|
|
|
|
| |
CONCLUSIONI DEL PROCURATORE DI BERGAMO SULL’ECCIDIO DI ROVETTA INVIATE ALLA PROCURA DI BRESCIA – 1 DICEMBRE 1950
|
Il Procuratore: “Episodi fra i più gravi dell’aberrazione del momento…”
|
|
ALL’ILLmo sig. PROCURATORE GENERALE DELLA REPUBBLICA
n. 4023/46/R.G.
Bergamo, lì 1 dicembre 1950
Oggetto: Relazione ai sensi dell’art. 12 DLL 5/10/1945 n. 679
All’Ill.mo sig. Procuratore Generale della Repubblica
Il 26 aprile 1945 un reparto della Divisione “Tagliamento” del repubblicano fascista dislocato, agli ordini del s.tenente Panzanelli Alberto, alla Cantoniera della Presolana, s’incamminò, accompagnato dall’albergatore Franceschetti Alessandro che recava una bandiera bianca alla volta di Clusone per arrendersi. Lungo il percorso, al reparto, originariamente di 42 uomini compreso il comandante e ridotto poi a 39 per la diserzione di tre di essi, si unirono altri 8 militari provenienti da precedente diversa dislocazione, formando così un nucleo di 47 uomini complessivamente. Giunto a Rovetta, il nucleo fu fermato dal locale presidente del CNL maggiore Pacifico Giuseppe, il quale, promettendo, col trattamento dei prigionieri di guerra, il rispetto della loro vita, indusse il viandante e i gregari ad arrendersi e consegnare le armi: il che fu fatto. Gli uomini, presi in consegna dal Parroco locale, Bravi don Giuseppe e da quattro componenti del CLN furono accantonati nei locali delle Scuole. Pare che per tema di un’azione di reparti tedeschi ancora in armi, sono stati condotti ad un cascinale, ove ad opera di Partigiani non identificati, sarebbero stati fatti segno a spoliazioni e maltrattamenti per essere condotti, a pericolo superato, di nuovo alle Scuole. Uno di essi, Caciolo Fernando riuscì ad evadere, mentre gli altri 46 il mattino del 28 aprile furono incolonnati, condotti al Cimitero locale e qui passati per le armi, tutti, ad eccezione di tre, e precisamente Bricco Sergio, Chiarotti Marino ed Ausili Vincenzo, risparmiati per la loro eccessiva giovane età. Le indagini esperite in merito a distanza di anni, per presumibili reticenze, per le difficoltà di identificare e rintracciare le persone informate o implicate nel fatto e per la conseguente impossibilità di ricostruire questo nel suo vero svolgimento ed inquadrarlo nelle varie responsabilità, sono riuscite necessariamente monche, imprecise ed incerte. Esse, tuttavia prescindendo da particolari non potuti accertare da responsabilità denunciate ma non emer

se, da nominativi non identificati e da figure secondarie la cui partecipazione al fatto è dubbia così come incerta è la rilevanza dell’attività loro attribuita han posto in essere le seguenti circostanze.
Nulla o poco fu fatto dal locale CLN e particolarmente del magg. Pacifico e dal don Bravi per opporsi con la dovuta energia, per impedire l’eccidio. L’efferato proposito, che, già da Fornoni Zaverio (Walter) vice comandante della formazione Partigiana ‘Camozzi’ era stato esternato al magg. Pacifico, pare abbia formato oggetto di discussione in una riunione tenuta al caffè ‘Commercio’ di Clusone, alla quale avrebbero partecipato: a) un ufficiale di ignota nazionalità, conosciuto col nome di battaglia ‘capitano Moicano’, che, non potuto identificare, in precedenza era stato paracadutato con una missione alleata perché sovraintendesse, con pienezza di poteri, alle attività delle varie formazioni partigiane; b) Fornoni Zaverio (nome di battaglia ‘Walter’), vicecomandante della brigata Partigiana ‘Camozzi’; c) Seghezzi Modesto (nome di battaglia ‘Modesto’); d) Torri Battista (‘Fulmine’), uomo di fiducia del Moicano e) un sacerdote non identificato f) altro individuo non identificato g) un comunista di Treviglio, certo Tartaglia, neppure identificato h) il capitano ‘Mak’.
