Anna Carissoni

Anna Carissoni

Anna Carissoni

Non avrei mai pensato ci fossero dei genitori che vedono con timore il ritorno a scuola dei loro pargoli. Eppure ce ne sono, come mi conferma una giovane mamma con due figli alle elementari e mi racconta di altri padri e madri che vivono lo stesso disagio.

Disagio le cui cause non sono, come si potrebbe immaginare, problemi gravi di apprendimento, rifiuto della scuola, incompetenza degli insegnanti o altro, bensì - udite udite! - i compiti a casa, la cui esecuzione compromette quotidianamente la serenità dell’intera famiglia perché i piccoli scolari, al momento di eseguirli, si mostrano svogliati sbuffando, facendo capricci e rimandandone l’esecuzione ad un non meglio identificato “dopo”. Magari a quando il padre torna dal lavoro o, peggio ancora, alla sera tardi, quando invece sarebbe ora di andare a nanna…

Forse allora ai giovani genitori sull’orlo di una crisi di nervi potrebbero tornare utili i consigli di un’esperta come Federica Mormando, che se ne intende perché è una maestra e una neuropsichiatra che, insoddisfatta della scuola “normale”, ne ha fondato una sua dove i bimbi vivono lo studio con passione e con gioia nonostante – o forse proprio perché –vi vigono regole rigide ma ragionevoli e giuste.

Dunque dice la Mormando, se i compiti sono davvero troppi bisogna parlarne al dirigente e all’insegnante per ottenerne la diminuzione, ma poi devono farli gli scolari, da soli, non i genitori! Magari con una presenza discreta della mamma intenta a qualche altro lavoro, che ogni tanto interrompe per incoraggiare i più piccoli, ma che mai si sostituisce a loro né permette che lavorino all’ultimo momento. “Se a sera il quaderno è ancora vuoto, niente nottata di tutta la famiglia ad attendere che il pargolo partorisca la paginetta. Si va a scuola senza e ci si prende, giustamente, il brutto voto e i rimproveri dell’insegnante”.

Anche il carosello dei corsi, utili spesso solo a parcheggiare i rampolli da qualche parte, è spesso eccessivo e controproducente. “Correre nei prati, o nei parchi cittadini, o nei cortili dei condomìni, dopo un accurato controllo dei pericoli umani, è molto più utile dei corsi ad ore di vari sport. Suggerisco perciò un solo sport ed un’educazione musicale e artistica, ricchezza acquisita che durante l’adolescenza potrà fare la differenza tra chi ha la testa vuota e chi ce l’ha colorata di idee”.

Anche la moda delle vacanze brevi del fine-settimana andrebbe un po’ ripensata: “Vedo molti bimbi con la valigia in mano ogni venerdì sera, ma ne sento parecchi – e sono i più saggi - dire che preferirebbero stare a casa. Un po’ di tranquillità, di silenzio, di spazio, di fantasia, finalmente liberi dall’egemonia frenetica dei genitori e degli ‘animatori’ in perpetuo movimento, fanno talora meglio del cambiare aria e di qualsiasi sport-club”.

 

Sabato, 26 Marzo 2016

STORIA DI TURI

Quando si sposò, Maria andò a vivere lontano da qui, nella città del marito e, dalla puericultrice diplomata che era, trovò subito impiego nell’asilo-nido comunale. Tra i bimbi che accudiva c’era anche Salvatore: un anno e mezzo, sempre triste, sporco e malnutrito, Turi – così lo chiamavano le maestre – veniva ospitato nel nido a spese del Comune, la madre si prostituiva e il padre era in carcere.

Maria curava, nutriva, lavava, vestiva quel bimbo così sfortunato con particolare dedizione e così finì per affezionarglisi moltissimo. Lo portava con sé anche fuori dell’orario di servizio, a passeggio, a giocare nel parco, e perciò, quando l’assistente sociale le propose di prenderlo in affido, d’accordo col marito non ci pensò su nemmeno un attimo.

