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Riepilogo capitolo9:
  • Manfred: progettammo l’attacco per il 26 aprile…
    Il Moicano doveva coordinare la Brigata Garibaldi
  • Li ho visti ammazzare al muro del cimitero
    a cinque per volta, uno ha gridato qualcosa…”
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    19 MAGGIO 1945 - RELAZIONE DEL CAPITANO MANFRED CZERNIN BECKETT

    Manfred: progettammo l’attacco per il 26 aprile…Il Moicano doveva coordinare la Brigata Garibaldi

    Questa è la relazione del Capitano Manfred sulle operazioni Chariton III and IV nelle valli bresciane e bergamasche, conservata negli archivi dei Servizio Segreti inglesi, con la distribuzione dei compiti tra gli ufficiali inglesi una volta paracadutati nelle valli bresciane (Mortirolo) e bergamasche (Farno-Pizzo Formico).
    * * *

    Il 19 Maggio 1945, il SOE registra la relazione della missione Herrington, compilata da Manfred Beckett.
    Questo è il testo: “REPORT ON S/LDR. CZRENIN’S MISSION TO BERGAMASCO”
    Operations Chariton III and IV
    Personnel: S/Ldr. M. Cezernin
    Capt. R.H. Pearson
    Lieut. J. Matthews
    Sjt. J. Williams
    Cpl. R. McSorley
    Capt. P. Moicano
    Vitaliano

    Narrative: (Continua in traduzione; in grassetto sono evidenziati i passaggi che trattano dei personaggi coinvolti nell’eccidio di Rovetta). Nella notte del 21 Marzo 1945, con il Capitano Pearson, il Tenente Matthews, il Sergente Williams ed il Caporale McSorley fui paracadutato da un Liberator ad una squadra di raccolta della Divisione Tito Speri delle Fiamme Verdi al Mortirolo (altitudine 1646). Il pilota dell’aereo va elogiato per l’eccezionale abilità con la quale ci ha portati sani e salvi a destinazione, nonostante le scoscese montagne tutt’intorno, e i molti altri ostacoli, tra i quali un cavo dell’alta tensione ed un pilone. I partigiani quando avevano scelto questo luogo, non avevano considerato la differenza tra un carico e dei corpi umani. Era semplicemente lo spazio più comodo e vicino al loro Quartiere Generale. Considerando che anche una missione O.S.S., che già aveva utilizzato quel terreno, si lanciò insieme con noi senza danni per nessuno, ci si deve rallegrare con la Signora Fortuna. Avevo ricevuto istruzioni d’aspettare il Generale Fiori, quindi di costituire il mio quartiere generale con lui, e contemporaneamente di infiltrare il Capitano Pearson ed il Caporale McSorley nell’area del bergamasco appena possibile. Quando alla base mi diedero queste istruzioni, pensavano che gli unici gruppi partigiani operanti nell’area del bergamasco fossero le Fiamme Verdi. Il 24 perciò, inviai il Capitano Pearson ed il Caporale McSorley lungo la Val Camonica per cercare di contattare un gruppo Garibaldiche avevo saputo operare nell’area di Lovere, e quindi rimasi ad aspettare con il Tenete Matthews ed il Sergente Williams l’atteso arrivo del Generale Fiori. Il 31 di Marzo, decisi che era inutile aspettare ancora il Generale, e decisi di scendere verso l’area del bergamasco. Il 1° Aprile iniziai il viaggio, scendendo verso Aprica in Val Tellina, con la speranza di essere in grado di superare il Passo del Diavolo. Giunto nei pressi di Aprica, ero stato informato che non c’erano Tedeschi, e perciò raggiunsi la città in pieno giorno, recandomi in una casa dove trovai da mangiare. Per tutta quella giornata, da una finestra del piano terra, potei osservare con grande interesse delle truppe Tedesche che sfilavano su e giù intorno alla casa. Arrivato ad Aprica, venni a sapere che il Passo del Diavolo era completamente innevato, ma decisi di provare poiché ritenevo il percorso seguito dal Capitano Pearson eccessivamente lungo ed inoltre troppo frequentato da truppe nemiche per permetterci di trasportare tutto il nostro materiale. Il 2 Aprile, feci il primo tentativo verso il passo, ma fallii perché la