Lunedì, 21 Novembre 2016 13:05

IL BOSCO E IL FIUME

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Sei tra il rumore dei giorni, mai uguali ma lo stesso simili, che quando un giorno non fai questo, o quello, un altro giorno ti ripeti. La vita, in fondo, è un rituale perpetuo, che se ti nutri, se ti svegli e dormi, lo fai ritmicamente come tutti, anche se in modi diversi. Così come sei impegnato nel quotidiano, ognuno con il suo modus operandi, tutti con un lavoro diverso, ma l’impegno e la noia si mescolano in una miscela che alla fine dà lo stesso impasto di problemi e di piccole soddisfazioni e gioie, che pur inferiori di numero, compensano, o ti illudi compensino le problematiche dei giorni che si susseguono. E per ognuno è importante il suo fare, e ogni individuo pensa che la sua responsabilità è maggiore di quella di chiunque altro, che è giusto nella sua forma semplicistica, perché se uno suda impegno e a volte disperazione per procacciarsi il cibo, per altri il problema è accumulare più denaro, che quello che ha non gli basta, ed ecco avere occupato la maggior parte del tuo tempo, non per te stesso, ma per soddisfare un’esigenza. Quel che cambia per ogni singolo essere, è il tempo che dedichi a te stesso, alle tue gioie, al tuo amore, alle tue disperazioni, ai tuoi pensieri più intimi, sempre meno rimaniamo con noi stessi a chiedere aiuto nel nostro silenzio, come quando da piccoli si chiedeva aiuto al papà o alla mamma, o a chiedere aiuto a Dio, o a ringraziarlo per la vita donata, magari gridandolo al vento, urlandolo dentro di te gettando la voce nel nulla che poi è il tuo tutto in quell’istante. Che il bosco dall’alto, insieme al fiume in basso sono sempre lì che ti aspettano, ti guardano nel tuo scenario, sul palco della tua vita caotica e nevrotica, e se la ridono del tuo stupido affanno, del tuo continuo inseguire la vita che nemmeno te ne accorgi e si festeggia un altro compleanno. Eppure il bosco è lì, grande, maestoso con i suoi colori, ora intensi, ora bruni, il vento tra i suoi rami sibila a volte di contentezza a volte di rabbia, e ti chiama, ti invita a calpestare i suoi sentieri nella sua quiete, per rifocillarti la mente e aggiustarti lo spirito, lui ti chiama in continuazione, basta tu alzi lo sguardo, e stacchi la spina con lo stupido mondo per raggiungerlo in ogni dove. Anche il fiume rumoreggiando si affanna al di là della strada a chiamarti instancabilmente, nonostante il suo serpeggiare, ora colorato scuro di pioggia fresca, ora con colori cristallini e limpidi di tempo clemente, anch’esso ignori, incurante che sarebbe maestro nel placare le tue pene, e aggiungere armonia alla tua anima. Ma il fischio del vento tra gli alberi, e la voce grossa che muove l’acqua, sempre più, appaiono come sirene fatue alla nostra vista, miraggi di oasi verdeggianti nell’arido deserto ai nostri occhi, e non si ha orecchie se non si vuol sentire, né occhi se non si vuol vedere. Scrivo a te, per ricordare a me, che il bosco si rinnoverà sempre a vita nuova con le sue foglie morte, il fiume, mite o irruento non smetterà mai di alimentare il mare, ma noi potremmo rammaricarci di non avere calpestato quei sentieri, e di non aver tirato dei sassi nell’acqua, il nostro tempo da attori è breve sul palco della vita. Scrivo a te, per ricordare a me…

Sabato, 14 Febbraio 2015 09:13

PERDONAMI PER QUEL 2 FEBBRAIO

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Annibale Carlessi

Chissà perché quel giorno doveva andare così. Chissà perché è andata in quel terribile modo. Che a quel punto le domande non bastano

Sabato, 14 Febbraio 2015 09:11

EXPO: QUELLO CHE NON DICONO

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Anna Carissoni

Sono partiti su tutte le reti RAI gli spot di presentazione di EXPO. Il tema centrale è noto: “Nutrire il Pianeta, energia per la vita”. Gli spot sono proprio suggestivi

