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Tenevo a Diomede

Cresciuti, nel dopoguerra, “tra le battaglie Omero nel carme tuo sempre sonanti” (Carducci), ci siamo costruiti rapporti di forza individuali ma soprattutto di gruppo. Abbiamo fatto a sassate sul fiume, la riva bianca, la riva nera e abbiamo rievocato l’epica battaglia di Palént, dove fu fatto prigioniero un ragazzo della contrada Cantù e i genitori a cercarlo per due giorni, come raccontava il Batista che con i suoi ottant’anni gli luccicavano ancora gli occhi per l’impresa.

L’Atalanta, con quel nome di ninfa, è stata per la maggior parte dei ragazzi una bandiera di identità territoriale, specie nei paesi di confine (con i bresciani). Una bandiera, un mito, un sogno per quelli delle partite infinte sul sagrato che finivano all’Ave Maria della sera, con le donne che chiamavano sugli usci i loro pargoli smarriti che poi piombavano in cucina attenti a schivare gli scapaccioni e nascondendo le “ferite di guerra”.

“Turnavi a cà la sera, e la mia mamma / la me nettava el nas tutt spurch’de sang’ / perchè la legge l’era de dài via, / ma l’era anca quella de ciapànn!” (Jannacci).

Bergamo era comunque nell’Olimpo, poteva reggere con pari dignità il tifo per le grandi. Da ragazzi ci si trovava la domenica pomeriggio, dopo la dottrina, ad ascoltare la radio. Mio padre camminava su e giù per la cucina, scuoteva la testa per le sconfitte, allargava un sorriso per le vittorie, noi facevamo chiasso.

Il tifo me lo sono perso per strada quando ho conosciuto quel mondo da vicino, prima i giocatori che nell’immaginario di allora (non c’era ancora la tv) erano davvero quelle figurine che li immortalavano sull’album. Visti da vicino erano dei ragazzotti che non sapevano reggere la fama e i troppi soldi (anche allora, anche se in proporzione erano pochi rispetto ad oggi, ma sufficienti per farli cadere in tentazione). Adesso Mattia incolla figurine e non fa a tempo a completare la squadra che già, col mercato di gennaio, la metà ha traslocato e si fatica a rincorrere i nostri eroi che calciavano per noi e col mercato diventano “nemici”, come ho sentito dire da un allenatore ai piccolini, semplificando per fargli capire a chi non dovevano passare la palla. Sarebbe come se Diomede fosse passato ai Troiani. Il calcio è la prosecuzione della guerra di contrada, di campanile, di città, di regione, di nazione, con altri mezzi che in teoria dovrebbero essere meno cruenti. Ma anche la simulazione della guerra comporta dei rischi, bisogna mettere in conto che ci sia gente che ha voglia di menare le mani per davvero, simulando la guerra che non c’è e di cui si perde la memoria per la… troppa pace. I “guerrieri della domenica” sono la prosecuzione banale dei “I guerrieri della notte” (film del 1979), dove le bande di New York si scontrano e ci scappa il morto. E’ il rito dell’appartenenza esaltata a ragione di vita. Presi il lunedì, in genere, i “guerrieri” sono onesti e modesti, perfino pacifici lavoratori che sbarcano il lunario. Li ho conosciuti, incontrati, gli ho parlato quando ero a Bergamo e dirigevo un quotidiano locale (il cui editorea era, tra gli altri, Ivan Ruggeri, presidente dell’Atalanta). La domenica è la loro rivincita su un mondo che li annoia, li confina ai margini, a volte li umilia nelle loro aspirazioni e speranze. Ma non sono loro comunque, aldilà della cronaca (ma per quella basta ricordare “I ragazzi della Via Pal” per capire che anche il gioco può mutarsi in tragedia) i demolitori del mito. Anche noi, da ragazzi, ci siamo scontrati duramente tra tifosi di squadre diverse e qualche livido c’è scappato eccome. Sono le tresche vergognose di cui si ha notizia anche in questi giorni che falsano gli incontri e vanificano quindi perfino gli scontri. Si combatte per l’onore, per poco che sia, ma se poi scopri che combatti per gentaglia che combina le partite, se scopri i giochi dei “poteri forti” che falsano i risultati per denaro, i miti si frantumano. Il tifo me lo sono perso del tutto quando ho conosciuto l’ambiente, i dirigenti e tutto un mondo popolato da persone che esaltavano le loro frustrazioni nel controllo, a volte sprezzante, del “mito”, approfittando delle “febbri” della domenica pomeriggio (che poi adesso si sono dilatate ad altri giorni e sere). E allora, ribaltando la cronaca mi sembra che non siano le “curve” il problema vero del calcio, ma il business sproporzionato, gli ingaggi cervellotici, le “mafie” sotterranee, il giro delle scommesse più o meno clandestine. E’ come nella finanza, ci sono i rapinatori di banche ma al confronto con certi speculatori di mercato e finanzieri d’assalto, veri pirati che stanno nella legalità apparente, i primi fanno perfino tenerezza e del resto anche nelle storie non tenevo a Pat Garret che tradisce l’amico, ma a Billy the Kid che “bussa alle porte del Paradiso”.

Bergamo non merita di finire in cronaca in questo modo. Il vero danno lo fanno le storiacce del calcio scommesse che già hanno affossato l’AlbinoLeffe. La cronaca nera descrive l’eccesso, quella giudiziaria ci fa finire nel cesso. (p.b.)

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