Mattia racconta al suo compagno di scuola (e di calcio), quinta elementare, del mercoledì delle ceneri, “che si chiama così perché ti mettono un po’ di cenere sui capelli”. Karim, di famiglia musulmana, non capisce, la cenere sui capelli, perché te l’hanno messa? Mattia non sa rispondere, papà, perché mettono la cenere sui capelli? “Per ricordare a tutti che eravamo niente prima e torneremo ad essere niente, cenere, dopo la morte. E per farci abbassare la cresta...”. Ridono. Nessuno dei due ha la cresta (nei due sensi), ma hanno compagni che imitano quella di alcuni calciatori, per il carnevale se la sono tinta di colori improbabili. Hai visto la partita? Quale? Quella della Juve, dice Karim. Mattia tifa Sassuolo, della Juve non gli importa. I due stanno andando all’allenamento, giocano nella stessa squadra e tra poco giocheranno la loro partita (nei due sensi). E il rito penitenziale gli appare fuori tempo e fuori luogo. E lo è. Mi viene in mente come spiegava un amico frate la faccenda della morte, paragonandola al parto, “si viene alla luce un’altra volta. Al bambino che sta nella pancia della madre la vera vita era sembrata quella dentro l’utero, ci stava benissimo. Ma la vera vita è cominciata quando è uscito. Ecco, la vera vita comincia con la morte, il parto alla vera vita”. Suggestivo e poco conciliabile con la minacciosa formula, adesso recitata in italiano, del “Memento homo quia pulvis es et in pulverem reverteris”, eri polvere e polvere ritornerai. Ma se si rinasce alla “vera vita”, perché prospettarci di essere semplicemente polverizzati? I preti d’antan puntavano tutto sulla paura, la morte come punizione biblica (e la formula infatti è citazione della Genesi). Ci sono ancora oggi preti che rimpiangono o propongono (caparbiamente) il Dio dell’antico Testamento, Dio degli eserciti, delle vendette (“Mia sarà la vendetta e il castigo” - Deuteronomio), inconsapevolmente poco cristiani, saltando a piè pari i “nuovi comandamenti” del Nuovo Testamento con la morte come “passaggio” e “rinascita”.

La morte? All’età di Mattia e Karim è una faccenda lontana, che riguarda i vecchi. 

I vecchi. Ho appena saputo di quei ragazzi poco più grandi di loro che stavano sulla terrazza dell’oratorio e sputavano sulla testa dei vecchi che passavano lì sotto. Ragazzate. Come quando eravamo noi bambini e un vecchio scivolava rovinosamente sulla neve e andava a gambe all’aria. Le risate erano spente sul nascere dai ceffoni volanti dei passanti, tutti autorizzati a punire per un’educazione collettiva del paese ai “valori” e al rispetto per la vecchiaia, vissuta come autorevole a prescindere. La nostra, inconsapevolmente, era una risata trasgressiva, sberleffo dell’autorità costituita colta nella sua debolezza insospettata. Lo sputo dalla terrazza mi pare invece il segno di un disprezzo per quelli che vengono considerati “inutili”, dei tagliati fuori dalla vita, destinati alla casa di riposo e poi all’eterno riposo. Non servirebbe a niente ricordare loro che siamo tutti a tempo e non è dato sapere, anche per i giovani, quanto gli sia dato. Ma come si fa? Sta passando la convinzione che il tempo sia appena ricominciato. E non è detto che qualcuno non proponga di ricominciare la conta degli anni, come tentarono di fare con la Rivoluzione francese e poi col Fascismo (desolante in proposito la risposta data in discoteca da un giovanotto alla domanda di quanti anni fa era nato Cristo: “800 anni avanti Cristo”). Il passato sembra non serva più a leggere e capire le opportunità del presente e tanto meno quelle del futuro. “Quos Deus perdere vult, dementat prius”. Che poi c’era un prete che l’aveva adattato in “quos Deus perdere vult, securos facit”, dove il securos stava a significare sicumera, presunzione e arroganza. Il problema è che, pur frequentando l’oratorio, di Dio sanno poco: quei ragazzi credono solo in se stessi. O peggio, in niente. Senza fedi sfumano anche le speranze.