Aristea Canini

Aristea Canini

Lunedì, 21 Novembre 2016

labbra sporche di sogni

 

Mi schiero dalla parte del ‘pensa pure ciò che vuoi’ e vado con me. Non me ne frega niente se inciampo davanti a un errore che poi magari è solo quello che voglio fare. Niente è più sincero di un passo falso. E io vado a cercare. Vado a cercarmi. Vado a cercarti. Distribuisco respiri. Nella solidità dell’aria, ti ho scritto una poesia, non è un messaggio invisibile, leggimi, ti basta un respiro. Ci sono momenti, dopo giorni di gente e parole, che cerchi solo di farti guidare dallo sguardo, il maestro sono i tuoi occhi ed è lì che impari le cose più vere. Quando fai solo ciò che t’incanta. L’istinto è una cosa meravigliosa. Non può essere spiegato, né deve essere ignorato. E lo sguardo si fa stella cometa. E tu che guardi i miei occhi non fermarti in superficie, ma guarda oltre. Ci vedrai il mare, le sue tempeste. La nudità dell’anima, le parole che non ho detto, la musica che ho ascoltato. La danza dei miei piedi scalzi in quel prato verde. E poi la corrente che mi ha trasportato dentro il tuo sorriso e il vento che mi ha accolto tra le sue ali. Ma soprattutto i tuoi occhi mentre guardano i miei. Siamo più belli con le labbra sporche di sogni. 

Lunedì, 24 Ottobre 2016

Le carezze degli angeli

Aristea Canini

Attraverso paesi dentro albe dove la luce comincia a farsi da parte, a lasciare il posto al tepore del buio che avvolge, incrocio cimiteri dove durante l’anno non c’è nessuna auto parcheggiata, in questi giorni invece le auto sono ovunque, così come la gente che entra alla spicciolata per ricordarsi e ricordare che in fondo è il periodo di chi è andato in cielo prima di noi. Non mi piace parlare di morti, perché in fondo non credo davvero possibile morire e basta, non avrebbe senso nulla, e non c’entra la religione, c’entra la Vita, che è molto di più di ogni cosa, anche della morte. E così io mi immagino tutti in immense prateria d’azzurro a vivere liberi, angeli infiniti. Che alla fine scopri che non è la fine… un po’ come qui, finché c’è un sogno il viaggio continua, la felicità è una pelle trasparente che avvolge il viso, ne modifica i lineamenti, illumina lo sguardo e lascia trapelare la luce dell’anima. E’ un passo breve e inaspettato, un piccolo balzo che ti conduce dove tutto è possibile. E’ un arcobaleno di gioia che attraversa il cuore, un abbraccio di lacrime buone. Se non ci fosse la morte noi moriremmo eternamente. Guardo la Presolana, la prima neve, è un incanto. Le nubi bianche sembrano angeli. Già, che poi saremo tutti più o meno così lassù. Gli angeli camminano a piedi nudi, lo zaino sulle ali e una manciata di libertà nelle mani. Non si fermano per piangere, raccolgono la rugiada dalle ciglia spaventate e le persone sanno cosa lascia il bianco, le persone sanno cosa lascia il loro canto. Gli angeli camminano tra le zolle bagnate nella pioggia che purifica la vita tra gli alberi che si accasciano a terra. Gli angeli strisciano sulla polvere. Non dormono nelle clessidre dove la sabbia piange il tempo che scivola, le persone pensano e parlano ma viaggiano ogni istante sulla scia del ritardo. Ho visto angeli sfumare il vino e fumare la polvere, angeli ai bordi della vita, dalla carezza debole e intensa, intenti a lavorare sui misteri, come fosse rugiada da comporre in otri di acqua e litri di vita. Loro bisbigliano suono di memoria per carezzarci il dolore inferto dalla terra. Loro corrono su per le gambe fino ai capelli, fermandosi al centro delle nostre mani per sostenere il peso del cielo dagli abissi. Loro si stancano nel sentirci arresi alla noia o agli uragani o a rimbrottare le assenze dei lumi nella storia senza ascoltare la ninna nanna che scorre dal loro ventre. 

