Venerdì, 14 Luglio 2017 11:02

La forza del pensiero debole

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A casa mia, quand’ero piccola, le parolacce erano proibite: mia madre le aborriva e interveniva duramente se ci sentiva darci, tra noi sorelle, anche solo della “stupida”… E il castigo era invariabilmente accompagnato dalla sentenza “Ol rispèt e la creànsa i sta bé ach a cà dol diàol!” (Il rispetto e la buona educazione stanno bene anche a casa del diavolo), mentre la Nonna rincarava “’S cumincia coi bröte parole e ‘s sa mia ‘ndó ‘s va a finì!” (Si comincia con le brutte parole, e poi non si sa dove si va a finire).

Anche alle Magistrali il prof. di tirocinio ci raccomandava: “Mai mancare di rispetto ai bambini, nemmeno con le parole! Se si comportano male non direte loro ‘sei stupido’, bensì ‘hai fatto una stupidaggine’, e li inviterete a riflettere spiegando loro il perché della vostra riprovazione”.

Una ricerca recente dice che il 30% del vocabolario più comune degli Italiani è costituito da parolacce, di cui fanno uso sistematico non solo i giovani ma anche gli adulti. Gli psicologi dicono che le parolacce sono uno dei tanti modi maldestri con cui ragazzi e adolescenti cercano di “fare branco perché sono in crisi di identità”… Ma che dire degli adulti che riconducono ogni situazione ed ogni persona a poche parole oscene che “amalgamano tutto verso il basso”?

(La stessa ricerca dice anche che il vocabolario del cittadino medio è molto ridotto e che il lessico utilizzato dalla maggioranza delle persone è di una povertà impressionante).

Gli insulti sono poi ogni giorno in Parlamento, sui giornali, nello spettacolo, nella satira, nei twitter e nei social-network, nei talk show e persino nella tv delle ore cosiddette protette. Insomma, l’Italia, che era il Paese del dolce stil novo, di quel formalismo verbale che proteggeva la civiltà dello stile e delle relazioni tra le persone, è diventata il Paese della corruzione anche a livello di linguaggio.

Elémire Zola diceva che “il turpiloquio è indotto dalla convivenza coatta, essendo tipico degli schiavi, degli eserciti e delle burocrazie”. E’ anche “la forza del pensiero debole” e “la scorciatoia per non pensare”: la forza della ragione viene sopraffatta da quella della volgarità e rende impossibile lo scambio dei pensieri, il dialogo, la conversazione civile; la spia di un vuoto non solo di intelligenza, ma anche di dignità e di umanità, perché umilia sia chi lo pratica che chi lo subisce. Il turpiloquio crea un’atmosfera fredda e brutale, è impossibile creare empatia e comprensione tra chi definisce abitualmente persone e fatti con termini mutuati esclusivamente dall’apparato sessuale ed escretorio… E’ doloroso ed odioso perché riduce le parole che attengono alla dimensione più privata ed intima delle persone, degna di riserbo e di delicatezza, a significare qualcosa di ignobile, di degradato e di degradante: un vero e proprio allenamento alla violenza che andrebbe affrontato come emergenza nazionale perché, com’è purtroppo esperienza quotidiana, si fa presto a passare dalle male parole alle male azioni, che ne sono la diretta conseguenza.

Prima de parlar, tàsi!”- raccomandavano i Dogi agli ambasciatori della Serenissima in procinto di partire per le missioni diplomatiche. A significare che prima di parlare è meglio riflettere su quanto si sta per dire e su come lo si dirà. Un consiglio più attuale che mai.

Lunedì, 21 Novembre 2016 13:05

IL BOSCO E IL FIUME

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Sei tra il rumore dei giorni, mai uguali ma lo stesso simili, che quando un giorno non fai questo, o quello, un altro giorno ti ripeti. La vita, in fondo, è un rituale perpetuo, che se ti nutri, se ti svegli e dormi, lo fai ritmicamente come tutti, anche se in modi diversi. Così come sei impegnato nel quotidiano, ognuno con il suo modus operandi, tutti con un lavoro diverso, ma l’impegno e la noia si mescolano in una miscela che alla fine dà lo stesso impasto di problemi e di piccole soddisfazioni e gioie, che pur inferiori di numero, compensano, o ti illudi compensino le problematiche dei giorni che si susseguono. E per ognuno è importante il suo fare, e ogni individuo pensa che la sua responsabilità è maggiore di quella di chiunque altro, che è giusto nella sua forma semplicistica, perché se uno suda impegno e a volte disperazione per procacciarsi il cibo, per altri il problema è accumulare più denaro, che quello che ha non gli basta, ed ecco avere occupato la maggior parte del tuo tempo, non per te stesso, ma per soddisfare un’esigenza. Quel che cambia per ogni singolo essere, è il tempo che dedichi a te stesso, alle tue gioie, al tuo amore, alle tue disperazioni, ai tuoi pensieri più intimi, sempre meno rimaniamo con noi stessi a chiedere aiuto nel nostro silenzio, come quando da piccoli si chiedeva aiuto al papà o alla mamma, o a chiedere aiuto a Dio, o a ringraziarlo per la vita donata, magari gridandolo al vento, urlandolo dentro di te gettando la voce nel nulla che poi è il tuo tutto in quell’istante. Che il bosco dall’alto, insieme al fiume in basso sono sempre lì che ti aspettano, ti guardano nel tuo scenario, sul palco della tua vita caotica e nevrotica, e se la ridono del tuo stupido affanno, del tuo continuo inseguire la vita che nemmeno te ne accorgi e si festeggia un altro compleanno. Eppure il bosco è lì, grande, maestoso con i suoi colori, ora intensi, ora bruni, il vento tra i suoi rami sibila a volte di contentezza a volte di rabbia, e ti chiama, ti invita a calpestare i suoi sentieri nella sua quiete, per rifocillarti la mente e aggiustarti lo spirito, lui ti chiama in continuazione, basta tu alzi lo sguardo, e stacchi la spina con lo stupido mondo per raggiungerlo in ogni dove. Anche il fiume rumoreggiando si affanna al di là della strada a chiamarti instancabilmente, nonostante il suo serpeggiare, ora colorato scuro di pioggia fresca, ora con colori cristallini e limpidi di tempo clemente, anch’esso ignori, incurante che sarebbe maestro nel placare le tue pene, e aggiungere armonia alla tua anima. Ma il fischio del vento tra gli alberi, e la voce grossa che muove l’acqua, sempre più, appaiono come sirene fatue alla nostra vista, miraggi di oasi verdeggianti nell’arido deserto ai nostri occhi, e non si ha orecchie se non si vuol sentire, né occhi se non si vuol vedere. Scrivo a te, per ricordare a me, che il bosco si rinnoverà sempre a vita nuova con le sue foglie morte, il fiume, mite o irruento non smetterà mai di alimentare il mare, ma noi potremmo rammaricarci di non avere calpestato quei sentieri, e di non aver tirato dei sassi nell’acqua, il nostro tempo da attori è breve sul palco della vita. Scrivo a te, per ricordare a me…