neve era alta più di due metri, ed era troppo soffice. Nella notte del 2, il Tenente Matthews fece un altro tentativo con gli sci, ma non riuscì a superare il passo. Tuttavia, io decisi di compiere ancora un tentativo con il Sergente Williams e alle quattro del mattino 4 Aprile iniziai ad attraversare il passo. Questa volta il tentativo fu coronato dal successo, anche se si rivelò molto rischioso. Il 5 Aprile, anche il Tenente Matthews, le guide ed i portatori riuscirono a superare il passo ed a ricongiungersi a noi. Sostammo in una piccola baita a circa 1000 piedi sotto la cima del passo, dove incontrammo elementi di una delle brigate Giustizia Libertà, che stavano scortando alcuni disertori Russi verso la frontiera Svizzera. Costoro inviarono subito una delle staffette al capo della loro formazione, il cui nome era Bepi Lanfranchi, che si presentò il pomeriggio del 7 con circa quindici uomini che utilizzammo come portatori. Da lì ci spostammo al suo quartiere generale al Lago Nero (E. 8831), dove arrivammo alle quattro del mattino dell’8. Qui trovammo un gruppo formato da 350 uomini ben organizzati ma male armati. Decisi di fermarmi con loro e di armarli, e, nello stesso tempo, di contattare tutti gli altri gruppi del Bergamasco. Questi gruppi consistevano in un’altra formazione G.L di 250 uomini, comandato da Renato, un terzo gruppo G.L. di 150 uomini, comandato da Bartoli, un gruppo Garibaldi comandato da Montagna di 250 uomini, ed una seconda brigata Garibaldi di 200 uomini, comandata da Ranieri, ed infine una formazione Fiamme Verdi guidata da Gianluigi Gueriere Gonzaga, e formata da 40 uomini. Quest’ultima formazione aumentò a 200 uomini, quando furono associati altri piccoli gruppi esterni. Senza difficoltà stabilii il contatto con questi gruppi, e palesai il mio obiettivo di coordinamento, e così colsi la prima opportunità che si presentò per organizzare un incontro fra tutti i comandanti delle brigate. La notte dell’11, ci fu il primo lancio per la prima Brigata G.L Seppi in quell’occasione che il Moicano era atterrato sano e salvo in una delle aree di lancio che il Capitano Pearson aveva con la prima brigata Garibaldi, e così inviai a loro delle staffette con la richiesta di presentarsi a rapporto al più presto. Il 14 Aprile, arrivò il Capitano Pearson. Lo stesso giorno il Colonnello Bassi e Mario Invernizzi, Comandanti di zona, ed il Professore Redaelli dell’Università di Milano, che era il comandante di divisione della G.L., arrivarono, come pure tutti i comandanti delle Brigate, con l’eccezione del Montagna della 1° Brigata Garibaldi, che era ammalato ed arrivò solo più tardi. Durante l’incontro, li informai dei miei piani che erano: a) Proteggere le dighe e le centrali elettriche dell’area; b) Spingere il nemico fuori dalle tre principali valli del bergamasco; c) Bloccare la strada Lovere-Edolo. Li informai anche che intendevo iniziare l’azione a Clusone nella Val Seriate. (in realtà si tratta di un errore di Manfred: si tratta evidentemente della Val SERIANA - n.d.r.). Mi dissero che, sebbene disposti a fare quanto chiedevo, i loro partigiani non erano in quel momento sufficientemente armati. Io, invece, avevo pensato di iniziare l’azione (N.d.R. a Clusone) al più presto, contemporaneamente all’azione del Moicano a Lovere. Il giorno successivo, i rappresentanti di 200 disertori Russi vennero a chiedermi se potessero unirsi ai gruppi partigiani. Io li informai che solo a coloro che avessero scelto individualmente di far ciò, sarebbe stato concesso di rimanere, mentre gli altri sarebbero stati guidati al punto più vicino possibile alla frontiera Svizzera. In cambio chiesi loro totale disarmo. Accettarono, e, dopo una selezione, 50 uomini tra i più giovani decisero di restare a combattere, mentre il resto continuò il viaggio verso la frontiera Svizzera. Agli ufficiali che decisero di