Lunedì, 12 Settembre 2016

lo zainetto di settembre

Aristea Canini

L’odore intenso del vento di settembre. Lo spazio che si apre di cieli inquieti. Le corse a perdifiato per ricominciare ogni cosa. Io qui seduta sul marciapiede fuori dalla redazione guardo passare il mondo, in questo nuovo vero inizio d’anno che è settembre. Ho voglia di sgranarmi grano a chicco e chicco, di lasciarmi attraversare come terra dal mare rotondamente, morbidamente, comodamente dallo stupore della poesia, prendere i miei pensieri e trasformarli in carne. Che soltanto il pensiero vissuto ha valore. E poi buttarmi ancora una volta in quello che capita. La vita sta lì, alla portata del salto che non facciamo. “Nonostante’ e ‘oltre’. Sono loro che decidono tutto. Sono il sì e il no di tutte le storie. Ciglia imbevute. Pensieri sfilati. Gocce di cielo. Briciole di ciclamini. Colori che si infilano. Vapori di vita. Brividi di anima in code di lacrime. E’ solo respiro. Stretto. In un palmo di nuvole. Che da guscio si fanno crisalide. E divento farfalla di vita che mi trascina il cuore. Mi guardo qui rannicchiata dentro un vento frenetico di cielo. Con la mia anima rattoppata con lo scotch, riempio lo zainetto di vento e riparto. Gli anni passano e settembre se li ingoia tutti e mi riporta sempre ai nastri di partenza ma non me ne frega niente, ognuno ha l’età dei propri sogni. Basta portare con sé sempre occhi, bocca, voce, cuore, carne, sudore, vita. Ci provo ogni volta. Anche quest’anno, anche questo settembre dove ricomincia tutto. Indosso il mio solito vestito cucito per me. Fatto di vento. Tra una partenza e un ritorno. Mi affaccio a baciare il cielo. E poi vada come vada. Che essere felici non vuol dire che tutto è perfetto. Vuol dire che hai deciso di andare oltre le imperfezioni.

Aristea Canini

Giovedì, 07 Luglio 2016

Il gabbiano e la terraferma

Aristea Canini

Tutto è incustodito dentro quest’alba nuda, vento intenso della mia anima di ritorno da me, ma un gabbiano sul lago apre il cielo come una lacrima dolce. Si alza in volo e regala luce al lago, offrendola alle stelle. Guardo e mi lascio attraversare da quello che capita. Il più grande ostacolo di un’opera d’arte è quello di volerla capire. Rientro verso casa, strade deserte, un uomo taglia l’erba. Profumo di fieno ovunque. Guardo le sue mani libere quasi pregassero per un raccolto buono, riempie lo sguardo del colore della spiga di grano e guarda lontano, oltre le nubi, oltre il sole, oltre il bisogno. Libero è un sogno che consente il passaggio, il viaggio nel mondo, una gioia senza intenti, ma intenzioni. Libera è l’emozione pura, la crosta dura del pane, un cammino fatto di passi e non di suole. E ritrovo le mie orme tra i battiti che danzano del cuore. E ricomincia un’altra giornata tra volti e parole. E quando tutti se ne vanno e restiamo noi due, tra bicchieri vuoti e computer spenti, com’è bello sapere che sei lì come una corrente che rinfresca, solo con me sull’orlo della notte, e che duri più del tempo, sei quello che non se ne va perché uno stesso tepore ci chiamerà un’altra volta a svegliare il nuovo giorno, insieme, ridendo, spettinati. Tu di me sei la terraferma. E allora ti raccolgo l’acqua che non hai mai visto.