Lunedì, 24 Ottobre 2016 14:23

C'è bisogno d'amore perdio

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Annibale Carlessi

Giorni così. Giorni dove il diverso non suscita curiosità ma paura. Che ne so. Sarà l’autunno. O forse è sempre stato così. Ognuno di noi appartiene ad un passato costruito dai nostri padri con usi e costumi diversi. E così sorgono discriminazioni, pensieri contrari, incomprensioni, quasi sempre dettate dall’ignoranza e dalla paura del “diverso” da te. E si affrontano discutendo in assemblee o riunioni di gruppi magari toccati nel vivo, da situazioni in cui si viene a convivere forzatamente. Poi si torna alla cosiddetta normalità, e anche i dissapori e piccole incomprensioni non mancano, e ti ritrovi a discutere con il vicino di casa, siciliano o milanese, o semplicemente tuo compaesano. La cattiveria che usi nei confronti di chi non fa la “differenziata” in modo adeguato, non è di grado inferiore a quella che usi con il Somalo che vive nel tuo quartiere. L’astio che c’è con l’amico dirimpettaio perché il cane ha sporcato nel giardino condominiale e non ha pulito è talmente pesante da creare vero imbarazzo nel solo continuare a salutarsi, più che il malumore per accettare una Moschea Musulmana nei pressi della tua chiesa. E se un gruppo di persone si riunisce nei pressi della tua abitazione per un barbecue, pur conoscendoli uno per uno, non tolleri nemmeno per una sera che si intrattengano a schiamazzare allegramente un’ora dopo l’orario consentito, ed è più difficile che digerire il fatto che in una città si siano inseriti dei gruppi di nazionalità cinese aprendo una catena di ristoranti. Lo stesso che litigare furiosamente con la maestra che ha alzato la voce con tuo figlio a scuola, perché disturbava in classe, con molta più furia mostri i denti per un episodio del genere, che accettare di avere nella stessa classe di tuo figlio degli Asiatici o Giapponesi. Si discute animatamente con il parroco del paese perché non ti ha concesso l’orario che desideravi per occupare il campo di calcio per una partita, e lo boicotti non andando più alla messa, e lo ostacoli con ogni mezzo, con un vigore tale che non useresti nei confronti di un raggruppamento di Rom assemblato vicino a casa tua. Da piccolo il babbo mi portava spesso al sud per lavoro, e mi affidava spesso a dei gentili signori che durante la giornata lavorativa si prendevano cura di me: come quando rimanevo in compagnia di persone anziane che facevano i custodi alle navi attraccate al porto, e loro mi facevano giocare ai pirati sul molo, o come quando dei pescatori mi portavano con loro ad una battuta di pesca istruendomi sul modo di pescare, ma anche di signore anziane o meno, che mi portavano nell’orto per farmi imparare l’arte ortolana, e poi ancora e ancora… tutta gente del sud che si prendeva cura amorevolmente di un ragazzino del nord. Così che più di quaranta anni or sono, quando tornavo al nord non riuscivo a capire perché i miei compaesani fossero così ostili e prevenuti con la gente del meridione, e spesso chiedevo il perché a mio padre che mi spiegava che gli idioti ci sono dappertutto, in ogni nazione e cultura, così come la brava e onesta gente. Allora che fare? “C’è bisogno d’amore, perdio…” (Zucchero). 

Lunedì, 12 Settembre 2016 10:46

scuola genitori sull'orlo di una crisi di nervi

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Anna Carissoni

Non avrei mai pensato ci fossero dei genitori che vedono con timore il ritorno a scuola dei loro pargoli. Eppure ce ne sono, come mi conferma una giovane mamma con due figli alle elementari e mi racconta di altri padri e madri che vivono lo stesso disagio.

Disagio le cui cause non sono, come si potrebbe immaginare, problemi gravi di apprendimento, rifiuto della scuola, incompetenza degli insegnanti o altro, bensì - udite udite! - i compiti a casa, la cui esecuzione compromette quotidianamente la serenità dell’intera famiglia perché i piccoli scolari, al momento di eseguirli, si mostrano svogliati sbuffando, facendo capricci e rimandandone l’esecuzione ad un non meglio identificato “dopo”. Magari a quando il padre torna dal lavoro o, peggio ancora, alla sera tardi, quando invece sarebbe ora di andare a nanna…

Forse allora ai giovani genitori sull’orlo di una crisi di nervi potrebbero tornare utili i consigli di un’esperta come Federica Mormando, che se ne intende perché è una maestra e una neuropsichiatra che, insoddisfatta della scuola “normale”, ne ha fondato una sua dove i bimbi vivono lo studio con passione e con gioia nonostante – o forse proprio perché –vi vigono regole rigide ma ragionevoli e giuste.