Pare pure che la decisione sia stata presa o confermata in Rovetta in una riunione al Comando di Zona, cui avrebbero partecipato il Moicano ed altri ignoti partigiani. Ma a prescindere da mere ipotesi, di certo v’è che Lanfranchi Giuseppe, comandante la Brigata ‘Camozzi’, ebbe in Clusone ordine dal capitano Moicano di inviare un reparto a Rovetta per la bisogna. Egli tentò di resistere, ma finì per eseguire l’ordine ricevuto, inviando un reparto di circa 100 uomini al comando di Chiapparini Pietro (‘Lino’). Il Chiapparini ricevette in Rovetta dallo stesso Moicano l’ordine di prelevare i prigionieri, tradurli al Cimitero e qui, costituendosi con i suoi uomini in plotone di esecuzione, procedere alla loro fucilazione. Egli avrebbe eseguito solo in parte gli ordini, prelevando e traducendo i prigionieri al Cimitero. Qui si formarono due squadre di esecuzione comandate l’una dal Torri e l’altra da Gusmeri Bortolo (Caserio) che procedettero alla fucilazione dei 43. Nei pressi del Cimitero erano il (non si legge – n.r.d.) che crudelmente respinsero ogni istanza di grazia comunque motivata (non si legge – n.d.r.) Lanfranchi ed il Fornoni. Delle due squadre facevano parte uomini presumibilmente prestati volontariamente, appartenenti alle Brigate Partigiane ‘Camozzi’, ’13 Martiri’ ‘G. e L.’, di essi emersero nominativi vari, dei quali furono identificati. 1. Locatelli Vittorio 2. Pezzoli Cesare 3. Brambilla Angelo 4. Seghezzi Modesto. 5. Bonetti Antonio 6. Filisetti Pietro 7. Percassi Candido 8. Zanoletti Vincenzo. 9. Fornoni Mosè. 10. Savoldelli Pietro e 11. Rossi Angelo che parteciparono in misura varia all’esecuzione. S’è adombrata l’avvenuta sottrazione, prima e dopo il fatto, roba e danaro di pertinenza degli uccisi: tali sottrazioni non potute accertare, se pur vi furono, costituirono episodi occasionali, affatto legati, come a finalità, alla uccisione, che, invece, sembra comminata da vendetta e rappresaglia; gli esecutori avrebbero voluto vendicare i parenti uccisi da nazifascismi e punire nel reparto della ‘Tagliamento’ l’azione indegna di altro reparto della stessa Divisione, il quale, nell’ottobre 1944, avendo accolto la resa di un manipolo di eroici Partigiani del comando della Medaglia d’Oro Giorgio Paglia, con la promessa di fare salva la vita, li passò tutti per le armi. Nel corso delle indagini è emerso che il giorno precedente, 27 aprile, in Clusone dei Partigiani della formazione ’13 Martiri’, si recarono il Comando Piazza, ove si era presentato, arrendendosi, il milite Farano Francesco (in realtà Fasano – n.d.r.). I Partigiani, accusandolo di aver partecipato all’azione dei 13 Martiri, presero a malmenarlo. Il capitano Moicano ne ordinò la fucilazione. Vi fu l’intervento dei membri del CLN e di altre persone per salvarlo. Il Moicano, che era titubante, confermò l’ordine, quando il Torri mostrò il lutto che portava, con due stellette, indicanti due fratelli uccisi. Fasano, mentre per la esecuzione, veniva condotto al Cimitero, tentò la fuga, ma fu raggiunto dal piombo dei tre partigiani che gli erano di scorta, dei quali rimase identificato il solo Torri. I fatti nella loro determinazione non sembra porgano adeguate plausibili spiegazioni, mentre, poi nelle loro modalità attraverso la spietata efferatezza, la brutalità della loro esecuzione, mettono tristemente in luce, con lo sfogo di turbi istinti sanguinari, episodi, fra i più gravi dell’aberrazione del momento. E poiché ciononostante in essi potrebbe ravvisarsi la natura politica, ne riferisco alla S.V. Illma, facendo presente che nessun mandato è stato emesso e che mi sono limitato a chiedere che gli imputati venissero interrogati sui fatti, il che è stato eseguito nei confronti di tutti, ad eccezione che pel Torri, il Locatelli, il Seghezzi, il Filisetti ed il Rossi perché emigrati all’estero con destinazione per quasi tutti ignota.
