevo in tenda. Il mio problema non era il braccio, ma il timore di dover tornare in Italia, perché qui non avevo lavoro.» Perciò Ilaria riparte: destinazione Tasmania. Auto caricata sul battello, dieci ore per attraversare lo stretto di Bass e lo sbarco sull’isola: «Lì abbiamo festeggiato la Vigilia di Natale. Ognuno cucinava qualcosa e si portava tutto su un tavolone. È stato veramente carino anche perché ero lontana da Ponte Nossa ed era come essere in una grande famiglia, tutti a migliaia di chilometri da casa e dalla propria famiglia, ma tutti insieme a scambiarsi gli auguri.» E ancora una volta le sorprese del continente oceanico riescono ad andare oltre l’immaginazione della ventinovenne dagli occhi colore del cielo: «Non trovavo lavoro e parlando con la mia coinquilina francese mi ha detto di provare con gli asili, visto che avevo lavorato nei villaggi turistici con i bambini. Ho chiesto e inaspettatamente mi hanno detto di sì anche se non ho nessuna laurea. Stavo come educatrice con i bambini di un anno, quelli del nido. È stato bellissimo. Dopo due anni di villaggi non potevo più vederli i bambini: avevo esaurito la pazienza. Invece qui mi piaceva tantissimo, forse perché così piccoli non parlavano ancora e non erano troppo impegnativi.» Un’esperienza tanto inaspettata quanto coinvolgente che però deve finire dopo tre mesi, quando il contratto scade e non può essere rinnovato. «Le responsabili dell’asilo erano così contente di me che mi hanno offerto di lavorare in cucina, ma io non avevo mai cucinato per più di cinque persone: cosa cacchio ne sapevo di come si cucinava per una cinquantina di persone? Ma loro mi hanno detto che bastava solo che fossi italiana ed era uguale a “tu sai cucinare”, questo c’è nella loro mente. Così mi sono ritrovata da sola a cucinare per 50 bambini ed è stato bellissimo.» Dopo quasi due anni dall’altra parte del globo, a settembre Ilaria decide che è il momento giusto di tornare in val Seriana. «È stato strano: ho avuto ansia quando ancora ero qui, al solo pensiero. Io sono scappata dalla valle perché non me la sentivo posto mio. Avevo l’ansia di tornare e ritrovare quella sensazione di malessere, quella che non avevo quando sono partita per venire qui. Poi, quando sono arrivata a Ponte Nossa era come non fossi mai partita, come se avessi salutato i miei genitori due giorni prima. Però dall’altro lato stavo a casa dai miei, ma non la sentivo a pieno casa mia, mi sentivo un po’ ospite, era strano. È stato bello perché ho rivisto mio fratello e mia sorella. Due anni sono tanti, certo ti videochiami ma non è lo stesso. Sono tornata soprattutto per la mia famiglia, ma non avevo voglia di tornare, non sentivo la mancanza dell’Italia.» Così dopo solo un mese nella Piccola-Parigi Ilaria riparte. Adesso lavora in un motel in mezzo al deserto. Ci starà per sei mesi, per ottenere l’ultimo visto. Poi chissà: «Non so se voglio vivere qui il resto della mia vita. Per ora non è un no sicuro, però penso che voglio viaggiare per scoprire nuovi posti e culture. Quest’anno lo voglio dedicare a lavorare e mettere via un po’ di soldini. L’anno prossimo voglio andare in Asia e scoprirla, senza darmi dei tempi precisi. Voglio viaggiare, non stare in vacanza.» Sicuramente, però, l’Australia resterà nei suoi ricordi come una delle pagine più dense e colorate: «Ho fatto un sacco di lavori che se fossi stata in Italia non avrei mai provato. Sono grata a questo paese perché sono esperienze che mi hanno fatto crescere tanto anche solo per il fatto di essere circondata da tante culture e tanti ragazzi, che hanno voglia di avventure. Uscire dall’Italia, uscire dalla propria bolla è scoprire che ci sono mille modi diversi per fare le cose. Fa veramente aprire la mente. Se tornassi indietro partirei prima per l’Australia. Qui sono sempre stata contenta, non mi sono mai sentita sola e non ho mai pensato di voler tornare in Italia.» Ilaria per ora ha solo voglia di scoprire il mondo e se stessa. Il futuro è ancora lontano e difficile da programmare. Però, molto probabilmente, anche lei andrà ad aumentare il numero di bergamaschi che non tornano più a vivere tra le Orobie e il Serio: «Non posso dirlo con certezza. Mai dire mai. Due anni fa sentivo che dovevo andarmene, partire per cercare il mio posto nel mondo. Ad ora non l’ho ancora trovato, però so che forse non voglio rimanere in Australia, così come non mi ci vedo a tornare in valle, per fare la vita di chi si sveglia la mattina alle 8, lavora tutto il giorno, torna a casa la sera, cena e va a dormire. Così per tutti i giorni e stai lì a sperare che arrivi quell’unica settimana di ferie all’anno che se la vive con l’ansia perché sa che ha solo quella e poi torna a fare un lavoro che magari nemmeno gli piace. Io non ce la farei mai. Per quanto mi dispiaccia perché sono lontana dalla famiglia e non posso vederla, però penso che non tornerò mai a Ponte Nossa”.
In 4 anni 17.135 bergamaschi hanno lasciato l’Italia
Nel 2022 e nel 2023 quasi 100 mila giovani italiani hanno lasciato l’Italia, mentre solo poco più di 37.000 sono rientrati. Secondo i dati Istat, dal 2019 al 2023, 17135 residenti nella bergamasca hanno deciso di andare a vivere in terra straniera. Come se in cinque anni Albino si svuotasse e tutti i suoi cittadini migrassero.
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