Turi diventò così uno di famiglia anche per tutti i parenti di Maria: quando tornava al paese d’estate, per le vacanze, anche i “nonni” e gli “zii” lo accoglievano a braccia aperte, i “cuginetti” lo consideravano uno di loro e tutti gli volevano un gran bene. Certo anche per questo era rifiorito: scomparse le dermatiti e le infezioni ricorrenti, recuperato il peso giusto per la sua età, era finalmente un bambino vivace, intelligente, sempre allegro…

Ma intanto diventava grande, purtroppo.

Dico purtroppo perché quando compì i 15 anni la madre – che nel frattempo di figli ne aveva messi al mondo altri quattro – lo reclamò con sé perché “ormai Turi poteva lavorare e guadagnare”. Maria e suo marito cercarono di opporsi, ma alla fine videro sfumare ogni loro speranza perché il giudice, accampando enfaticamente “le superiori ragioni del sangue” e “la necessità di preservare l’unità della famiglia d’origine”, non concesse l’adozione e decretò il ritorno del ragazzo nella famiglia d’origine, appunto, anche se questo significava il totale sradicamento affettivo dopo tanti anni di vita serena con le persone che ormai considerava i suoi “veri” genitori.

Fu una vera tragedia per tutti, ma soprattutto fu una tragedia per Turi che fece una brutta fine: furti, carcere, e a 20 anni la morte per droga, mentre Maria e il marito non si sono mai del tutto rassegnati alla sua perdita, al punto che lei non è mai uscita completamente dalla depressione seguìta alla perdita di Turi.

Racconto questa storia perché una recente legge sulle adozioni ha finalmente deciso che i genitori affidatari possano diventare adottivi per ragioni di “continuità affettiva”, riconoscendo così il diritto dei minori a stare con chi li ha amati ed accuditi per anni. Una legge che rimuove un divieto assurdo, causa di sofferenze a non finire; ma che, tuttavia, presenta ancora un lato oscuro inaccettabile, e cioè che non si ascoltino i bambini e i ragazzi prima di decidere del loro destino. Mi chiedo perché, in ogni causa fra adulti che li riguarda, non possano anch’essi dire il loro parere, perché non vengano coinvolti in scelte che saranno determinanti per il loro futuro. Sembra che i giudici, gli avvocati e i legislatori abbiano più fiducia negli adulti. I quali spesso, invece, non ne sono degni e non la meritano affatto, perché la capacità di essere buoni genitori non dipende certo dal DNA.

Anna Carissoni

Lunedì, 15 Febbraio 2016

anche le formiche

Non  so voi, ma io di primo acchito ci sono rimasta male quando ho letto questa storia delle formiche lazzarone: l’ennesimo mito che cade, mi sono detta, perché, secondo i risultati di una serissima ricerca di due altrettanto serissimi studiosi dell’Università dell’Arizona, soltanto il 2,6% di questi insetti è costantemente attivo, mentre il 71% lavora solo part-time e il 25% non fa proprio nulla e se ne sta beatamente ad oziare tutto il giorno con le mani, ops, con le zampe, in mano.

Ma com’è possibile? - mi chiedo. Sono secoli, anzi millenni, che noi umani prendiamo questi piccoli imenotteri come esempi viventi di laboriosità, di responsabilità, di previdenza, persino di senso civico dal momento che tutto il loro trafficare è funzionale al bene del formicaio, cioè della comunità, cioè del bene comune; e adesso ci dicono che è tutta una favola, che alla fin fine anche le formiche sono delle lavative incoscienti, né più né meno di quelle buontempone di cicale che poi d’inverno rischiano di crepare di freddo e di fame perché hanno preferito cantare piuttosto che accumulare riserve per la cattiva stagione….

Insomma, faccio fatica a rassegnarmi a quest’idea, e continuo a sperare che i ricercatori si siano sbagliati.

A meno che… Un dubbio mi sorge: che anche le formiche, soprattutto quelle delle nuove generazioni, si siano adeguate all’ andazzo generale del nostro tempo? Che si siano dette: - Ma cosa ci rompiamo la schiena a fare se poi tutto il nostro lavoro serve solo a ingrassare uno Stato che ci tassa tutto e poi se lo mangia in tangenti, sprechi e ruberie?