Unisco gli atti processuali.
Il Procuratore della Repubblica
Dr. C. Grillo
|
|
[ TOP ]
|
| |
|
19 DICEMBRE 1950 – L’ACCUSA IN CONFUSIONE TRA FATTI E PERSONE
|
Proposta di sentenza del Procuratore di Brescia: “Fu un atto di guerra, vendetta per i 13 Martiri”
|
|
Il P/G Letti gli atti del procedimento penale a carico di
1. Fornoni Zaverio di Pietro
2. Lanfranchi Giuseppe di Battista
3. Chiapparini Pietro fu Giuseppe
4. Torri Battista fu Carlo
5. Gusmeri Bortolo di Giovanni
6. Locatelli Vittorio di Giovanni
7. Bonetti Antonio fu Luigi
8. Pezzoli Cesare fu Francesco
9. Brambilla Angelo fu Giovanni
10. Seghezzi Modesto fu Antonio
11. Filisetti Pietro di Zaccaria
12. Savoldelli Pietro di Giovanni
13. Zanoletti Vincenzo di Luigi
14. Percassi Candido fu Bernardo
15. Fornoni Mosè di Battista
16. Rossi Angelo fu Lorenzo
Imputati
Del delitto di cui agli art. 81, 112 n. 1 575, 577 n.4 C.P. per avere in concorso fra di loro con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, cagionato volontariamente mediante fucilazione, ed agendo con particolare crudeltà, la morte di 43 militi della divisione Tagliamento inquadrati nella forze armate dell’ex Repubblica Sociale Italiana. In Rovetta il 28 aprile 1945.
Il Torri inoltre del delitto di cui all’art. 575 C.P. per avere cagionato volontariamente, a colpi di arma da fuoco, la morte di Fasano Francesco.
In Clusone il 27 aprile 1945.
Ritenuto che ad un reparto della divisione Tagliamento, dislocata alla cantoniera della Presolana, giunse il 26 aprile 1945; attraverso la radio, la notizia della disfatta tedesca e l’invito alla resa rivolta a tutte le forze armate della repubblica sociale italiana. Il reparto era costituito da 49 militi, quasi tutti minorenni alcuni appena quindicenni, ed era affidato al comando del tenente Panzanelli Roberto il quale decise di accogliere l’invito alla resa. Mosse allora con i suoi uomini verso la valle preceduto da una bandiera bianca recata da Franceschetti Alessandro alberghiere, residente alla Cantoniera. Lungo la strada tre militi disertarono e il reparto ridotto alla forza di 47 uomini, comandante compreso, giunse a Rovetta. Qui venne trattata la resa con il locale CLN il cui presidente, Pacifico Giuseppe, maggiore dell’esercito promise salva la vita. Il reparto consegnò le armi e fu affidato al parroco, Bravi don Giuseppe che ne curò l’accantonamento nei locali della scuola comunale. Il paese era ancora presidiato da forze tedesche e da ausiliari Russi e sembra che per timore di scontri a fuoco i militi prigionieri siano stati trasferito per qualche tempo in un cascinale dove avrebbero subito ad opera di partigiani non identificati spoliazioni e maltrattamenti. Sta di fatto comunque che il mattino del 28 aprile trovò tutti i 47 militi ancora accantonati nei locali della scuola a disposizione del CLN locale e vigilati da sentinelle armate. Alle 10 circa di quel giorno giunsero in Rovetta due autocarri carichi di partigiani appartenenti alla brigata ‘Camozzi’ ’13 Martiri’ e ‘G.L.’