Dunque dice la Mormando, se i compiti sono davvero troppi bisogna parlarne al dirigente e all’insegnante per ottenerne la diminuzione, ma poi devono farli gli scolari, da soli, non i genitori! Magari con una presenza discreta della mamma intenta a qualche altro lavoro, che ogni tanto interrompe per incoraggiare i più piccoli, ma che mai si sostituisce a loro né permette che lavorino all’ultimo momento. “Se a sera il quaderno è ancora vuoto, niente nottata di tutta la famiglia ad attendere che il pargolo partorisca la paginetta. Si va a scuola senza e ci si prende, giustamente, il brutto voto e i rimproveri dell’insegnante”.

Anche il carosello dei corsi, utili spesso solo a parcheggiare i rampolli da qualche parte, è spesso eccessivo e controproducente. “Correre nei prati, o nei parchi cittadini, o nei cortili dei condomìni, dopo un accurato controllo dei pericoli umani, è molto più utile dei corsi ad ore di vari sport. Suggerisco perciò un solo sport ed un’educazione musicale e artistica, ricchezza acquisita che durante l’adolescenza potrà fare la differenza tra chi ha la testa vuota e chi ce l’ha colorata di idee”.

Anche la moda delle vacanze brevi del fine-settimana andrebbe un po’ ripensata: “Vedo molti bimbi con la valigia in mano ogni venerdì sera, ma ne sento parecchi – e sono i più saggi - dire che preferirebbero stare a casa. Un po’ di tranquillità, di silenzio, di spazio, di fantasia, finalmente liberi dall’egemonia frenetica dei genitori e degli ‘animatori’ in perpetuo movimento, fanno talora meglio del cambiare aria e di qualsiasi sport-club”.

 

Lunedì, 12 Settembre 2016 10:42

le vere sillabe di bucolico

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Annibale Carlessi

Bucolico. Lì per lì, è una parola che mi fa ridere, e non mi piace che io debba memorizzarla per dire la stessa cosa scrivendo che mi sono veramente estasiato sulla montagna insieme a quei pastori. Ho cenato con loro dopo che avevano governato il bestiame e hanno dato il giusto compenso ai loro fedelissimi cani, tre grossi tozzi di pane raffermo, e più tardi anche gli avanzi di succulente costine… che le mie, mi assicurai di non morderle più di tanto. 

Una fatica immane, su e giù dalla riva del monte, tutto il giorno ad abbaiare, a correre, a sorvegliare il bestiame che sembra di voler eludere la loro sorveglianza, sembra lo facciano per dispetto o per gioco, cercano sempre spazi proibiti per brucare e far dannare i poveri pastori a quattro zampe che non mancano di guardare lo sguardo severo e vigile dei loro “padroni”. Che padroni l’ho messo tra virgolette perché per me non sono padroni di niente, di tanto amore non può essere che il degno e unico padrone, Dio.

Quattro bicchieri di buon vino forte, nostrano, verace come le mani che lo versano, mani robuste, mani che hanno dentro sé l’ebbrezza del profumo della terra. E quelle mani poi giocano alla morra, i numeri scorrono rapidi da bocche sicure… ma a cui trema un poco la voce. Il vino aiuta parecchio ad aumentare la sicurezza di quella meravigliosa gente, e io con loro, li rende un poco spavaldi, non fosse che a pieno diritto per il dormire poche ore al giorno su giacigli di paglia e cuscini che non hanno più colore… Si discute ad esempio per quel numero che non s’è capito bene, o per aver gettato a dita aperte un due che si apre come in segno di vittoria mentre la sua bocca diceva tre, certo forse un po’ nascosta dalla cicca di quel sigaro e i baffi non migliorano certo la situazione, ma il tre era distinto, chiaro e nitido.

E qui entrano in ballo le grappe del dopo caffè fatto con la moca che sembra una piccola betoniera tanto era grande. Sono le grappe che ora si fan sentire, e il pastore non può che disperatamente e ostinatamente far valere le sue ragioni, ma non c’è cattiveria. Che poi si parla si ride si scherza… e si scherza sempre sul più piccolo, l’ultimo arrivato, 18 anni, non è stato a pascolare il gregge con il padre che fa il pastore dall’altra parte della valle, tutto per un lieve dissenso tra i due, il padre lo riteneva ancora un cucciolo non in grado di badare alle bestie, lui, offeso, si è offerto ad un altro pastore.

Bucolico: ma che parola diversa da ciò che vuole intendere, quantomeno strana… Non è forse meglio cercare di spiegare ciò che provi scrivendolo, che ritenerti uno stupido se non sai cosa significa bucolico? E quando lo sai, per quanto mi riguarda, evito ben volentieri di usare quella parola, che non va a braccetto con nessuna sua sillaba con il vero e unico intento di tanta bellezza. Se non lo sai scrivere descrivendolo, pensa ad una baita, pastori, agnelli, cani, stelle a milioni sopra la tua testa girata all’indietro con la bocca spalancata di stupore, il suono della notte, picchi che si ergono fieri e maestosi sopra i tuoi pensieri. Di te sotto, un brulichio di luci che così da lontano in quegli attimi paiono candele accese sparse in ogni dove a comporre un presepio dei giorni nostri, uno spettacolo nello spettacolo.