Lunedì, 02 Febbraio 2015 09:56

SCUOLA: 5 ORE SONO TROPPE

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Mi è sembrato un miracolo: la grande stampa (Corsera del 17 gennaio scorso) che  per la prima volta si occupa, anche se molto timidamente, del problema del “gigantismo del curricolo scolastico dei bambini italiani”, mettendo a confronto l’orario delle scuole elementari europee con il nostro - di cui da anni l’OCSE segnala l’anomalia nel più totale silenzio sia dei giornali che degli studiosi che degli esperti che degli addetti ai lavori - e, soprattutto, cominciando ad occuparsi sul serio della pesante condizione esistenziale dei nostri alunni.

Domenica, 11 Gennaio 2015 16:26

Un orto ci vuole

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Mi sono chiesta spesso come mai l’orto mi sia diventato tanto necessario e come mai riesca a regalarmi tanti  momenti di relax e di gioia e credo di essere arrivata a questa conclusione: l’orto risponde, puntualmente e concretamente, nel bene e nel male, alle mie azioni ed al mio impegno, cosa che non succede – o succede molto raramente – nel mio lavoro. Che è quello di cercare storie, emozioni, sentimenti, fatti e notizie e di raccontarli alla gente. Cosa che faccio con impegno, certo, ma senza sapere mai – o quasi mai – se il mio impegno è andato a buon fine, se ha prodotto idee e pensieri nuovi nei Lettori, se ha contribuito a renderli più attenti, più consapevoli, più buoni e – perché no? – magari anche un pochino più felici…. Di quello che faccio – o non faccio – nell’orto, e di come lo faccio, posso invece vedere sempre il risultato: concreto, evidente, inconfutabile, in modo da farmi capire chiaramente se ho sbagliato, dove ho sbagliato e perché; e anche in modo, naturalmente, da darmi soddisfazione e gioia quando ho fatto le cose come andavano fatte. E poi l’orto è anche un’efficace scuola di umiltà perché il senso della nostra umana fragilità e pochezza emerge soprattutto dalla constatazione, quotidiana o quasi, del miracolo che è la vita, anche quella del più piccolo ortaggio e del più esile filo d’erba. Niente meglio di un orto ridimensiona le manie di grandezza, la superbia, l’orgoglio, perché, per quanto bravi e saggi ed esperti ortolani possiamo essere, non potremo mai veder crescere nulla se non abbiamo seminato, e perché la forza misteriosa che fa germogliare un seme non dipende da noi. Anche veder distrutto di colpo  il lavoro di tanti mesi da una grandinata – o dalla pioggia incessante, come succede quest’anno – è scuola di umiltà, seppure dolorosa: poche cose mi addolorano quanto il rumore dei chicchi della tempesta che rimbalzano dal tetto al terrazzo e che mi riempiono di apprensione per i miei cespi e per le mie verdure…. E di fronte alla rovina – che appare solo in un secondo tempo in tutte le sue dimensioni – è sempre l’umiltà che mi fa rassegnare, che mi fa riprendere i miei attrezzi, i miei semi e le mie piantine e ricominciare da capo. Proprio come si fa dopo qualsiasi altro evento distruttivo: ricominciare, ricostruire, ripartire, restituire vita alla vita, perché questo è il compito e il destino dell’umanità. Perlomeno fino a quando l’umanità intera non sarà diventata più rispettosa della vita in tutte le sue forme

 