andare verso il confine con la Svizzera, diedi un documento attestante che avevano volontariamente disertato, e loro fecero altrettanto con i loro uomini. La voce circolò, poiché nei giorni successivi ci trovammo a fare la stessa cosa con altri 450. (Vedere anche la relazione del Capitano Pearson). La maggior parte delle loro armi fu distribuita tra i partigiani. Il 16 Aprile, avendo ricevuto altri due riusciti lanci al Lago Nero, decisi di trasferirmi a Zambla (E. 7309), poiché questo era il punto più adatto e centrale dell’intera area. Arrivato qui, e dopo altre discussioni con i comandanti (N.d.R. delle Brigate), decisi di cambiare il mio piano di attaccare Clusone, ed invece, di attaccare e ripulire la Val Brembana di tutte le forze nemiche che consistevano di 600/700 Fascisti. Perciò mandai il Tenente Matthews fino a Foppolo per contattare la 3° Brigata G.L. ed informarla che intendevamo iniziare l’attacco all’alba del 26 (N.d.R. Aprile). Contemporaneamente io sottolineai l’estrema urgenza di nuovi lanci dalla base, che furono effettuati. Il 21 (N.d.R. Aprile), arrivò il Moicano e lo informai del suo ruolo nel piano, che era di farsi carico del collegamento e del comando della Brigata Garibaldi vicino a Lovere, e di coordinare i loro attacchi con i nostri il 26. Quindi egli ritornò (N.d.R. alla sua base) quasi immediatamente. Il Capitano Pearson fu incaricato del coordinamento degli attacchi in Val Seriate (Si tratta ancora di VAL SERIANA – n.d.r.). Alle sette di sera del 25 (N.d.R Aprile), io lasciai Zambla con Mario Invernizzi nel suo ruolo di rappresentante dei partigiani, per San Pellegrino dove intendevo presentare al comandante locale delle forze nemiche la richiesta di una resa incondizionata. Dietro di noi seguiva l’intera 2° Brigata G.L, le Fiamme Verdi, e la 2° Brigata Garibaldi, che si arrestarono fuori San Pellegrino, Zogno e Sedrina. Noi arrivammo non annunciati e non attesi alle otto di sera, e fummo immediatamente portati alla presenza del comandante Fascista al quale presentai la richiesta di resa incondizionata. In quel momento a San Pellegrino c’erano tra i 400 e i 500 Fascisti. In un primo momento egli (N.d.R. il comandante) si rifiutò persino di trattare l’argomento, e alle quattro (N.d.R. del mattino successivo) io lo lasciai con la promessa che se non si fossero arresi entro le nove del mattino noi li avremmo attaccati ed eliminati. Da lì ci spostammo a Zogno dove arrivammo alle 4.30 del 26 (N.d.R. Aprile), dove ci era stato detto che vi erano solo 30 uomini. Svegliammo le guardie Fasciste e le informammo che volevamo parlare con il loro capo per una resa incondizionata. Quando questi fu svegliato, lo informai che eravamo venuti per la resa dei suoi 30 uomini, al che egli mi rispose che mi sbagliavo, perché aveva ricevuto rinforzi per 200 uomini proprio la sera precedente. Risposi che ciò non modificava la situazione e che lo stesso chiedeva la resa incondizionata di tutti gli uomini sotto il suo comando. Alle sei del mattino, non essendosi sbloccata la situazione, io feci la stessa minaccia di eliminazione di tutte le truppe del suo comando, se non si fossero arresi entro le sette, e ritornai al gruppo di partigiani della 2° Brigata G.L. che mi aspettava ad Ambra per notizie. Diedi l’ordine di inviare una pattuglia di 50 uomini a Zogno e di attaccare senza indugi. Così fecero, ed entro la mezz’ora successiva i circa 230 Fascisti a Zogno (N.d.R. nel testo Sogno) si erano arresi. Diedi anche ordine di raggiungere Sedrina, e di conquistare il ponte e mantenere la posizione, ma senza danneggiarlo. Tuttavia, quando la pattuglia inviata a Sedrina arrivò, trovò che le guardie (N.d.R. fasciste) s’erano già ritirate. Alle nove del mattino ritornai a San Pellegrino con la parte restante della 2° Brigata G.L. e l’intera Brigata Fiamme Verdi, dove i Fscisti avevano deciso per la resa.