 

Giovedì, 07 Luglio 2016 15:34

la luna e il vento

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Come non t’avessero mai cercata quella notte, luna, pensando tu non ci fossi, invece d’un tratto sei apparsa all’improvviso dietro quelle nuvole scure e hai rischiarato il suo volto di bambina da poco cresciuta a donna, gli hai carezzato le guance e acceso gli occhi tristi di un verde scuro come il profondo del lago che illumini d’immenso. Intanto bagliori di luce saltellavano qua e là sulle rive, e in mezzo danzavano come fosse un concerto di lucciole, la luna si divertiva con i due amanti che parlavano teneramente tenendosi stretti o forse nemmeno si dicevano niente che quando in cattedra sale il professor amore, la sua voce si sente anche nel silenzio.

Il dolce fruscio delle onde, sbattendo sui ciottoli intona una ritmica melodia di pace, e tu eri con quel lui, quello a cui toccava in quel tempo esserci, ed eri lontana dai profumi della tua terra, lontana dal tuo passato e vicina al tuo presente, incerta del futuro.

Promesse, speranze e frasi di tenerezza poco prima del tuo ritorno alla triste realtà, dove senti le storie di tutti bevendo e sorridendo che è il tuo lavoro, là dove le luci stordiscono insieme alla musica che stride.

Un bimbo a casa ti aspetta e cresce con i nonni che anche loro aspettano fiduciosi un tuo aiuto. Che il latte costa così come carne e pane e i sentimenti son da mescolare con la speranza che prima o poi tutto finisca, ma non finisce mai la storia di una intrattenitrice a pagamento… non è mai finita la storia di una donna che si vende per compiacere, è un destino che ti abbraccia per un gioco sporco e dignitoso nella sua costrizione che forse pensi duri poco ma difficilmente t’abbandona.

E ancora ti ritrovi con chi ti fa sognare, con chi ti fa vedere il rosa che non hai mai visto. Non ci spera troppo Maria, troppe parole s’è portato via il vento tiepido del lago dorato, troppe volte hai trovato nel portafogli di chi ti dormiva accanto le foto di figli come il tuo, approfittando di quel dolce momento d’illusione in cui ti senti donna e sei amata anche se per finzione. Lo stesso, Maria, nulla cambia se ti sei abituata a prendere le cose come vanno e non come vorresti fossero, e allora a tua volta non per cattiveria ma per necessità inganni, illudi, prometti per mero interesse. Questo mese il tuo bimbo avrà un giocattolo in più e tuo padre si berrà un’altra bottiglia di vinaccia pensandoti con un sospiro arrendevole così come il suo non essere mai stato un padre.

E impari, impari bene fino a superare il maestro, l’uomo che ti stringe tra le braccia prima del tuo turno di lavoro, ma nulla può sui tuoi sentimenti. E tu Maria, hai già pronte tutte le parole che ti servono e sai quando dare il primo bacio che poi segue altro solo se è conveniente. La dose rincara con il passare del tempo, e non ne passa molto da che hai meno di vent’anni e usi tanto e di più di quanto vieni usata, sfiduciata non hai più voglia di vedere altre foto di mogli incapaci e figli indesiderati.

Ed è in questo caos di luna che brilla insieme ad onde fruscianti, e amore, inganno, fiducia calpestata e frasi fatte che dominano frasi di circostanza. Non ti rendi nemmeno più conto di ciò che è bene e ciò che è male e non è improbabile che nel frattempo, ti bruci la possibilità di un vero Amore che passa con il treno del tuo tempo, non riesci nemmeno a distinguere il bene che bussa alla porta del cuore e può capitare che te lo lasci sfuggire tra le dita delle mani, uguale a come ti sei fatta sfuggire la tua vita perché altro non ti hanno insegnato a fare.

Oramai le parole son le stesse dall’inizio alla fine, programmate così come i gesti o gli appuntamenti e indossi un armatura di cosciente coraggio che ti protegga da facili lusinghe. Allora la luna è lì solo per te Maria, il vento che ti sibila una nenia soave, lo sciabordio dell’acqua che si infrange a riva, ma anche il sole, la pioggia le nuvole e le stelle sono tue, uguali senza menzogna qua e al di là del mondo dove vivevi e ancora vivi con l’anima, dove a casa ti aspetta un amore sicuro e vero come quello di una mamma che riabbraccerà suo figlio guardandolo negli occhi, e ogni volta penserai che farai di tutto perché almeno per Lui ci sia un futuro migliore e un amore vero. Altre lune sbirceranno tra le nuvole per vedere altre storie, e altre mani si incontreranno sulla riva del lago… è la natura che comanda, ma noi sembra che non ce ne siamo ancora resi conto e ci ostiniamo a voler frapporre sogni alla realtà.

Giovedì, 12 Maggio 2016 10:55

Mi si è fermato il corpo

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Questo è un ricordo, come mille altri che chiunque ha, ne ha avuti e ne avrà, e questo è uno dei miei, un po’ triste forse, ma nemmeno troppo. Il cattivo tempo me lo ha suggerito, ho riacceso il camino che avevo troppo presto congedato dal suo dovere, e oggi come allora rivedo la mia immobilità in quel letto improvvisato che poi in realtà era un divano, dove mi posero avvolto in un lenzuolo retto da otto robuste braccia di quattro amici. Un giorno come tanti, il giorno che seguiva il 25 di aprile di otto anni fa. Le cose non andavano molto bene, la crisi economica che poi ancora non passa, s’era fatta sentire già da un paio d’anni, io gestivo insieme ad un socio una associazione sportiva. In pratica avevamo un bel “vivaio” di giovani promesse che pilotavano delle moto da fuori strada. E il mio staff quel giorno era partito per la Francia, importante appuntamento di “tappa” sul taccuino sportivo di quell’anno, io rimasi in Italia non ricordo il perché, così che un mattino di un sabato, approfittando di un “muletto” da gara (seconda moto) lasciato a casa da uno dei nostri piloti, mi accordai con mio fratello e due amici per andare a scorazzare un poco nei monti vicino a dove si abita. Rinverdire così i fasti di un passato non troppo lontano era il tema di quel giorno, e devo dire che a mezzo secolo d’età raggiunto, mi comportai dignitosamente se non addirittura di più, considerando che uno dei due amici era un ex campione di specialità e non fu facile stargli a “ruota”.  

