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La montagna incantata o abbandonata?

(dal numero del 6 dicembre)

MONOLOGO SUI MASSIMI SISTEMI MONTANI

Ci sono amori e amori, romantici, o, basta andare in cronaca, a volte patologici, possessivi. Fuori metafora, ci sono molti amanti della montagna, molti meno amanti dei montanari. La natura è impietosa, da sempre i cicli storici registrano l’avanzata o la ritirata del bosco: meno popolazione e il bosco si divora i prati abbandonati; aumentano gli abitanti e si riappropriano del territorio e il bosco arretra. Il bosco non è per definizione il paradiso terrestre, lì prolificano non solo la vegetazione ma anche gli animali, adesso soprattutto cinghiali, ma da qualche tempo anche lupi, cervi, volpi, faine, orsi e animali selvatici che rendono il bosco quello dei racconti di paura che ci propinavano i nostri vecchi (più le nonne che i nonni) per tenerci “lontani dai pericoli”. Ci sono due atteggiamenti riguardo alla montagna: uno è di quelli che camminano con la testa rivolta all’indietro (al passato, ai loro ricordi) e l’altro di quelli che pensano a come ci vivranno i loro figli e nipoti. Che, se tutto sarà com’è, se ne andranno altrove. Chiedetegli il perché. In città, ma soprattutto oltre i confini italiani, cercano e spesso trovano quello che qui non hanno, opportunità non solo di lavoro ma di gratificazione, conoscenza, servizi e svago, magari illudendosi anche solo che i sogni non glieli spengano all’alba, come succede da noi. La montagna non è quella originaria creata da Dio o chi per lui. È cambiata per natura, è stata cambiata dall’uomo per sbarcare il lunario. Basta ricordare che molte delle nostre montagne sono una gruviera, “traforate” da gallerie, scavate per tirar fuori minerale, per cavare la pietra, il marmo, la sabbia, per bypassare i valichi. I paesi si sono allargati, le lottizzazioni, anche spericolate e invasive, hanno occupato i prati (spesso i migliori). E per i cicli accennati sopra, adesso siamo in uno di quelli in cui avanza il bosco perché diminuiscono i residenti stanziali. Perché gli attuali abitanti della montagna non sono più obbligati per necessità a fare il “fieno magro” ai margini delle pareti rocciose, non devono più andare a caccia su per i bricchi, le baite alte sono diroccate, i sentieri cancellati. Si cerca di vivere al meglio, con meno fatica.

Allarme spopolamento

Tutti a chiedersi perché i giovani se ne vanno. Facciamo memoria: alla fine degli anni ’60 i nostri giovani furono risucchiati in massa dalle industrie della pianura. Era la rivoluzione industriale che aveva bisogno di manodopera. Figli di minatori e contadini, i giovani hanno trovato lavoro altrove, tornavano il fine settimana raccontando un altro mondo dove c’erano servizi e opportunità che qui ci sognavamo. Poi si sono accasati altrove, tornano magari d’estate occupando per qualche giorno la casa paterna, ormai vuota. Siamo adesso alla seconda ondata di migrazione (più modesta vista la denatalità) dalle terre alte, ma non tanto verso la pianura, ma bel oltre, sono, più che “ragazzi dell’Europa” come cantava Gianna Nannini, “ragazzi del mondo” e quando tornano si sentono soffocare nel nostro piccolo mondo antico, rimasto fermo a una concezione minimale dello sbarcare il lunario. Questi ragazzi sanno che la vita è altro che un posto di lavoro qui sarebbe troppo spesso al di sotto delle loro aspettative e perfino del loro titolo di studio. Fermare questa seconda ondata migratoria non è possibile, come non lo è stato negli anni 60 quando i nostri vecchi si sono sentiti dire dai loro figli che di là dal Passo c’era il “vero” mondo e qui si era restati al Medioevo.