Però, a pensarci bene, quest’ipotesi potrebbe reggere solo se gli insetti studiati fossero italiani, mentre invece ci assicurano che gli imenotteri oggetto dell’indagine sono americani. E allora?

Allora provo a fare un’altra ipotesi, che mi sembra molto più simpatica: le formiche si sono stufate di passare tutta l’esistenza a sgobbare come dannate e si sono convinte che nella vita ci sono anche altre cose belle da fare: godersi il sole nelle belle giornate; chiacchierare con le vicine; passeggiare e giocare nei dintorni del formicaio e, perché no?, fare qualche bella cantata in compagnia, magari alternandosi alle cicale che, poverette, avranno pur bisogno anche loro di rifiatare ogni tanto….

Mi piace quest’idea delle formiche che invece di continuare nel loro ossessivo andirivieni, sempre preoccupate di arraffare granelli e granellini, abbiano preso esempio dalle cicale, che prima disprezzavano, scoprendo quant’è bello fermarsi un po’ e fare coro. E magari, tra una cantata e l’altra, concedersi uno spuntino, invitando alla mensa anche le loro antiche nemiche e facendo la pace. Così  potremmo anche tornare a prendere le formiche come buon esempio di convivenza. E mandare definitivamente in pensione il vecchio Jean de la Fontaine e la sua crudele condanna per le cicale canterine.

Ann

Giovedì, 26 Novembre 2015

parigi e la banlieu

Anna Carissoni

“La patria non è solo il luogo in cui sei nato, ma anche i luoghi che hanno contribuito a fare di te quello che sei” (Giordano Bruno). Dunque le patria non è una sola, anche un’altra nazione può esserlo, se significa una terra e una gente che hai nel cuore.

Ecco, per me la Francia è sempre stata un po’ una patria, fin da quand’ero piccola e la conoscevo solo attraverso gli zii che erano partiti da qui con le pezze al sedere e con una fame atavica in corpo e là, nei dintorni di una Parigi provata dalla guerra, avevano fatto fortuna, da bravi bergamaschi, costruendo e ricostruendo case.

La zia Faustina mandava ogni anno grandi sacchi di biancheria e di indumenti che andavamo a prendere alla stazioncina di Ponte Selva; spesso vi aggiungeva qualche tavoletta di cioccolata che diventava il companatico per tante nostre merende, mentre la carta stagnola in cui erano avvolte, conservata fino a Natale, diventava l’acqua dei ruscelli per il presepe. Mia madre poi, nelle grandi occasioni, tirava fuori dal cassetto del comodino una graziosa boccetta di vetro azzurro: - Sentite com’è buono – ci diceva - è profumo francese! – e noi l’annusavamo a turno, deliziate da quell’esotica fragranza.

Anche gli altri zii erano generosi di regali quando tornavano in paese, di solito per Natale, quando il loro lavoro era fermo a causa del gelo. Ci portavano a fare un giro per il paese  con la loro Citroen comoda come un salotto, e giocando coi cugini imparavamo sempre nuove parole, in un linguaggio gentile e misterioso che non smetteva di affascinarci e che più tardi avrei studiato con passione a scuola, scoprendone anche la straordinaria ricchezza letteraria.

Il primo viaggio a Parigi lo feci a 18 anni: zii e cugini vollero giustamente portarmi in giro per chiese e musei e monumenti, ma mi rimase impressa soprattutto quell’atmosfera cosmopolita, di leggerezza, di bellezza, di gioia di vivere, che si respirava un po’ ovunque, sui larghi boulevards come nelle stradine più fuori mano. Il 14 luglio - anniversario della presa della Bastiglia - i cugini mi portarono in Place de la Contrescarpe, uno dei quartieri più popolari della città: musica di valse musette in ogni angolo e gente che ballava dappertutto, una bellissima festa che subito mi coinvolse tanto che mi ritrovai a danser passando da un “cavaliere” all’altro, tra brindisi ripetuti e grandi risate.