Ma il destino era già scritto, e ressi sino al pomeriggio, aizzato da altri amici motocrossisti a dare sfoggio di quanto potessi dare, non avevo fatto i conti con la carta d’identità e con qualche birra di troppo, presi uno curva all’inglese, ma si era in Italia, e un’auto che sopraggiungeva nel suo giusto senso di marcia, me la ritrovai di fronte, inutile il tentativo di frenare, di sterzare o almeno in qualche modo evitare l’ostacolo, ci finii proprio contro, di petto, un “bel” frontale.  Risultato, bacino spezzato, grave emorragia interna, contusioni varie. Fermo a terra ad aspettare l’arrivo di un’autoambulanza e mia moglie alla quale chiesi scusa per ciò che avevo combinato pensando non ce l’avrei fatta. Me lo ricordo bene quel maggio, piovoso come pochi, camino acceso tutti i giorni, preghiere quotidiane perché trovassi la forza nel dolore più atroce di far passare un’altra notte, aspettando l’arrivo del mattino quando Elsa, che allucinato scambiavo per un Angelo Bianco, mi portava il sollievo di due potenti iniezioni antidolorifiche per affrontare il giorno. Così per cinquanta interminabili giorni immobile e accudito amorevolmente dalle cure della mia dolce e paziente compagna di vita. Di colpo, all’improvviso, era crollato un sistema di vita, durò per circa un anno e mezzo, nel frattempo pensavo a cosa potessi fare di nuovo, mi inventai un altro modo di stare al mondo. Pensai, scrissi, lessi, pregai. Mi resi ben presto conto che la crisi è solo un’altra opportunità per chi non vuole sia finita, non mi sono arricchito in denaro, ma molto di più, mi sono rimesso in gioco, come chi perde un lavoro, come chi si ritrova con un pugno di mosche in mano, come chi disperato tenta il tutto per tutto per non morire, e non parlo fisicamente, ma moralmente che spesso è molto peggio, e ancora lotto, combatto per il futuro e per rispetto di me stesso e di chi ancora mi dà fiducia. Non è mai finita, finisce solo quando una persona decide lo sia. Per un po’, si sono fermate le gambe, non il mio cuore, non la mia mente, uguale che morire con il corpo, ma non con l’anima.

Sabato, 26 Marzo 2016 09:32

TRE DESIDERI DI PRIMAVERA

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È l’alba del primo giorno di Primavera e bello come questo giorno mi sveglia un pensiero di te. Che sei la stagione che mi spalanca il cuore. Che mi sorride e protegge quando mi perdo in me. Amica del mondo che amo di più. E allora ti invio tre desideri…

Il primo è che non mi si cancelli mai memoria di sogni che furono e sogni che sono, come quando con i miei due fratelli e tre sorelle, si stava a pranzo sotto la pergola d’uva con quel pezzo del mio cuore che erano mamma Marianna e papà Giuseppe. Non possa svanire mai il ricordo di quella lontana sera fredda del due gennaio, quando aprendo quella porta vidi l’Amore della mia vita bella che illuminava la stanza, né scompaia mai come ora sino all’ultimo mio respiro, il poter guardare Susanna accanto a me dormire dolcemente tra le braccia del cielo.                                                               Conservami il grande Amore che nutro per la vita e per chi la vive e l’angoscia per chi l’avvilisce e la svilisce bestemmiando al bene inneggiando al male.

Il secondo desiderio è anche l’unico che vorrei tu stessa cancellassi, cioè quel giorno che non posso maledire perché non mi appartiene come non uno solo dei miei capelli, quell’infinitamente triste pomeriggio in cui il destino ci fece poi vivere in due mondi diversi, il tuo celeste, il mio ancora e per molto più scuro.

Il terzo desiderio è che tu mi perdoni quell’incolpevole gesto terreno, e tenga un posticino per me accanto a te, Gloria, uno anche per tutte le persone che amo e quelle che non amo, che lì finalmente saremo tutti uguali. Penso a te in questo giorno perché oggi è Primavera, penso a te perché sei la Primavera… del mio cuore.

Annibale Carlessi

Sabato, 26 Marzo 2016 09:30

STORIA DI TURI

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Quando si sposò, Maria andò a vivere lontano da qui, nella città del marito e, dalla puericultrice diplomata che era, trovò subito impiego nell’asilo-nido comunale. Tra i bimbi che accudiva c’era anche Salvatore: un anno e mezzo, sempre triste, sporco e malnutrito, Turi – così lo chiamavano le maestre – veniva ospitato nel nido a spese del Comune, la madre si prostituiva e il padre era in carcere.

Maria curava, nutriva, lavava, vestiva quel bimbo così sfortunato con particolare dedizione e così finì per affezionarglisi moltissimo. Lo portava con sé anche fuori dell’orario di servizio, a passeggio, a giocare nel parco, e perciò, quando l’assistente sociale le propose di prenderlo in affido, d’accordo col marito non ci pensò su nemmeno un attimo.

Turi diventò così uno di famiglia anche per tutti i parenti di Maria: quando tornava al paese d’estate, per le vacanze, anche i “nonni” e gli “zii” lo accoglievano a braccia aperte, i “cuginetti” lo consideravano uno di loro e tutti gli volevano un gran bene. Certo anche per questo era rifiorito: scomparse le dermatiti e le infezioni ricorrenti, recuperato il peso giusto per la sua età, era finalmente un bambino vivace, intelligente, sempre allegro…

Ma intanto diventava grande, purtroppo.