Mercoledì, 19 Dicembre 2012 10:57

Mare, mare voglio giocare

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brigatore
Ad occuparsi del bimbetto – a occhio e croce sui 4, 5 anni – durante la vacanza al mare  ci sono: il padre, la madre, i nonni paterni e i nonni materni, un’anziana zia ed un’amica single della mamma. Il piccolo viene costantemente ed ossessivamente “monitorato”, ognuno degli otto adulti che si trova intorno si dà da fare per lui: lo porta in braccio nel breve tragitto tra la pensione e la spiaggia, tra l’ombrellone e la riva; lo veste e lo sveste; corre a lavarlo sotto la doccia non appena si sporca un po’; gli scarta la merendina e il gelato; raccoglie i suoi giocattoli; anticipa ogni suo desiderio e lo esaudisce; lo tiene alla larga da ogni imprevisto e da ogni  possibile pericolo, compresi i bambini come lui; gli dice quando e come deve giocare; come e quando deve entrare ed uscire dall’acqua; come e con cosa deve giocare, ecc… Insomma, qualcuno degli otto “angeli custodi” gli sta sempre addosso, spesso lo fanno anche tutti insieme. Poco lontano, sotto un altro ombrellone, c’è una famigliola di stranieri, dall’accento sembrano olandesi: padre e madre, sulle loro sdraio, leggono tranquillamente il libro che hanno in mano, allungando ogni tanto un’occhiata ai loro pargoli. Che sono tre – il più piccolo cammina appena – e che giocano tra loro in santa pace, andando e venendo dal bagnasciuga coi loro secchielli, scavando buche e costruendo castelli improbabili senza disturbare gli altri bagnanti. Quando è ora di andare a pranzo, i due più grandicelli raccolgono le loro cose nelle borse, le sistemano ordinatamente ai piedi dell’ombrellone e si avviano verso la pensione dietro mamma e papà. Il piccolino li segue camminando da solo, buon ultimo, sforzandosi di tenere il passo degli altri con le sue gambette corte. Il bimbo italiano lo fissa a lungo mentre si allontana. Sono sicura che lo invidia un po’. E che forse in cuor suo stramaledice tutti quei grandi che ha intorno e che gli vogliono tanto bene. Talmente tanto da impedirgli di crescere.

Anna Carissoni

Giovedì, 01 Gennaio 2015 10:39

Tonino è tornato dal Portorico...