I servizi persi

La montagna ha risorse specifiche, aria, acqua, boschi e prati. L’industria estrattiva è finita da più di mezzo secolo. C’è l’allevamento (settore un tempo primario ma già un tempo complementare al lavoro in miniera), c’è il turismo (molto condizionato dal clima e con ricadute anche qui ancora più complementari per il reddito), c’è soprattutto l’artigianato che si sviluppa in base alla capacità del “cervello fino” degli abitanti. In alcune zone montane c’è la piena occupazione. Ma in genere è impiego poco appetibile per ragazzi diplomati o addirittura laureati. Una mamma un giorno mi ha detto: “Quante mai l’ho fatto studiare, adesso non lo vedo più, è a New York, non torna più nemmeno per Natale”. Ma non si potevano condannare le nuove generazioni a una vita faticosa come quella vissuta dai loro padri e tanto meno da quella vissuta dai loro nonni. Perdendo residenti, i paesi montani perdono impietosamente anche i servizi, chiudono le scuole, le poste, le banche, i poliambulatori, i trasporti, le parrocchie accorpate (“neanche un prete per chiacchierar”). Ci si chiude a riccio, ci si impoverisce nel rimpianto, nel raccontarsi dei “bei tempi” andati (che poi tanto belli non erano, lo sono solo nel ricordo delle persone perse).

Il “che fare”

Uscire dal proprio guscio, girare la testa in avanti, cogliere le opportunità o addirittura cercare di crearne nuove. Ci vogliono amministratori pubblici che abbiamo intelligenza e sappiano guardare oltre la siepe. Faccio un esempio: da sindaco ho creato una zona artigianale (adesso ha 200 addetti). Per progettarla sono andato in Regione. Un funzionario si era opposto con la prosopopea di insegnare a un montanaro come si doveva vivere in montagna: “Non si fanno zone artigianali in montagna, rovinano la bellezza dei paesi, dovete pensare al turismo, noi abbiamo bisogno di venire da voi a respirare aria buona, non fumi di fabbriche”. Gli ho risposto che eravamo stanchi di fare da cartolina per i loro comodi. L’ho spuntata a fatica. È stata la salvezza del paese che negli anni successivi ha aumentato la popolazione. Quindi il lavoro fa restare le famiglie nelle valli. Ma il problema è di quale lavoro, bisogna fare un salto di qualità. L’informatica adesso aiuta. Ma non a spegnere i sogni e questo è un problema, quello dei servizi e quello di creare un ambiente in cui i giovani possano anche trovarsi a loro agio, stare bene, anzi stare meglio. Ma se continuiamo a concepire, conservare e descrivere la montagna come un luogo di fatica, sudore e sofferenza in nome di una vita da “buon selvaggio”, li perderemo tutti, ma proprio tutti e tra due decenni i paesi saranno archeologia della civiltà contadina con visitatori con tanto di guida che descriverà cosa c’era, come ci vivevano dei poveracci ecc.

