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NOVAZZA – Olena Kust, da Kharkiv (cresciuta in orfanotrofio) a Novazza e ritorno per documentare gli orrori della guerra in Ucraina: “Dovete capire cosa significa davvero vivere in guerra. Non c’è luce né riscaldamento, alle 16 c’è buio e si cammina con la torcia, accompagnati dal suono delle bombe…”

(dal numero del 6 dicembre)

Si chiama Olena Kuts ed ha 32 anni. E’ nata e cresciuta in Ucraina, in uno dei tanti orfanotrofi statali dove le cure mediche non erano molto assidue per cui porta ancora addosso i segni di una crescita problematica dal punto di vista fisico. Fortunatamente a Kharkiv ha incontrato l’associazione Emmaus, un’organizzazione non profit impegnata a costruire uno spazio di amicizia e delle condizioni adatte alla crescita, all’integrazione, alla scoperta e realizzazione del potenziale personale di giovani con disabilità, orfani e bambini sfollati dalle zone del conflitto. Proprio nell’ambito dell’associazione Olena, dopo aver frequentato l’Università e studiato arte e cultura dei diversi Paesi, era entrata a far parte del gruppo delle educatrici di Emmaus presso il collegio delle orfane di Bogoduhiv. Dopo l’inizio della guerra una parte dell’associazione è rimasta ad operare in Ucraina, mentre un’altra parte è stata evacuata in Italia. Ed è così che Olena è arrivata appunto a Novazza, dove ha trovato ospitalità, insieme ad un gruppo di compagne, presso ‘Ca’ Rosèi’, prima del trasferimento a Milano: “Inizialmente l’organizzazione Emmaus aveva portato quasi tutti a Leopoli. Quando il 24 febbraio 2022 è iniziata l’invasione russa su vasta scala, ha capito che un attacco poteva essere imminente, perché Kharkiv si trova solo a 30 km dalla Russia e in quei giorni non tutte le ragazze erano a Leopoli e molte erano vicine a Kiev. Le abbiamo aspettate per due giorni e poi tutte insieme abbiamo raggiunto il confine. Alla frontiera siamo rimaste bloccate per tre giorni, un’attesa davvero molto difficile, sia fisicamente che mentalmente, e poi lasciare il proprio Paese a causa della guerra e diventare un rifugiato è la cosa peggiore che possa capitare che non augurerei nemmeno al mio peggior nemico… Siamo venute in Italia perché Emmaus ha tanti amici nel vostro Paese, e i primi ad accoglierci sono stati i novazzesi, cioè Anna Serena Pirola e suo fratello Amedeo, ma anche tante altre persone, di Novazza e dei paesi vicini, ci hanno molto aiutato, e di questo sono davvero molto grata a tutti loro”. Però c’è un problema: Olena dice che vorrebbe tanto tornare in Ucraina, anche se le cure di cui ha necessità per le sue gambe malate – sedute di fisioterapia, infiltrazioni, piscina, ecc…, finalizzate a scongiurare il pericolo di rimanere in carrozzella – può averle solo qui: “Io non avrei voluto venire in Italia, soprattutto a causa della guerra, ma le ragazze con cui lavoravo avevano bisogno di me. Però per me è molto doloroso essere lontana dalla mia terra in un momento così drammatico”. E infatti Olena, caparbia, coraggiosa ed energica com’è, a tornare in Ucraina non ha rinunciato del tutto: “Ci vado infatti per 2- 3 settimane una o due volte all’anno, non posso farne a meno, ci vado per trovare i miei amici e vedere quello che sta succedendo davvero, perché quello che vedo al telegiornale e quello che vedono i miei occhi sono cose completamente diverse! Col tempo anche qui dell’Ucraina si parla sempre di meno, la gente è stanca della guerra, sembra che le persone vogliano dimenticare, dopotutto, nessun razzo è volato nella loro casa, nessun russo è passato con un carro armato, i loro genitori, i loro fratelli, le loro sorelle, i loro mariti, le loro mogli e i loro figli non sono stati uccisi dicendo loro ‘Siamo venuti per salvarvi’! Qui nessuno lascia mine-farfalla nei parchi -gioco per i bambini, qui nessuno fa saltare in aria le loro chiese… Qui non è come a Kharkiv, dove le sirene suonano continuamente, e continuamente i razzi solcano il cielo, io tutto questo l’ho visto di persona…Quando vado in Ucraina visito gli amici e ascolto le loro storie e le loro esperienze”. Storie ed esperienze che Olena, armata di telecamera, documenta puntualmente; e quando torna a Novazza, sistema il materiale raccolto che poi diffonde sui social come Youtube ed altri: “Sono stata personalmente nei luoghi dove le case erano completamente distrutte e guardando quelle rovine ho capito che dovevo filmare tutto e raccontare tutto affinché nessuno, soprattutto all’estero, possa pensare che la guerra è finita”. In Ucraina Olena è stata due volte anche in inverno: “Fa molto freddo, d’inverno, in Ucraina. Mi appoggiavo ai miei amici e vivevo al nono piano di un palazzo, non c’era luce né riscaldamento, alle 16.00 l’intera città precipitava nell’oscurità, si poteva camminare solo muniti di una torcia, perennemente accompagnati da una sirena costante nelle orecchie e dai rumori assordanti delle bombe… Molto doloroso è poi ascoltare le persone che mi dicono quanto sia duro sopportare la mancanza di parenti ed amici che sono scappati a causa della guerra, non ne sanno più nulla e sanno bene, invece, in che condizioni si trovano quando devono rimanere giorni e giorni al confine…”. Nonostante l’angoscia e lo stress cui si sottopone, Olena non si sottrae a quella che avverte come una vera e propria missione: “ Voglio tenere alta l’attenzione sul martirio della mia gente e della mia terra perché temo che molti non capiscano cosa significhi vivere in guerra. Voglio dirlo anche a voi, alle persone di tutta la Valseriana: non dimenticate che la guerra in Ucraina continua e che, se il mondo intero non si unisce per porvi fine, la guerra prima o poi arriverà anche nelle vostre case, i soldati armati mangeranno nelle vostre cucine o semplicemente uccideranno i vostri cari. Non sto esagerando. So che spesso purtroppo le persone iniziano a capire i problemi solo quando i problemi arrivano a casa loro e cominciano a riguardarli personalmente, ma io non voglio che questo succeda soltanto quando la guerra arriverà alle loro porte”. “Olena dà una preziosa lezione di vita a tutti noi, dedicandosi al compito, pur tanto doloroso per lei, di tenere alta l’attenzione sulla tragedia del suo popolo affinché tutti noi non dimentichiamo quanto sta ancora purtroppo succedendo nella sua terra, insegnando anche a noi che facendo memoria conserviamo noi stessi e vivendo nella Verità e nella Carità è la certezza e la speranza di un futuro” – chiosa Anna Serena Pirola che la ospita e che con altri volontari di Novazza e non solo le fa da supporto e l’accompagna negli spostamenti necessari per le sue terapie -. E questo anche se la sua condizione di disabile le rende tutto più difficile”.

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