. Un’ora dopo, a gruppi di 4 o 5 i prigionieri vennero condotti nei pressi del cimitero e fucilati. Scamparono alla morte solamente 4: Ciolo (così nel testo, in realtà Caciolo – n.d.r.) Fernando che riuscì a evadere dai locali della scuola saltando da una finestra e trovando poi ricetto nella casa del Parroco dove rimase nascosto per tre mesi; Bricco Sergio, Chiarotti Cesarino e Ausili Vincenzo che, per intercessione di Don Bravi, furono risparmiati in considerazione della loro giovane età. I cadaveri dei 43 giovani vennero subito sepolti, alla rinfusa, in tre fosse comuni nel cimitero di Rovetta. Del raccapricciante eccidio l’Autorità giudiziaria ne fu informata con una nota della Questura di Bergamo in data 13 giugno 1946 diretta all’ufficio del P.M. presso la Sezione Speciale della Corte di Assise e prevenuto alla Procura della Repubblica l’11 luglio detto anno. S’iniziò subito procedimento penale e la laboriosa istruttoria svoltosi con rito formale, sembra, ora mai, conclusa. Le indagini e gli accertamenti, per quanto diligentemente riferiti sono riusciti monchi, imprecisi ed incerti per mille reticenze e per la difficoltà di identificare molte delle persone implicate nel fatto, il più delle volte indicate con i semplici nomi di battaglia. Deve tuttavia credersi e con certezza che la responsabilità della feroce rappresaglia stia a carico dei componenti del CLN di Rovetta, ai quali non si può che addebitare tutto al più, insufficiente energia nell’opporsi all’efferato proposito manifestato, e posto poi in esecuzione, dai partigiani giranti sul posto in quel tragico mattino del 28 aprile. Risulta infatti, accertato che un certo capitano ‘Toscano’ (così nel testo – n.d.r.) di imprecisa nazionalità, rappresentante dell’esercito alleato nelle formazioni partigiane delle montagne bergamasche, dove scese in paracadute, trovandosi in Clusone ed essendo venuto a conoscenza dell’avvenuta resa al CLN di Rovetta di un reparto di militi della ‘Tagliamento’ abbia dato ordine al comandante della brigata Camozzi, Lanfranchi Giuseppe, di recarsi in Rovetta e di sterminare i prigionieri. Il Lanfranchi, dopo un mero tentativo di indurre il cap. Moicano a revocare l’ordine, inviò sul posto un centinaio di uomini al comando di Chiapparini Pietro detto ‘Lino’. Gli avvenimenti che precedettero il massacro non sono in verità emersi con sufficiente chiarezza. Sembra che dell’ordine già emanato dal cap. Moicano si discusse a lungo in una riunione che sarebbe stata tenuta al Caffè Commercio di Rovetta, e alla quale sarebbero intervenuti, oltre allo stesso Moicano, Fornoni Zaverio, detto Walter, vice comandante della ‘Camozzi’, Seghezzi Modesto, Torri Battista, detto Fulmine, ed altre quattro persone fra cui uno sconosciuto, che non è Don Bravi, con certi Tartaglia comunista di Treviglio, e un certo capitano ‘Mak’ (così nel testo – n.d.r.). Sta di fatto comunque che il capitano Moicano, trascurando le deboli proteste degli esponenti del CLN locale, e respingendo con implacabile crudeltà, ogni istanza di grazia, fece procedere alla fucilazione dei prigionieri con due plotoni di esecuzione comandato l’uno dal Torri, detto Fulmine, l’altro da Gusmeri Bortolo detto Caserio. Nei due plotoni erano rappresentate tutte e tre le brigate Camozzi, 13 Martiri e GeL. Degli uomini che li composero furono identificati Locatelli Vittorio, Pezzoli Cesare, Brambilla Angelo, Seghezzi Modesto, Bonetti Antonio, Filisetti Pietro, Percassi Candido, Zanoletti Vincenzo, Fornoni Mosè, Savoldelli Pietro e Rossi Angelo.