Giovedì, 12 Maggio 2016

sdraiata sui sogni

Esplode. Erba. Fiori. Colori. Vento. Cielo. Spazio. Io in mezzo. Al guado. Di una vita che corre. Che inseguo. Che supero. E poi mi fermo. Esausta. Aspetto. Riparto. Maggio. Primavera gonfiata di vita. Che mi tocca. Col vento. Col cielo. Con quella luce lunga che si infila ovunque. E vengo di vita. Come un uomo che quando comincia a toccarti con le parole, arriva lontano anche con le mani. Come quando non riesci più a contenerti. Mi si slaccia l’anima all’altezza del cuore. E grondo cielo. Come quando mi sdraio sfinita. Che della stanchezza mi piace l’arrendersi. Come quando riparto e vado oltre. Sempre. Che c’è un limite a tutto. Anche a porselo. Come quando sotto una pioggia primaverile mi siedo sola sul marciapiede e inchiodo incantata lo sguardo sulla strada dove dall’asfalto sbuca un fiore blu. Resiste al cemento e beve cielo. E chiudo gli occhi, e torno in mezzo alla gente. Ma sono altrove. In un bosco fitto di cielo. Una favola per tutti. Acqua di sorgente da ubriacarci tutti insieme di vita. Non ci sono sentieri in questo bosco. Si segue una stella, si ascolta il vento, semino pezzi di cuore dentro me. Tulipani che sbattono di vita. Distendo i miei sogni. E mi sdraio sopra. 

Sabato, 26 Marzo 2016

la Pasqua mischia gli estremi

 Frastuono delle dita. Sbattuta dal vento. Penetrata di luna. Vengo di luce. Ti incontro là. Sempre dove le parole finiscono e la pelle ha imparato a parlare per noi. Oceano di sensazioni. Scintillii. Seta. Pelle. Occhi. Bocca. Coccole. Poesia. Orgasmo. Resurrezione. Che non ci posso far niente. Sono affascinata dalla Pasqua. Mi succede sempre. Da quando combino guai. Cioè da sempre. Anche quando sposto l’orizzonte del limite e mi ritrovo in bilico sull’infinito. Ma anche Tu che mi guardi dalla croce mica scherzi, rischiavi sempre. Rischiavi più di tutti. E così stamattina sono finita per caso in Chiesa. Che ci vado poco. Ma quando arriva la primavera è diverso. E incollo lo sguardo alla croce. La guardo. E basta. Che lei rimane lì. Già da quando ero piccola e indossavo il mio maglioncino rosso preferito. E poi cresco. E poi invecchio, forse. E poi sparirò da qui. Ma lei resta lì. A tenersi gli occhi di qualcun altro incollati addosso. E i miei chissà dove. E poi c’è il profumo di Pasqua.

Già, perché Pasqua la riconosco da sempre dagli odori, già, quegli odori che mischio alle sensazioni… odori di fiori che sono profumi, odore di incenso che è meditazione, odore di primavera che è libertà, odore di Via Crucis che è sofferenza, odore di resurrezione che è speranza di diventare certezza chissà dove… Perché la Pasqua è meraviglia, mischia gli estremi che poi sono la vita, che poi siamo noi, croce-resurrezione, sofferenza-gioia, godere e morire, tutto lì, sempre tutto lì. Che noi uomini siamo così. E allora finisce sempre che, come una calamita, quando arriva marzo, che è il mese più simile alla Pasqua, quella resurrezione infinita di primavera eterna, mi infilo dentro alle Chiese e resto lì. Ad ascoltare il mio silenzio. E mi ritrovo. E mi riperdo. Le cose che vorrei dirti hanno occhi e mani… labbra e sospiri. Perché poi torno a rischiare. E Tu lo sai. Tu non mi chiedi come va. Tu vieni qui e sconvolgimi la vita. Il resto non conta. Che tanto è così. Aristea Canini