Anche da adulta ci sono tornata più volte, nella Ville Lumière, sempre respirandovi quell’aria di cordialità sincera, di gioioso cosmopolitismo, di raffinatezza senza sdolcinature, di gentilezza, di accoglienza senza pregiudizi che me l’avevano resa cara. Un’aria che però non riuscii a respirare quando, nel 2000, decidemmo di vedere anche un po’ di banlieu (periferia), approdando dalle parti di rue Jean Jaurès: una dimensione che mi sembrò completamente diversa dalla Parigi  che conoscevo ed amavo: un’impressione di abbandono e di trascuratezza, e anche di cupezza sui volti delle persone…

Impressione confermata durante l’ultimo viaggio, nel 2013, con mia figlia. Già l’aria di quiete e di pace della Grande Moschea mi era sembrata un po’ falsa, un po’ inquietante, anche perché l’accesso era libero solo per la biblioteca e i giardini e tutte le altre parti dell’edificio erano proibite al pubblico: impenetrabili, come gli occhi della guida araba che ci guardava con aria diffidente. Mi ero sentita, per la prima volta a Parigi, straniera, spaesata, e non era il solito spaesamento che, da vecchia “nóna de la baita”, provo sempre quando abbandono l’orizzonte tranquillizzante delle mie montagne: era qualcosa di più profondo, di più doloroso, anche.

Poi, spinte dalla curiosità, decidemmo di fare una camminata lungo Boulevard Barbès e limitrofi, dove constatammo con sgomento che eravamo le uniche due donne bianche, e a capo scoperto, immerse in un pezzo di Africa /Medio Oriente letteralmente trapiantato alle pendici di Montmatre.

Inutile negare che avvertimmo, nettissimo, il timore della diversità: il contatto diretto con qualcosa che era “altro” rispetto a tutto quanto gli stava intorno ci lasciò addosso un bel po’ di inquietudine e parecchie domande. Ci chiedevamo se Parigi sarebbe stata in grado di assorbire queste differenze; se, da città cosmopolita com’era, sarebbe stata capace di farle uscire dalla dimensione separata e ghettizzata in cui si trovavano….

Inquietudine, stato d’animo e domande che mi sono tornate prepotentemente alla coscienza la notte del 13 novembre scorso, davanti alle immagini atroci dei massacri dei terroristi. Domenico Quirico ha scritto in proposito su La Stampa che “l’atmosfera eternamente plasmatrice di questo Paese (la Francia) può assopire qualsiasi Jihad”. Vorrei tanto credergli, mi sforzo di farlo, ma faccio fatica. Lo sgomento continua a prevalere.

Martedì, 29 Settembre 2015

Quando c'era la littorina

La littorina partiva da Clusone alle 7 e, pur con tutte le fermate lungo la Valseriana, alle 8 in punto arrivava a Bergamo. Sempre. Tant’è che, allieva delle Magistrali, non dovetti mai approfittare della tolleranza di 5 minuti di ritardo che il Preside concedeva agli studenti della provincia: alle 8,10, ora d’inizio delle lezioni, eravamo puntualmente in classe anche noi che “venivamo dalla montagna”. Correva l’anno di grazia 1963.

Sembra che oggi – anno di grazia 2015 – circa un’ora ci voglia per arrivare da Clusone ad Albino. Da lì poi, come ha scritto una studente di Villa d’Ogna ai mass-media locali – bisogna prendere il tram fino a Bergamo; e così, per arrivare a Dalmine dove lui studia, di ore ce ne vogliono due e per giunta, sempre secondo il nostro testimone, “ ogni volta che si cambia bisogna fare la guerra per prendere un posto e comunque si è sempre ammassati come animali”. E naturalmente bastano un po’ di traffico in più, una nevicata o un incidente per far saltare le coincidenze e non rispettare i tempi.

Come dire che mezzo secolo è passato invano perché, anche se i più ottimisti dicono che i tempi di percorrenza sono rimasti più o meno gli stessi – il che è vero solo in teoria – non si può negare che la qualità del servizio pubblico sia peggiorata di molto.

Io prendevo la littorina a Ponte Nossa. Al volo, di solito, perché mi alzavo all’ultimo minuto, tanto, se c’era da ripassare qualche lezione, potevo benissimo farlo in treno. Perché in treno si poteva studiare, leggere, conversare, fare due passi per sgranchirsi le gambe, persino giocare a carte, persino cantare, a volte.