Il progetto Colere-Lizzola

E veniamo al progetto Colere-Lizzola, oggetto del gran contendere. Che poi il collegamento è praticamente tutto sul territorio di Vilminore e chiama in causa l’interesse di questo Comune. Che è centro di servizi. Quella del comprensorio è un’idea già sviluppata negli anni ’90 con una società nata ad hoc, la Berghem Ski, che aveva già un progetto di massima e la possibilità di un mega finanziamento statale, vanificato proprio da una visione minimale di uno dei “soci” (tra l’altro pubblico). Ripreso e oggettivamente in parte già realizzato su Colere e in prospettiva su Lizzola. Sta sviluppandosi un’opposizione basata su alcuni punti principali: rovina dell’ambiente e futura mancanza di neve. Si controbatte con gli studi più recenti che danno la neve in abbondanza sopra il 1.500 metri (la carenza sarebbe sotto quella quota). In quanto alla “rovina”, si controbatte facendo notare che la manutenzione delle piste e collegamenti sarebbe proprio quella che non permetterebbe l’abbandono di quell’ambiente, oggi solo “cartolina” illustrata. Le obiezioni sui costi: per la parte del “privato” sono “affari suoi”, è solo sulla parte del “pubblico” che si può obiettare, e qui va valutata la ricaduta sul sociale delle due valli, in termini economici. Richiamato il fatto che il turismo è economia complementare, servirebbe guardare oltre i propri piccoli orizzonti, ad es. a Ponte di Legno dove sta sviluppandosi un’economia da stazione non più invernale ma destagionalizzata, annuale (le terme, le multisale, i parchi, le palestre) che darà, secondo i loro studi, una ricaduta occupazionale molto importante, “lo sci diventa una minima parte, anche perché i fruitori sono in diminuzione”. Già, da una piccola indagine su un campione adolescenziale di una scuola superiore, il 90% dei ragazzi non è interessato allo sci. Se una famiglia sale in quota magari ha un solo componente che va a sciare, il resto della famiglia deve avere alternative di svago. Lo stesso sta succedendo al Monte Pora, anche se più in piccolo. Un po’ quello che succede anche nei nuovi stadi del calcio, uno va a vedere la partita, il resto della famiglia ha a disposizione parchi giochi, sale cinema e centro commerciale. Ma c’è un problema: i paesi (Colere, ma anche Castione, Gromo, Valbondione), a differenza di Ponte di Legno, vivono le “stazioni” come corpi estranei. Ma si spopolano, perché i giovani non hanno sbocchi occupazionali all’altezza. L’allevamento richiede grandi spazi ma poco personale e vocazioni specifiche. Non è che le attuali “stazioni” diano risposte adeguate in merito, almeno non ancora. Se la prospettiva è staccare biglietti e fare manutenzione agli impianti non c’è risposta all’altezza. Ma la ricettività oggi richiede personale che sa le lingue, che ha idee e coglie opportunità. E questo sarebbe già “lavoro” per i giovani diplomati e laureati. Ma se, a differenza di Ponte di Legno, i paesi restano estranei, non sarà “questo” turismo a fermare lo spopolamento. Basterebbe uscire da una concezione della montagna da “cartolina illustrata”. Non solo per il turismo. Se diminuisce la popolazione, calano i servizi, se calano i servizi, la gente prima o poi se ne va. E quanto ci vorrà perché anche le piccole industrie, in assenza di manodopera per lo spopolamento, si trasferiscano altrove? Da sempre i nostri vecchi la montagna l’hanno sfruttata fin che hanno potuto. E l’avrebbero fatto anche di più, solo che non ne avevano i mezzi. Pur di starci. E non erano stupidi, facevano legna ma non segavano il ramo su cui erano seduti. La domanda è: come facciamo a farci (re)stare i nostri figli, con il fermo immagine di una montagna che ‘deve restare così com’è adesso’?

Cristina Radici: “Piccolo sì ma dev’essere bello”

“Moltissime le persone che, anche con la neve, non vengono a sciare, ma proprio a… passeggiare”

(p.b.) È un sabato di fine novembre. Cristina Radici aspetta il figlio undicenne reduce da una partita di calcio (vinta) a Sarnico. Cristina è l’imprenditrice che sta rilanciando la Stazione del Monte Pora, che adesso definire “sciistica” è improprio. “Dal 2020 abbiamo cominciato a pensare come destagionalizzare e avere clientela per ogni periodo, il che consente anche di avere lavoro dipendente a tempo pieno, e non solo stagionale. Noi abbiamo al Pora una montagna alla portata di tutti, anche per famiglie che altrove non si troverebbero a loro agio e amano fare passeggiate”. E la sorpresa arriva adesso. “Certo, diciamo che sul fatturato è ancora importante la stagione invernale, ma sono adesso moltissime le persone che, anche con la neve, non vengono a sciare, ma proprio a… passeggiare, sì anche con le ciaspole, ma anche a piedi e si dirigono verso i nostri rifugi, il Pian del Termen e il Pian Palù. Siamo arrivati ad avere in un giorno anche 515 coperti, certo dipende anche dal clima, se l’weekend è piovoso la gente non viene in montagna volentieri, è ovvio. Ma abbiamo creato un ambiente, col laghetto su cui si può… camminare con la visione della Presolana. D’estate il Pora beach e per i bambini il Pora Land, il parco giochi. E poi eventi, spettacoli e la Stazione diventa un punto di ritrovo”. È cambiata quindi l’utenza. “Beh, abbiamo mantenuto la quota di ‘ingressi’ dello sci, ma c’è appunto questo cambiamento, arriva la famiglia, c’è chi scia e chi passeggia. Il futuro? Creare bellezza, una Stazione bella, dignitosa, che fa stare bene, abbiamo rinnovato anche gli uffici con gusto, legno e pietra, cercando quindi la ‘grande bellezza’, un posto vivibile e divertente”. Il futuro? “Vorrei che a fronte dei nostri investimenti, si ridestasse l’interesse del paese, di Castione, per la ricettività coniugata come dicevo con la bellezza”. Cosa pensa del progetto di comprensorio Colere-Lizzola? “L’idea di creare un bacino di utenza è buona, ma anche qui sono i paesi che devono rispondere, non restare fermi agli anni 70, se Lizzola è ferma, se Colere non risponde creando ricettività, allora è un problema”.