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    TESTIMONIANZA – ANGELO BONADEI AVEVA 14 ANNI QUEL 28 APRILE 1945

    “Li ho visti ammazzare al muro del cimitero
    a cinque per volta, uno ha gridato qualcosa…”

    Era un ragazzo di 14 anni compiuti (data di nascita il 22 gennaio 1931). Abitava nell’attuale Via Maninetti, a metà strada tra S. Lorenzo e Rovetta, verso Campagnola. In quell’aprile da giorni in paese non si parlava d’altro, avevano “catturato” quei fascisti e li avevano messi nella scuola. I ragazzi giravano inquieti, ascoltavano, giravano, andavano a vedere cosa succedeva. Quella mattina del 28 aprile 1945 Angelo Bonadei aveva sentito che stava succedendo qualcosa in piazza a Rovetta, era uscito dalla casa dei nonni, lui unico degli otto fratelli che era restato in Italia, i suoi erano tutti il Francia, dove facevano gli agricoltori, “Sono uscito di casa, credo fossimo due o tre ragazzi, intorno alle 10 del mattino, abbiamo deciso di andare a vedere cosa succedeva. Siamo andati per i prati e siamo sbucati sulla provinciale per andare in piazza. Ma venivano giù in corteo quei prigionieri, con intorno i partigiani che li scortavano. Noi gli siamo andati dietro, hanno svoltato su per il viale del cimitero e noi siamo andati su nel prato, a sinistra, stando a distanza. Il parroco si è fermato sotto la pianta, seduto su una sedia, non so se è un tiglio o un platano, fuori dal cimitero, sulla destra. Aveva la veste nera e la stola viola, li confessava. Uno è andato a gridargli qualcosa, che avevano fretta. Con noi, sul prato, a sinistra del cimitero, si era fatta un po’ di gente, forse una cinquantina di persone, stavamo tutti a guardare. C’era un andirivieni, ci sembrava tutto mal organizzato, gente che gridava e andava su e giù. C’erano dei partigiani armati, uno era piazzato con un fucile mitragliatore, uno dietro a lui, uno che accompagnava su i prigionieri a gruppetti di cinque. Erano a torso nudo. Li hanno messi contro il muro e quello col fucile mitragliatore ha sparato. Uno ha gridato qualcosa. C’era un altro che è andato a dare il colpo di grazia, uno per uno. Poi quello che li accompagnava è arrivato con altri cinque, si spostavano lungo il muro appena lo spazio dove erano caduti gli altri… Sì, a quello che ricordo era uno solo che sparava, che fosse sempre lo stesso non so… No, nessuno diceva niente dov’ero io, guardavamo e basta… nessuno ha detto a noi ragazzi di andare via. Siamo andati via verso mezzogiorno perché c’è stato un momento in cui non succedeva più niente, ne avevano ammazzato forse la metà, abbiamo pensato che fosse finito tutto e mi sono avviato verso casa. Ho raccontato quello che avevo visto e la nonna mi ha sgridato perché ero andato a vedere…”. Nel gruppo di persone, qualcuno ha fatto i nomi dei partigiani presenti? Lei ha riconosciuto qualcuno? “Nessuno diceva niente. Ho riconosciuto uno di S. Lorenzo perché era del mio paese, ma non ha mai sparato”. Angelo Bonadei si dice di destra, ma sono cose di quando si diventa grandi, allora era un ragazzo, guardava con gli occhi dei ragazzi che non si meravigliano di niente di quello che fanno i grandi. Pochi giorni dopo suo padre venne dalla Francia e se lo portò via. “Non avevo ancora conosciuto mio padre e mia madre, e nemmeno i miei fratelli, prima di quei primi giorni di maggio, quando tornarono a prendermi”. Angelo a Rovetta tornò nel 1948. “Di quel giorno di fine aprile, a Rovetta non parlava più nessuno, nessuno si esponeva”.
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    Dal 20 di febbraio 2007