Ogni fermata era, per così dire, personalizzata, tanto che anche nei mattini più bui sapevamo a che punto del viaggio ci trovavamo, quanto tempo ci separava dalla temuta interrogazione. Eravamo a Vertova quando sentivamo la voce inconfondibile del Masserì studente della mitica Esperia di allora. Il Masserì cantava sempre e non gli mancava il senso dell’umorismo: una mattina di dicembre che nevicava a larghe falde salì in carrozza intonando a squarciagola “Son tornate a fiorire le rose….”! Se poi dalla portiera

faceva capolino l’austera testa canuta del Maestro Daniele Maffeis (e pensare che l’avevamo battezzato “Beethoven” prima di venire a sapere che era davvero un grande musicista), sapevamo di essere a Gazzaniga, mentre la fermata di Nembro era segnata in modo inconfondibile dalla salita di passeggeri che parlavano aspirando rumorosamente le ö e le ü…..

Anche i biglietàre erano personaggi familiari: più o meno assidui nei controlli, ma tutti consapevoli dell’importanza del loro ruolo, capaci di scoraggiare autorevolmente, anche solo con un’occhiataccia, qualsiasi discorso men che dignitoso e men che rispettoso nei confronti di noi ragazze.

I pullmann che oggi percorrono la Valle o sono vuoti o portano passeggeri pigiati come sardine. La gente deve spesso stare in piedi perché non c’è posto a sedere, e ad ogni frenata sono scossoni a non finire. La promiscuità eccessiva provoca scontri e discussioni, e non solo verbali, e pare che sui pullmann succeda di tutto, tanti anziani non ci salgono più perché hanno proprio paura.

Tutta colpa dell’aumento vertiginoso del tasso medio di maleducazione? Non solo, credo. La colpa è anche di chi ha voluto dismettere la vecchia littorina che rendeva vivibili, ricche di umanità, spesso persino piacevoli anche le ore del viaggiare, per lavoro o per studio. Ore che ai viaggiatori di oggi appaiono stressanti ed odiose, insomma ore di vita sprecata.

Pullmann e auto non solo hanno rovinato l’ambiente, congestionato ulteriormente il traffico ed incrementato i livelli di inquinamento atmosferico ed acustico, ma hanno senz’altro contribuito ad innalzare anche i livelli dell’individualismo e dell’incomunicabilità.

“Quando il treno era arrivato in Valseriana per la prima volta – ci raccontava la mia Nonna paterna – tutti i bambini del paese erano corsi in ‘Costa Èrta’ per vedere ‘ol bào négher’ che risaliva il fondovalle come una sorta di gigantesco millepiedi. Spalancavano  tanto d’occhi, meravigliati ed increduli. Molti erano spaventati, qualcuno addirittura piangeva”.

Correvano i lontani anni ’20.

A quasi un secolo di distanza nessuno più si sogna di paragonare i mezzi di trasporto ad enormi insetti mostruosi. Ma il servizio di trasporto pubblico in Valseriana fa ancora spavento, e non solo ai bambini. E fa ancora venir voglia di piangere.

Anna Carissoni

Sabato, 14 Febbraio 2015

EXPO: QUELLO CHE NON DICONO

 

Anna Carissoni

Sono partiti su tutte le reti RAI gli spot di presentazione di EXPO. Il tema centrale è noto: “Nutrire il Pianeta, energia per la vita”. Gli spot sono proprio suggestivi

Lunedì, 02 Febbraio 2015

SCUOLA: 5 ORE SONO TROPPE

Mi è sembrato un miracolo: la grande stampa (Corsera del 17 gennaio scorso) che  per la prima volta si occupa, anche se molto timidamente, del problema del “gigantismo del curricolo scolastico dei bambini italiani”, mettendo a confronto l’orario delle scuole elementari europee con il nostro - di cui da anni l’OCSE segnala l’anomalia nel più totale silenzio sia dei giornali che degli studiosi che degli esperti che degli addetti ai lavori - e, soprattutto, cominciando ad occuparsi sul serio della pesante condizione esistenziale dei nostri alunni.