Montecampione che aspetta da anni di essere salvato, il fallimento dell’ultima gestione e ora…

Annaspano, faticano. Tanto. Le piccole stazioni sciistiche le stanno provando tutte ma i numeri di chi ci ha provato o ci sta provando, eccezion fatta per il Pora, sono drammatici. Capitolo Montecampione (tra Artogne, Piancamuno e Gianico, bassa Valcamonica) giusto pochi giorni fa la Plan 1800 srl ha acquisito gli impianti per un valore di 1.200.000 euro depositando a totale carico del Consorzio una caparra di 120.000 euro. Il saldo doveva pervenire in questi giorni ma sembra abbiano avuto una dilazione fino al 31 dicembre. Ma facciamo un passo indietro, dentro una questione che si trascina da anni. Gli impianti erano passati all’imprenditore Maurizio Iorio, che prima di lasciare ha evidenziato una perdita per oltre 1.000.000 di euro. Una società ad amministratore unico, la Plan1800 srl, a capitale 70% Val Palot Impianti srl con amministratore Biena, e 30% Monte P srl con amministratore Redaelli (figlio del vecchio direttore degli impianti ai tempi di Alpiaz e amico di Lima, il noto imprenditore, operativo su manutenzione e vendita di impianti di risalita) è interessata agli impianti di Montecampione; La società ha un capitale di 10.000 € e l’amministratore unico è Biena. La società si è dimostrata interessata a subentrare a Iorio, ma avrebbe voluto usufruire di un concordato preventivo per coprire i debiti contratti da Iorio. Il Giudice fallimentare, dopo un lungo ripensamento, non ha concesso il concordato preventivo richiesto perché con un capitale di 10.000 € non avrebbe mai potuto coprire i debiti in essere, superiori al milione di euro. Il giudice ha pertanto decretato il fallimento della società ed affidato al curatore Savoldi la preparazione di un’asta che si sarebbe dovuta tenere a luglio. Nel frattempo, però, la curatela ha ceduto in affitto, biennale, gli impianti alla Plan 1800 srl che lo scorso anno ha aperto l’impianto Gardena (seggiovia triposto situata a 1200 e lunga circa 300 mt) e gli impianti le baite (seggiovia quadriposto) ed il larice (seggiovia triposto) situata a 1800 mt. Lo scorso anno al Plan è stato aperto anche un tapis roulant. Ancor prima della pubblicazione del bando, la Plan 1800 srl ha fatto un accordo con l’associazione Consorzio Montecampione secondo cui, a fronte del pagamento della caparra pari al 10% dell’importo d’asta da parte del Consorzio, il Consorzio stesso avrebbe avuto un posto nel CDA nella persona del Presidente che, per evidente conflitto d’interessi, si sarebbe dovuto dimettere dalla carica di Presidente nel Consorzio: cosa non ancora avvenuta, a quel che ci risulta. Naturalmente la Plan 1800 srl avrebbe dovuto cambiare il proprio statuto perché, da gestione ad amministratore unico, sarebbe dovuta essere gestita da un CDA con tre amministratori: Biena, presidente, Birnbaun consigliere con deleghe per i contatti con le banche e gli enti pubblici, ed il terzo amministratore Pietroboni, imprenditore dell’alta Valcamonica operante nel campo degli impianti di risalita e delle manutenzioni, ma senza apporto di capitale in quanto è rimasto nella società quel 30% della Monte P srl. Lo statuto naturalmente è stato cambiato. L’associazione Consorzio ha versato la somma di 120.000 euro quale caparra, non rifondibile in caso di mancato acquisto, pari al 10% sul presupposto che la valorizzazione degli impianti fosse pari a 1.200.000 di euro; in realtà il 16 luglio il bando d’asta è stato pubblicato per un valore di circa 870.000 €, per cui la caparra è stata sovrastimata, così che gli impianti invece di costare 870.000 € ora costeranno 1.200.000 €. Il curatore fallimentare ha concesso i soliti 120 gg per pagare la differenza per arrivare a 1.200.000 euro. Naturalmente non si sa se la Plan 1.800 srl avrà i soldi per pagare, per cui si prospettano due scenari: 1 – La Plan 1800 srl non versa i soldi: a Montecampione per questa stagione si tornerà a sciare su tre impianti (o due perchè non è certo che il larice sia agibile e non necessiti di revisioni) perchè è ancora valido il contratto di affitto. 2 – La Plan 1800, o chi per loro, versa i soldi: naturalmente si tornerà a sciare, poi però i proprietari dovranno mettere mano al portafogli per rimettere a norma o sostituire tutti gli impianti ed in questo caso si tratta di milioni di € , probabilmente per una cifra tra i 10 ed i 20 milioni, ma decisamente più vicina ai 20 milioni. A questo punto ed in questo momento i tempi di ripristino degli impianti sono imprevedibili.