Dico purtroppo perché quando compì i 15 anni la madre – che nel frattempo di figli ne aveva messi al mondo altri quattro – lo reclamò con sé perché “ormai Turi poteva lavorare e guadagnare”. Maria e suo marito cercarono di opporsi, ma alla fine videro sfumare ogni loro speranza perché il giudice, accampando enfaticamente “le superiori ragioni del sangue” e “la necessità di preservare l’unità della famiglia d’origine”, non concesse l’adozione e decretò il ritorno del ragazzo nella famiglia d’origine, appunto, anche se questo significava il totale sradicamento affettivo dopo tanti anni di vita serena con le persone che ormai considerava i suoi “veri” genitori.

Fu una vera tragedia per tutti, ma soprattutto fu una tragedia per Turi che fece una brutta fine: furti, carcere, e a 20 anni la morte per droga, mentre Maria e il marito non si sono mai del tutto rassegnati alla sua perdita, al punto che lei non è mai uscita completamente dalla depressione seguìta alla perdita di Turi.

Racconto questa storia perché una recente legge sulle adozioni ha finalmente deciso che i genitori affidatari possano diventare adottivi per ragioni di “continuità affettiva”, riconoscendo così il diritto dei minori a stare con chi li ha amati ed accuditi per anni. Una legge che rimuove un divieto assurdo, causa di sofferenze a non finire; ma che, tuttavia, presenta ancora un lato oscuro inaccettabile, e cioè che non si ascoltino i bambini e i ragazzi prima di decidere del loro destino. Mi chiedo perché, in ogni causa fra adulti che li riguarda, non possano anch’essi dire il loro parere, perché non vengano coinvolti in scelte che saranno determinanti per il loro futuro. Sembra che i giudici, gli avvocati e i legislatori abbiano più fiducia negli adulti. I quali spesso, invece, non ne sono degni e non la meritano affatto, perché la capacità di essere buoni genitori non dipende certo dal DNA.

Anna Carissoni

Lunedì, 29 Febbraio 2016 09:50

Il dindondan della chiesetta

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Un rintocco strano, campane, ma all’interno di un appartamento di città hanno un sapore diverso dal solito. La mente ti collega ad un suono fastidioso più che melodioso, intorno a te case su case, catrame e cemento per dirla alla via Gluck… Che se le sentì lassù sul monte in una sera magari quasi di primavera, hanno un suono del tutto diverso. Intorno al mondo che si costruisce la tua fantasia, d’improvviso ti trovi nel reale, boschi, prati e malghe ti fanno giungere il suono della campanella, in un unico abbraccio che ti avvolge. Ci si arriva dopo una lunga camminata in quel posto, che nemmeno ci volevo andare, ma un passo tira l’altro e per fortuna, mi ci sono ritrovato, da questo sentiero a quello, accolto dal ritmico un po’ stonato suono di una campana che svetta sul piccolo campanile di una chiesetta sul monte, che è l’ora dell’Ave. Il sacrestano che poco prima aveva munto le sue tre vacche, la Nina, la Gigia e la Nana, che non sono le tre caravelle, rigovernato il fogliame sotto di loro a giaciglio, ora tira la cordicella a comporre il richiamo sonoro per pochi fedeli. Se non parlo del passato, non riesco a descrivere il presente, che così collego il suono cittadino che ora mi arriva stridulo, pari al pasto che mi accingo a consumare con gesti sempre uguali e noiosi come le campane della mia città, gli stessi di altre innumerevoli volte, senza sugo, senza sapore, vuote come il suono che mi arriva in testa infastidendomi, che fa rima con il ritmo di questo vivere. Il contrario di quello che in montagna ti esalta. Il vino che anche di scarso valore, non ha bisogno di essere accompagnato da finocchio, oltre i mille metri pare migliore, e forse non pare, diventa. Il formaggio è di pascolo magro e ti lascia in bocca l’essenza della fatica dell’animale che l’ha creato. La polenta di molto rimescolata per più di un’ora nel paiolo sul camino, porta con sé il sapore del faggio o del rubino che ardendo l’ha cotta dandole un indelebile gusto nostrano.

E poi ci arrivi, a quella chiesetta, piccola, bianca di calce, bianca di luce che risalta nel verde ancor bruno dei pascoli attorno con ai bordi l’inizio del monte più duro, che costeggia i confini con una pineta che a breve si risveglierà sbadigliando colorata di verde più intenso: è da lì che devo passare per far ritorno alla mia casetta di montagna, poi ci vado, non ora. È appena terminato il richiamo sonoro del campanaro, e Santa Lucia patrona intitolata di quel grazioso luogo di culto lassù, sembra mi inviti, e vado. Per trovarci ciò che voglio, un lume acceso che vacilla al lato dell’altare proprio sotto l’effige della Santa. Dei foulard annodati sotto al mento di facce di donne stanche e rilassate in pace, che stringono tra le mani segnate dal tempo e fatiche, scoloriti e consumati Rosari che sgranano in litanie bisbigliate. Capelli bianchi in testa che di fresco sono stati acconciati con le dita per la bisogna, di uomini che si sono appena lavati viso e mani, in gilet nero e camicia di lana a quadri con pantaloni di fustagno, con al fianco il cappello riposto in reverenza. Che le prime timide audaci primule hanno appena fatto la loro comparsa e il gelo che ancora le punzecchia, dà ancora più tono ai camini del borgo che fumano vivaci a far vedere che la vita umile e orgogliosa in quel luogo perpetua. Finché poco dopo quell’uomo ci benedice e ci augura la buona sera, e bisogna prosegua perché sta imbrunendo. Tornare a valle è lo stesso che affrontare quel tratto nel bosco, che impervio mi accoglie con piccole insidie di neve e canaloni scavati dalle piogge, l’inverno che scema, per lo stesso motivo del suo esistere si è divertito a scomporre alcuni pezzi di sentiero che agilmente si superano, ed io arrivo in quel paese che ospita i momenti più sereni della mia vita. E ancora ho nel cuore quel suono di campana che mi ha fatto star bene con l’anima come se il resto del mondo non esistesse neppure.