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Questa è un’altra storia, ognuno ha le sue storie vissute, questa è la mia, di questo momento della mia vita. Lui era Tonino, che non ho mai ben capito se si chiamasse Antonio, presumo di sì, e la mia incertezza la dice lunga sul fatto che poi fosse un mio vero amico. Frequentava un gruppo di persone che ogni tanto frequentavo anch’io. Tutto qui. Ma mi sentivo distante dal loro modo di comportarsi, che a me pareva troppo libertino, e anche un po’ “demodé”, di fatto me la tiravo non poco, in quell’ inizio degli anni ottanta, e loro no. Quella volta con Tonino ce ne stavamo andando al mare, in occasione di un GP al Mugello. Io con ex moglie al seguito, BMW 1000 bicolore, marrone metallizzata per la parte superiore e oro tenue per l’inferiore, divisa da profili d’oro paralleli, una bomba! Tonino e Cristina la sua fidanzata da sempre, sin da ragazzi, con una Guzzi sport 350 rossa, Walter, bello come il sole, solo con la sua fiammante Honda 600 bianca e azzurra e un altro paio che non mi interessa ricordare. Ci si ferma per dormire a Genova, zona porto, giornali stesi per terra davanti alla banchisa e vestiti come eravamo con tuta e stivali cerchiamo di dormire, che poi a vent’anni chi dorme? Il giorno dopo si riparte e la sera arriviamo a destinazione, e nei pressi del motodromo, altro bivacco per la notte, questa volta in un più rassicurante parco, con soffice tappeto d’erba come giaciglio. Ci siamo. il giorno del gran premio, pochi minuti alla partenza del GP, ennesima sfida tra il mitico Lucchinelli, il compianto Papi, Farina, Roberts, Sheene il pluri fratturato e molti altri campioni della mitica classe 500 due tempi, migliaia di persone accalcate in quella doppia curva con sbocco al rettilineo, tutti eccitati per l’avvincente sfida, una persona in mutande e calzini bianchi, maglietta con maniche corte, sdraiata per terra con russata da animale ferito, era lui, Tonino che dormiva alla grande perché della gara non gliene poteva fregar di meno, sconvolgente. Qualche anno dopo, la sua storia con Cristina improvvisamente finì, è fini molto male perché lei scelse come nuovo compagno un bello della compagnia, Gigi, il mio amico Gigi “molla” cosi chiamato perché non stava fermo un attimo, mai. Tonino non si rassegnava alla nuova situazione e nonostante fosse un ottimo visagista e lavorasse per una importante casa di cosmesi, proprio non ce la faceva a sopportare quel grande dispiacere di un amore svanito, e non so bene se per quella disgraziata circostanza, ma prese a “farsi” e farsi di brutto, anche quando passò del tempo e sembrava aver accettato la fuga di Cristina. Cercavamo di non fargli mancare l’amicizia, come in occasione di un suo compleanno dove trasportammo con la mia mercedes 240 in discoteca, al Bla Bla di Scanzo, un asino di nome alpino, con un solo orecchio perché l’altro reciso chissà come e quando, con indosso una maglia azzurra della sua amata Napoli, la sua squadra del cuore. Mille altre furono le attenzioni, ma niente, lui continuò imperterrito a farsi di schifo, di droga, che ancora non so che cazzo fosse. A nulla valse nemmeno quella volta che io e Claudio lo assumemmo nel nostro allevamento di cani a Chiuduno, per tenerlo sotto controllo e cercare di impedirgli di farsi, e non servì neppure legarlo ad un albero quando dava in escandescenze per l’astinenza, quando tutto sembrava placarsi, di nuovo si ripeteva per lui il triste rituale della sua dannazione, che condiva con il dispiacere mai sopito di un amore finito, come la sua voglia di vivere e di lasciarsi vivere. Dopo un po’ ci si stanca di lottare con i mulini a vento, ed era il turno di un nuovo Don Chisciotte che se ne prendeva cura per qualche tempo, finché arrivava anche la sua ora di mollar la pugna. Cosi che si persero le sue tracce sino al giorno in cui si seppe che Tonino aveva deciso di andarsene da questa città, da questo paese che tanto lo faceva soffrire, e decise di espatriare a Porto Rico. Di tanto in tanto scriveva a qualche amico, dicendo di star bene, di trovarsi bene e aver ritrovato serenità. Un giorno al baretto di Torre Boldone ritornò, e non solo, ma con una moglie al seguito, che di solito la circostanza ti fa dire… una bella moglie con sé, ma scusate se proprio nemmeno per pietà di circostanza non ce la faccio proprio a dirlo, e non dico altro, una portoricana che povera lei era pure maltrattata dal marito, che nel frattempo era cambiato di carattere come un improvviso temporale d’estate. S’era fatto cattivo e molto diverso Tonino, le sue mani tremavano convulse, come i suoi gesti, le parole uscivano dalla sua bocca con uno strano tremolio, come egli fosse passato da un tipo di sostanza stupefacente ad un altro tipo peggiore del precedente, almeno questa fu la mia impressione. Da quella volta, passati un paio di anni, tornò in Italia ancora una volta, e ricordo che per l’occasione un amico del gruppo si adoperò per fargli una accoglienza degna di un Re, riunendo una trentina di vecchi amici in un ristorante per una allegra rimpatriata, dove Tonino apparve ancora se possibile più stralunato, più convulso e tremante, quella sera vendette a tutti delle collanine di corallo, che disse di sua fabbricazione, per racimolare qualche denaro per il ritorno. E poi nulla per un anno a parte qualcuno che ogni tanto veniva informato delle sue condizioni di salute da quel tedesco che affittava wind surf in una spiaggia adiacente a dove Tonino era alloggiato solo, o con la moglie, che tanto ormai non se ne sapeva più nulla. E poi il suo definitivo ritorno in patria, qualche anno fa, un tardo pomeriggio di una fredda sera di primavera a Torre Boldone e di nuovo eravamo tutti riuniti, anzi di più, molti di più, c’era anche gente che non avevo mai visto, con suo padre novantenne davanti a tutti, e lui Tonino a fare il suo mesto ingresso nella navata della splendida chiesa del ‘400 sorretto da quattro persone di statura simile, ed entrava lui in una bara color argento arrivata il giorno prima da Portorico. Ciao Tony, forse un giorno non del nostro tempo, mi racconterai che cosa ti è successo, non alla fine, ma in principio.