Ponte di Legno: la regina del turismo invernale (e non), 100 km di piste ma anche le terme più grandi d’Europa e…

Ok, qui ci sono qualcosa come 100 km di piste per ogni difficoltà che si sviluppano nella natura incontaminata del Parco Nazionale dello Stelvio e del Parco regionale dell’Adamello. Trenta gli impianti di risalita per tracciati tutti con innevamento garantito, culminanti nei 3.000 metri del ghiacciaio del Presena, dove si può sciare sino a primavera inoltrata. La nuova e velocissima cabinovia Presena porta in soli sette minuti dai 2.585 mt del Passo Paradiso ai 3.000 mt del Passo Presena dove si può godere di una vista spettacolare su Adamello, Lobbie, Presanella e Pian di Neve, il più vasto ghiacciaio delle Alpi italiane. Dal Presena parte una delle piste più lunghe d’Europa per raggiungere “non stop” Ponte di Legno dopo ben 11 entusiasmanti km bianchi. Senza contare snowpark, fantastiche discese in fuoripista e la possibilità di effettuare raid scialpinistici sui ghiacciai dell’Adamello. Insomma, un biglietto da visita che richiama appassionati della neve da tutta Europa. Ma qui si guarda oltre, oltre la neve. E qui si stanno realizzando le Terme più grandi d’Europa: 7000 metri quadrati, tra crepacci artificiali e vasche da bagno nelle grotte, architettura innovativa ispirata ai ghiacciai, piscina sportiva, piscine all’aperto e al chiuso, zona spa con bagno turco, sauna e sauna panoramica, vasca panoramica all’aperto e solarium, kindegarten, ristorazione e lounge bar con terrazza. Il tutto per la cifra record di 46 milioni di euro, ottenuti grazie ai fondi Odi, fondi Comuni Confinanti (con il Trentino, quindi regione a Statuto Speciale). La realizzazione è cominciata ormai quasi 5 anni fa, lì dove c’era l’ex municipio abbattuto a inizio del 2019. Un progetto firmato dall’architetto toscano Marco Casamonti scelto nel 2017 tra i 5 di altrettanti archistar. L’aspettativa era quella di chiudere il cantiere per la fine del 2022. Poi la data è stata spostata a Natale 2023, di mezzo la pandemia e i prezzi che sono aumentati (all’inizio il preventivo era di 24 milioni), e come se non bastasse sono state riscontrare difficoltà costruendo le paratie contro la falda d’acqua in pressione a 30 metri di profondità. Si è lavorato tanto, tantissimo sotto terra e ora da un paio di mesi si cominciano a vedere i primi piani dell’edificio. I costi sono alti, già, ma i gestori ipotizzando i incassare 4 milioni all’anno per 30 anni, quindi qualcosa come 120 milioni di euro di ricavi. Perché bisogna pensare anche a chi non scia. Qui si punta su un turismo che tenga la gente in valle 365 giorni l’anno e di conseguenza che permetta di tenere anche i servizi nei paesi, scuole, sanità ecc. Qui lo scorso anno ci sono stati parecchi concerti sul ghiaccio, arte, spettacoli, musica e teatro. E in estate oltre alle tantissime attività, ormai fanno a gara ad arrivare in ritiro squadre di calcio del calibro di Monza, Sampdoria, Milan femminile e molte altre.

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