Nelle immediate vicinanze del luogo dell’esecuzione si trattennero il Moicano, il Lanfranchi e Fornoni Zaverio. Ritenuto che non vi è dubbio che l’orribile raccapricciante strage fu determinata da motivi di vendetta e di rappresaglia che traggono origine da un precedente vile eccidio di cui si macchiò, con fredda ferocia un altro reparto della stessa divisione Tagliamento che nel novembre 1944, ottenuta la resa con la promessa di lasciare salva la vita, di un manipolo di 13 partigiani comandati dalla medaglia d’oro tenente Giorgio Paglia, che si erano a lungo e strenuamente battuti in una località prossima a Lovere, giustiziò tutti i prigionieri fucilandoli nei pressi del cimitero di Costa Volpino. A ricordo e in onore dei 13 caduti la brigata partigiana di Lovere prese la denominazione di 13 martiri. Ed è appunto questa brigata che insieme con la Camozzi e la G/L prese parte come già si è detto ai dolorosi tragici fatti di Rovetta cui fu vittima l’ex milite fascista Fasano Francesco, avvenuta il 27 aprile in Clusone ed accertata nel corso delle indagini relative all’eccidio di Rovetta. Il Fasano, che prestava servizio a Lovere, si consegnò al Comando Piazza di Clusone. I partigiani lo accusarono di avere partecipato alla fucilazione dei 13 martiri e il capitano Moicano ne ordinò la fucilazione. Le proteste di innocenza del Fasano, indussero i rappresentanti del CLN di Clusone ad intervenire in favore del prigioniero, e si sperava già nella concessione della grazia, quando il Torri, mostrando il lutto con due stellette a ricordo di due suoi fratelli uccisi, ottenne che il Moicano confermasse l’ordine. Il Fasano fu consegnato proprio al Torri che con due partigiani si avviò per condurlo al cimitero. Lungo la strada il prigioniero tentò la fuga ma cadde sotto il piombo dei suoi tre custodi. Ritenuto che i fatti suddetti per quanto spietati e raccapriccianti, non sono punibili e debbono essere considerati azioni di guerra (art. unico DLL 12/IV/1945 n.194) perché commessi prima dello spirare dell’occupazione nemica, essendo ancora in corso le ostilità e in data anteriore al 29 aprile 1945, giorno della instaurazione della GNR in Lombarda.
Visti gli artt.
Chiede
Che la sezione istruttoria dichiari di non doversi procedere a carico degli imputati suddetti in ordine ai reati agli stessi ascritti come in epigrafe trattandosi di fatti non punibili a senso dello articolo unico del DLL 12/IV/1935 n.194
Brescia, 19 dicembre 1950
F/Intonti Sostituto Procuratore Generale.
|
|
[ TOP ]
|
| |
|
SENTENZA DEFINITIVA DEL TRIBUNALE DI BRESCIA - 21 APRILE 1951
|
Si archivia nel nome del popolo italiano
|
|
episodi, fra i più gravi dell’aberrazione del momento Ed ecco il testo della sentenza che mette una pietra sopra tutto il procedimento sull’eccidio di Rovetta. La sentenza non fa che fotografare quanto la Procura ha stabilito da Bergamo a Brescia.