Annibale Carlessi

Lunedì, 02 Gennaio 2012 21:58

Sogno di mezza estate (mancata)

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Sto li. Con me. Di fronte a questo immenso mare vuoto. A farmi da scudo monti, solcati da torrenti e rigagnoli che non avevo mai visto prima, troppa la pioggia caduta quest'anno, e nel mezzo, il grande vuoto della valle, attraversata dal serpeggiare del fiume che rumoreggia misto al frastuono lontano del quotidiano scorrere del lavorio umano. Qui sul piccolo piazzale di una chiesetta di montagna, perché le chiese di montagna sono sempre, forse strategicamente, nelle migliori posizioni del paese. E non ci stavo pensando prima, ma aiutando il Don a trasportare una damigiana di buon vino in casa sua, esco e mi trovo di fronte uno spettacolo che mi toglie il fiato, una vista che di colpo ti mette in pace con il mondo, che poi non è la prima volta, ma spesso si guarda senza vedere, e si sente senza ascoltare, e in quegli istanti non hai altro da rimirare che tanta bellezza, e sei nel mezzo dell'estate, come da calendario, e di sole, nemmeno l'ombra! Respiro con calma e forte, mi riempio di vento, quasi sembra un sospiro, come a dire che chi ha creato tutto ciò, non può essere che l'amore, che di anno in anno fa germogliare a nuova vita la vita.

E' maestoso quello che ho davanti agli occhi, è spavaldo e imponente come la vita stessa, come il palpitare frenetico del tempo, che non conosce ostacoli né limiti, è grandioso come l'oceano che ha per solo limite l'orizzonte che si piega al circolare nei confini del nostro mondo. E nell'immenso sfavillio di forme e colori, mi abbandono a una pace interiore sentendomi piccolo piccolo, impotente nella mia sicurezza davanti al creato, quasi mi dispiace del dopo, del domani, che mio malgrado mi riporterà  inesorabile al presente fatto di tutto, ma che a me non serve a nulla. E sono quei monti, quelle valli lussureggianti, quell'enorme brulichio d'alberi, quel cielo che si fa pulito dopo l'ennesimo temporale, che fermano il mio pensiero, rendendolo statico, assorto, incantato. Tutta quella luce mi porta a un oblio che penetra dentro, mi acceca i sensi, inibisce la mente, e mi lascio trasportare da mille sensazioni che si mescolano tra loro portandomi diritto al mio cuore, alla mia anima, al mio cielo, e alzo lo sguardo, ancora un po' più su, e ringrazio... Di colpo tutto il resto è senza senso, non ha nessuna importanza, quello che ho fatto e detto, non ha nessuna importanza ciò che ho sentito e visto, in questa o quella situazione, dove ho dato ragione a lui, e criticato lei, quasi mi vergogno un poco di aver anche solo sprecato del prezioso tempo e buon senso giudicando e sentenziando, per lo sciocco interesse di compiacere uno, a discapito di un altro, creando solo confusione. Al cospetto dell’onnipotente spettacolo della Natura  è come se di colpo la mia coscienza volesse diventare pulita come questo vento che mi attraversa e mi rende trasparente l’anima, che quasi mi vergogno, di essermi frapposto a tanta naturale bellezza, io che non sono nemmeno in grado di far nascere per mia volontà un filo d'erba, che non ho potere di far cadere una goccia di pioggia dal cielo, io, che non posso comandare un solo battito del mio cuore. Dalla porta laterale, esce Tino, il sagrestano, che a voce forte mi saluta, ridestandomi dal mio dolce sogno ad occhi aperti; sorrido e con un soffocato sospiro, mi avvio verso casa, lasciandomi alle spalle quei momenti, ma portandomi addosso un animo più pulito, che mi sento nuda l’anima di fronte a tutto questo, che non ho creato, ma che posso avere anche senza possedere.

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