Lunedì, 29 Febbraio 2016

pezzi di mondo e strade di miraggi

Mi imbratto di parole e di colori. Lascio che il mio cuore venga di cielo. E mi faccio da parte. Ad osservare il mio mondo, che non è il tuo, né quello di nessun altro. Che ognuno ha il suo mondo fatto di gente con cui mischia la vita. E poi ne esce diverso. E in questi giorni è stato un via vai di pezzi di carne e cuore che si sono mischiati al vento e mi hanno dissetato di sorgenti leggere di vita che non sapevo di avere. Come una piccola foglia che trema sul petto e il vento la posa, e non la vedi, ma la senti metterti dentro le radici e aprirti il cuore. Leggera e profumata. Trascinarti via. Quando sono arrivata ad Araberara guardavo queste valli come fossero pezzi di mondo incollati a caso e chiusi da montagne senza spifferi. Ero altro. Ero altrove. Ma le cose non si fanno per lavoro, si fanno per le persone e io qui ci sono finita per due persone e una è Luisa, che due anni fa se ne è andata senza preavviso e domenica scorsa ad Ardesio qualcuno l’ha ricordata e così sono finita lì, ad ascoltare il suo profumo fatto di 21 lettere, con quelle 21 lettere io e lei abbiamo fatto di tutto. Con 21 lettere si può fare di tutto, ridere, piangere, consolare, contraddirsi. Dire quando siamo felici, quando non lo siamo più, ingoiare una parola che può ferire, tenerne una tra le mani come fragilissima e preziosa. Se ne è andata e mi ha lasciato 21 lettere. Io vado avanti a mischiarle. Con la sua foto qui davanti. Che ogni tanto prende la forma di una parola che non esiste ma che crea Paradiso. Poche ore dopo un altro pezzo del mio mondo ha preso la via del cielo, giusto appena tornata da Ardesio, Mario non viveva di 21 lettere ma viveva di quell’aria di bosco che accende i colori, di quelle sorgenti che penetrano i prati e li fecondano di vita. Di quei campi da tagliare e curare, di quella libertà silenziosa di un mondo che si fa cielo. Due mondi diversi. Due pezzi del mio mondo che incollati insieme mi hanno tracciato strade di miraggi che si fanno carne. E cosi capita che qui mentre metto insieme 21 lettere per dar loro la forma del mio cuore guardo in alto, dove lo sguardo incrocia l’infinito. E c’è un attimo di intenso silenzio, ma è come se qualcuno parlasse. Sono quegli attimi, sospesi a mezz’aria, che non appartengono alla terra, né al cielo. Non c’è bisogno di altro. Nemmeno delle 21 lettere. Conoscersi a fondo è luce improvvisa. 

Lunedì, 15 Febbraio 2016

cammino controvento

Quel frangente che spacca il tempo. Quel bivio tra inverno e primavera. Dove mi ritrovo ogni volta a camminare controvento con le mani in tasca verso me. Quando alzo lo sguardo, mi chiudo dentro alla pioggia e mando a nanna il resto del mondo. Quando scrivo quello che mi viene, e accade solo quando non sono con me, ma volo con la testa dentro cieli che cambiano colori e vento in ogni istante. Quel qualcosa che nasce nel vuoto e lo riempie. Tra goccia e oceano. Tra foglia e albero. Tracce d’amore che uno si lascia addosso e che il vento butta ovunque. E io mi spettino di candore dentro albe bagnate di me. Come quando piove cielo e io mi siedo sul marciapiede fuori dalla redazione. A lasciare che le parole prendano la consistenza del vento. Le sento scivolarmi fuori e mi lasciano nuda dentro. Una meraviglia. La gente passa e mi guarda bagnarmi di pioggia. Ma io non la vedo. Vado oltre le nubi e mi ritrovo bagnata d’amore. Ascolto la voce di persone che parlano e parlano, che raccontano l’amore come se ci appartenesse, come se l’avessimo inventato noi, che l’amore nasce fecondo di altro amore e basta. Per questo è libero. Come questo vento che spazza via ogni cosa e la riporta intatta ogni volta con emozioni diverse. E me ne vado. Arrivo qui. Al Santuario deserto. Mi sdraio. Così si vede più cielo. E’ consolante l’enorme estensione di questa altezza infinita. La vita, vedendola da qui, passa davanti al mio viso caldo d’amore, il saluto leggero di una lieve carezza dal cielo. E non ho bisogno di altro. Neanche di me. Che lo stacco tra inverno e primavera è così. Svuotato da armonie esteriori. Ma vento e cieli e sole improvviso e piogge senza preavviso che portano ad illuminare un fiore, nascosto, di struggente bellezza.