Nel processo penale a carico di
1) Fornoni Zaverio Luigi Antonio di Pietro e di Filisetti Adelaide nato il 9/7/907 a Bergamo, ivi res, Viale Roma I
2) Lanfranchi Giuseppe di Battista e di Re Margherita nato il 6/4/1916 a Casnigo residente in Clusone – veterinario
3) Chiapparini Pietro fu Giuseppe e di Cagna Francesca nato il 23-4-1920 a Fara Olivana, resid. A Nossa-veterinario
4) Torri Battista Luigi fu Carlo e fu Contessi Maddalena nato il 4/7/1913 a Costa Volpino, ivi residente
5) Gusmeri Bortolo di Giovanni e di Bottoli Santa nato il 23/11/1920 a Costa Volpino, ivi residente
6) Locatelli Vittorio Giuseppe di Giovanni e di Perroneni Angiola nato il 27/7/1926 a Clusone, ivi residente – ora in Belgio
7) Bonetti Antonio Luigi Angelo fu Luigi e di Brigosi Giovanna nato il 9/9/1921 a Clusone, ivi res. – deten. in Bergamo
8) Pezzoli Cesare fu Francesco e Canova Giacomina nato l’11-4-1929 a Clusone, ivi resid;
9) Brembilla Angelo fu Giovanni e Mazzoleni Elisabetta nato il 18-8-923 a Stezzano, resid a Clusone;
10) Seghezzi Modesto fu Antonio e di Morandi Maria nato il 29/9/1919 a Premolo, ivi res. ora in Argentina
11) Filisetti Pietro di Zaccaria e di Imberbi Caterina nato il 7/9/1922 a Villa d’Ogna, ivi residente
12) Savoldelli Pietro di Giovanni e di Balduzzi Giovanna nato il 4/11/1925 a Rovetta, ivi residente
13) Zanoletti Vincenzo di Luigi e di Consonni Rosa nato il 14/6/1924 a Clusone, ivi residente
14) Percassi Candido Agostino fu Bernardo e fu Palazzi Serafina nato il 18/7/1920 a Clusone, ivi residente
15) Fornoni Mosè di Battista e fu Fornoni Orsola nato il 26/5/1913 a Ardesio, ivi residente
16) Rossi Angelo fu Lorenzo e di Maffenini Domenica nato il 7/1/1918 a Castione della Presolana, ivi residente
IMPUTATI
Del delitto di cui agli art. 81-112 n.I-575-577 n.4 CP per avere, in concorso fra di loro, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, cagionato volontariamente, mediante fucilazione, ed agendo con particolare crudeltà, la morte di 43 militi della divisione ‘Tagliamento’ inquadrata nelle forze armate dell’ex repubblica sociale italiana. In Rovetta il 28 aprile 1945.
Il Torri inoltre: del delitto di cui all’art. 575 CP per aver cagionato volontariamente, a colpi di arma da fuoco, la morte di Fasano Francesco.