Non è la stessa cosa che sentire le campane in città dove il suono si mischia al frastuono, nemmeno il vino è buono uguale, quasi non volesse venir primavera dove la natura non è l’attore protagonista sul palcoscenico della vita, come non fosse primavera ascoltare le campane con l’orecchio cittadino, anziché quello fino del montanaro, sembra che il cuore batta perché deve, non che pulsi al ritmo del dindondan che soave arriva come fossero parole d’amore.

Lunedì, 15 Febbraio 2016 09:15

anche le formiche

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Non  so voi, ma io di primo acchito ci sono rimasta male quando ho letto questa storia delle formiche lazzarone: l’ennesimo mito che cade, mi sono detta, perché, secondo i risultati di una serissima ricerca di due altrettanto serissimi studiosi dell’Università dell’Arizona, soltanto il 2,6% di questi insetti è costantemente attivo, mentre il 71% lavora solo part-time e il 25% non fa proprio nulla e se ne sta beatamente ad oziare tutto il giorno con le mani, ops, con le zampe, in mano.

Ma com’è possibile? - mi chiedo. Sono secoli, anzi millenni, che noi umani prendiamo questi piccoli imenotteri come esempi viventi di laboriosità, di responsabilità, di previdenza, persino di senso civico dal momento che tutto il loro trafficare è funzionale al bene del formicaio, cioè della comunità, cioè del bene comune; e adesso ci dicono che è tutta una favola, che alla fin fine anche le formiche sono delle lavative incoscienti, né più né meno di quelle buontempone di cicale che poi d’inverno rischiano di crepare di freddo e di fame perché hanno preferito cantare piuttosto che accumulare riserve per la cattiva stagione….

Insomma, faccio fatica a rassegnarmi a quest’idea, e continuo a sperare che i ricercatori si siano sbagliati.

A meno che… Un dubbio mi sorge: che anche le formiche, soprattutto quelle delle nuove generazioni, si siano adeguate all’ andazzo generale del nostro tempo? Che si siano dette: - Ma cosa ci rompiamo la schiena a fare se poi tutto il nostro lavoro serve solo a ingrassare uno Stato che ci tassa tutto e poi se lo mangia in tangenti, sprechi e ruberie?

Però, a pensarci bene, quest’ipotesi potrebbe reggere solo se gli insetti studiati fossero italiani, mentre invece ci assicurano che gli imenotteri oggetto dell’indagine sono americani. E allora?

Allora provo a fare un’altra ipotesi, che mi sembra molto più simpatica: le formiche si sono stufate di passare tutta l’esistenza a sgobbare come dannate e si sono convinte che nella vita ci sono anche altre cose belle da fare: godersi il sole nelle belle giornate; chiacchierare con le vicine; passeggiare e giocare nei dintorni del formicaio e, perché no?, fare qualche bella cantata in compagnia, magari alternandosi alle cicale che, poverette, avranno pur bisogno anche loro di rifiatare ogni tanto….

Mi piace quest’idea delle formiche che invece di continuare nel loro ossessivo andirivieni, sempre preoccupate di arraffare granelli e granellini, abbiano preso esempio dalle cicale, che prima disprezzavano, scoprendo quant’è bello fermarsi un po’ e fare coro. E magari, tra una cantata e l’altra, concedersi uno spuntino, invitando alla mensa anche le loro antiche nemiche e facendo la pace. Così  potremmo anche tornare a prendere le formiche come buon esempio di convivenza. E mandare definitivamente in pensione il vecchio Jean de la Fontaine e la sua crudele condanna per le cicale canterine.

Ann

Lunedì, 15 Febbraio 2016 09:10

vorrei vivere nei giorni

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Eran sere d’estate, avevi la luce dei tuoi vent’anni negli occhi e bella più di sempre tornavi da me scura di pelle regalandomi l’impeto della mia giovinezza. Vorrei vivere in un tempo futuro dove il male non mi possa raggiungere, ed io lo possa anticipare nelle sue mosse, dove l’ipocrisia anche corra e per quanto lo faccia non arrivi mai a me che disperatamente lo rifuggo… Entravi da quell’uscio ed io entravo in te senza nemmeno un saluto, che le parole venivan dopo… ora parlava l’amore vestito di baci e carezze di vento. Vorrei vivere in un tempo futuro per anticipare il passato dove preferirei fossi vissuto, perché il domani a venire non mi piace, è sempre stato più importante e superbo del mio essere, io sono troppo lento per poterlo vivere.  So vivere il presente e lo so gustare se solo non perdo tempo a difendermi dalle insidie della vita, ma è storia di tutti o di molti e di nessuno sapersi armare quando occorre… Socchiudevo gli occhi intanto che mi sentivo nel blu infinito, per poi spalancarli incontrando i tuoi in quell’esplosione di sentimenti che alla fine mi faceva gridare ti Amo. Vorrei vivere nei giorni che furono, in un trascorso non troppo remoto glissando ingiustizie, ma arrivarci subito dopo per divenire inventiva di rinascita che allunga una mano e afferra chi ne ha bisogno e quel bisogno alla fine diventa spalla sui cui mi appoggio anch’io. Sono sere d’inverno, Sei sempre con me per regalarmi ogni giorno la gioia di viverti accanto, e vengo in te con il trasporto di un Amore sincero. Vorrei vivere adesso ciò che ancora ha da venire guardando il tutto con lo sguardo di un tempo già vissuto negli occhi di un altro che mi sia d’esempio nelle gesta di un giusto, per quanto la giustezza mi si applichi in termini di giustizia con la fallibilità dell’uomo, così da errare quel poco che non dia troppo fastidio alla mia anima… Ora più di allora parlano i sentimenti con languide carezze, i nostri sguardi si incontrano e ancora insieme esplodono per cercare quel blu che va oltre e diventa infinito. Vorrei… e rido, e piango, e soffro, e gioisco e Amo… Vorrei fosse sia, ma non posso… Son giorni di ogni stagione, e da mattina a sera ogni volta che incontro il tuo sguardo pare primavera e mi dico… Cielo, fa che non smetta d’Amarmi.