Aristea Canini

Lunedì, 21 Dicembre 2015

Buone albe di un nuovo anno

Le insegne luminose mi accolgono nel buio. L’alba invece è sempre la stessa. Colore di noi. Colore infinito di cielo. Colore di anima. Come se il tempo non le appartenesse. Quello lo lascia a noi. Infarciti di scadenze, orologi, fine e inizio anno, da festeggiare, esorcizzare, incanalare. Lei no. Libera e ogni giorno piena di stupore, incanto e meraviglia. Quella sensazione di appartenere ad ogni cosa ma essere liberi di tutto. Sgusciare via dalle solite parole di buoni propositi di fine e inizio anno scandite dal tempo e non dal desiderio di cambiare qualcosa. E mi ritorni in mente tu l’altro giorno mentre ero in redazione a scrivere e fuori un soffitto di cielo azzurro avvolgeva tutto: “Ti va di prenderci l’azzurro di questo cielo e poi andiamo a farne... di tutti i colori?”. Che ho sentito dentro la voglia infinita di rendere davvero omaggio alla vita, ma con le mie sensazioni, spogliata di tutto, dentro corpi e anime. Guardo il cielo e scopro la sua voce, la mia voce. Con gli abiti. Senza abiti. Tu… mi abiti. Il resto conta poco. Tutto ciò che si può immaginare dona ossigeno. Apre una strada. Ed arrivo dove i desideri diventano realtà. Che è tutto e il contrario di tutto. Come vedere solo ad… occhi chiusi. Che succede anche a noi ogni giorno ma a volte nemmeno me ne accorgo. Chi mi ha avuta ha chiuso gli occhi e mi ha sentita dentro. Gli altri ad occhi aperti mi hanno solo guardata. E’ tutto lì. Quel qualcosa di inaspettato e meraviglioso che capita quando hai finito i sogni e scopri che da qualche parte ce n’era ancora uno intatto e immacolato. Come quando ti addormenti sul bordo di un sogno. Come se qualcuno ti sussurrasse al cuore: “lascia tutto e… seguiti”. Buone albe di un nuovo anno.

Aristea Canini

Giovedì, 26 Novembre 2015

occhi bendati e mente cieca

Aristea Canini

Siamo portatori sani di magia. Mi guardo e accarezzo parole di carne. Le mangio insieme a un caffè bollente che mi getta nel mondo. L’alba si spalanca e si spoglia nuda di fronte al cielo. Io in mezzo. Rimango così. Un voyeur dell’infinito. Cerca chi ti regala felicità… invece di augurartela. Chi ti dimostra affetto… invece di raccontartelo. Chi ti merita… invece di dirti cosa meriteresti. Il cielo mi parla. Io lo ascolto. Trapassarmi l’anima e diventare battito di cuore. Cerco chi mi disarma vestendo solo se stesso. Ma oggi trovo solo giudici e giudizi su facebook, dove ogni uomo diventa giustiziere e paladino di battaglie che esistono solo nella sua testa. La cloaca e la stura di ogni malessere che vomita addosso al mondo giudizi. Vado con me e ritrovo il senso di sentire i brividi addosso per un colpo di vento fuori misura, che al posto di colpirmi la pelle, mi si infila nel cuore. E vado avanti, che in questi giorni è successo troppo. E’ successo tanto. E’ successo e basta. Che poi mi accorgo che comunque vada alla fine è sempre così, le cose belle insegnano ad amare la vita. Quelle brutte a saperla vivere. Del resto non m’interessa. Delle parole della gente tanto meno. Che bello fidarsi del proprio intuito, due occhi bendati vedono molto più chiaro di una mente cieca. Mi scrollo di dosso l’autunno dalla pelle e lo lascio ai colori della natura. E vengo con te. Perché fuori dalla paura c’è un sole bellissimo. E non importa se è difficile. Voglio restare in braccio all’impossibile.