Annibale Carlessi

Giovedì, 26 Novembre 2015 09:44

parigi e la banlieu

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Anna Carissoni

“La patria non è solo il luogo in cui sei nato, ma anche i luoghi che hanno contribuito a fare di te quello che sei” (Giordano Bruno). Dunque le patria non è una sola, anche un’altra nazione può esserlo, se significa una terra e una gente che hai nel cuore.

Ecco, per me la Francia è sempre stata un po’ una patria, fin da quand’ero piccola e la conoscevo solo attraverso gli zii che erano partiti da qui con le pezze al sedere e con una fame atavica in corpo e là, nei dintorni di una Parigi provata dalla guerra, avevano fatto fortuna, da bravi bergamaschi, costruendo e ricostruendo case.

La zia Faustina mandava ogni anno grandi sacchi di biancheria e di indumenti che andavamo a prendere alla stazioncina di Ponte Selva; spesso vi aggiungeva qualche tavoletta di cioccolata che diventava il companatico per tante nostre merende, mentre la carta stagnola in cui erano avvolte, conservata fino a Natale, diventava l’acqua dei ruscelli per il presepe. Mia madre poi, nelle grandi occasioni, tirava fuori dal cassetto del comodino una graziosa boccetta di vetro azzurro: - Sentite com’è buono – ci diceva - è profumo francese! – e noi l’annusavamo a turno, deliziate da quell’esotica fragranza.

Anche gli altri zii erano generosi di regali quando tornavano in paese, di solito per Natale, quando il loro lavoro era fermo a causa del gelo. Ci portavano a fare un giro per il paese  con la loro Citroen comoda come un salotto, e giocando coi cugini imparavamo sempre nuove parole, in un linguaggio gentile e misterioso che non smetteva di affascinarci e che più tardi avrei studiato con passione a scuola, scoprendone anche la straordinaria ricchezza letteraria.

Il primo viaggio a Parigi lo feci a 18 anni: zii e cugini vollero giustamente portarmi in giro per chiese e musei e monumenti, ma mi rimase impressa soprattutto quell’atmosfera cosmopolita, di leggerezza, di bellezza, di gioia di vivere, che si respirava un po’ ovunque, sui larghi boulevards come nelle stradine più fuori mano. Il 14 luglio - anniversario della presa della Bastiglia - i cugini mi portarono in Place de la Contrescarpe, uno dei quartieri più popolari della città: musica di valse musette in ogni angolo e gente che ballava dappertutto, una bellissima festa che subito mi coinvolse tanto che mi ritrovai a danser passando da un “cavaliere” all’altro, tra brindisi ripetuti e grandi risate.

Anche da adulta ci sono tornata più volte, nella Ville Lumière, sempre respirandovi quell’aria di cordialità sincera, di gioioso cosmopolitismo, di raffinatezza senza sdolcinature, di gentilezza, di accoglienza senza pregiudizi che me l’avevano resa cara. Un’aria che però non riuscii a respirare quando, nel 2000, decidemmo di vedere anche un po’ di banlieu (periferia), approdando dalle parti di rue Jean Jaurès: una dimensione che mi sembrò completamente diversa dalla Parigi  che conoscevo ed amavo: un’impressione di abbandono e di trascuratezza, e anche di cupezza sui volti delle persone…

Impressione confermata durante l’ultimo viaggio, nel 2013, con mia figlia. Già l’aria di quiete e di pace della Grande Moschea mi era sembrata un po’ falsa, un po’ inquietante, anche perché l’accesso era libero solo per la biblioteca e i giardini e tutte le altre parti dell’edificio erano proibite al pubblico: impenetrabili, come gli occhi della guida araba che ci guardava con aria diffidente. Mi ero sentita, per la prima volta a Parigi, straniera, spaesata, e non era il solito spaesamento che, da vecchia “nóna de la baita”, provo sempre quando abbandono l’orizzonte tranquillizzante delle mie montagne: era qualcosa di più profondo, di più doloroso, anche.

Poi, spinte dalla curiosità, decidemmo di fare una camminata lungo Boulevard Barbès e limitrofi, dove constatammo con sgomento che eravamo le uniche due donne bianche, e a capo scoperto, immerse in un pezzo di Africa /Medio Oriente letteralmente trapiantato alle pendici di Montmatre.

Inutile negare che avvertimmo, nettissimo, il timore della diversità: il contatto diretto con qualcosa che era “altro” rispetto a tutto quanto gli stava intorno ci lasciò addosso un bel po’ di inquietudine e parecchie domande. Ci chiedevamo se Parigi sarebbe stata in grado di assorbire queste differenze; se, da città cosmopolita com’era, sarebbe stata capace di farle uscire dalla dimensione separata e ghettizzata in cui si trovavano….

Inquietudine, stato d’animo e domande che mi sono tornate prepotentemente alla coscienza la notte del 13 novembre scorso, davanti alle immagini atroci dei massacri dei terroristi. Domenico Quirico ha scritto in proposito su La Stampa che “l’atmosfera eternamente plasmatrice di questo Paese (la Francia) può assopire qualsiasi Jihad”. Vorrei tanto credergli, mi sforzo di farlo, ma faccio fatica. Lo sgomento continua a prevalere.

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