In Clusone il 27 aprile 1945
Letti gli atti e le requisitorie del Procuratore Generale,
Fatto
Il 26 aprile 1945 ad un reparto della divisione Tagliamento, dislocato alla Cantoniera della Presolana, giunto per radio la notizia della disfatta tedesca e l’invito alla resa rivolta a tutte le forze armate della repubblica sociale italiana. Il reparto era costituito da 49 militi, quasi tutti minorenni, alcuni appena quindicenni, ed era affidato al comando del sottotenente Panzanelli Roberto il quale decise di accogliere l’invito alla resa. Mosse allora con i suoi uomini verso la valle, preceduto da una bandiera bianca recata da Franceschetti Alessandro, albergatore, residente alla Cantoniera. Lungo la strada tre militi disertarono e il reparto, ridotto alla forza di 47 uomini, comandante compreso, giunse a Rovetta. Qui venne trattata la resa con il locale CLN il cui presidente Pacifico Giuseppe, maggiore dell’esercito, garantisce salva la vita. Il reparto consegnò le armi e fu affidato al parroco, Bravi don Giuseppe, che ne curò l’accantonamento nei locali delle scuole comunali. Il paese era ancora presidiato da forze tedesche e da ausiliari russi e sembra che per timore di scontri a fuoco, i militi prigionieri siano stati trasferiti per qualche tempo in un cascinale dove avrebbero subito ad opera di partigiani non identificati spoliazioni e maltrattamenti. Sta di fatto, comunque che il mattino del 27 aprile trovò tutti i 47 militi accantonati nei locali delle scuole a disposizione del CLN locale e vigilati da sentinelle armate. Alle 10 circa di quel giorno giunsero in Rovetta due autocarri carichi di partigiani appartenenti alle brigate ‘Camozzi’ ’13 Martiri’ e ‘G e L’. Un’ora dopo, a gruppi di 4 o 5, i militi prigionieri vennero condotti nei pressi del cimitero e fucilati. Scamparono alla morte solamente in quattro. Ciolo (si ripete l’errore – n.d.r.) Fernando che riuscì ad evadere dai locali delle scuole saltando da una finestra e trovando rifugio nella casa del parroco dove rimase nascosto per tre mesi; Bricco Sergio, Chiarotti Cesarino e Ausili Vincenzo che, per intercessione di don Bravi, furono risparmiati in considerazione della loro giovane età. I cadaveri dei 43 giovani vennero subito sepolti, alla rinfusa, in tre fosse comuni nel cimitero di Rovetta. Del raccapricciante eccidio l’autorità giudiziaria ne fu informata con una nota della questura di Bergamo in data 13 giugno 1946 diretta all’ufficio del PM presso la sezione speciale della Corte d’Assise e pervenuta alla Procura della Repubblica l’11 luglio di detto anno. Iniziò subito un procedimento penale e la laboriosa istruttoria, svoltasi con rito formale, sembra oramai conclusa. Le indagini e gli accertamenti per quanto diligentemente appurati, sono riusciti monchi, imprecisi ed incerti per mille reticenze e per la difficoltà di identificare molte delle persone implicate nei fatti, il più delle volte indicate con i semplici nomi di battaglia. Deve, tuttavia, escludersi, e con certezza, che la responsabilità della feroce rappresaglia stia a carico dei componenti del CLN di Rovetta ai quali non si può che addebitare tuttalpiù, insufficiente energia nell’opporsi all’efferato proposito manifestato e posto poi in esecuzione dai partigiani che si trovavano sul posto in quel tragico mattino del 28 aprile. Risulta infatti accertato che un certo capitano Moicano, di imprecisata nazionalità, rappresentante dell’esercito alleato nelle formazioni partigiane delle montagne bergamasche, dove arriva in paracadute, trovandosi in Clusone ed essendo venuto a conoscenza dell’avvenuta resa al CLN di Rovetta di un reparto di militi della ‘Tagliamento’, abbia dato ordine al comandante della Brigata ‘Camozzi’, Lanfranchi Giuseppe, di recarsi in Rovetta e di sterminare i prigionieri. Il Lanfranchi dopo un vano tentativo di indurre il capitano Moicano a revocare l’ordine inviò sul posto un centinaio di uomini al comando di Chiapparini Pietro detto ‘Lino’. (il neretto è nostro – n.d.r.) Gli avvenimenti che precedettero il massacro non sono, in verità, emersi con sufficiente chiarezza. Sembra che dell’ordine già emanato dal capitano Moicano si dibatte a lungo in una riunione che sarebbe stata tenuta al caffè Commercio di Rovetta dalla quale sarebbero intervenuti oltre allo stesso Moicano, Fornoni Zaverio, detto Walter, vice comandante della ‘Camozzi’, Seghezzi Modesto, Torri Battista, detto Fulmine, ed altre quattro persone fra cui un sacerdote che non è don Bravi, un certo Tartaglia, comunista di Treviglio, e un certo capitano Mak (anche qui si ripete l’errore – n.d.r.). Sta di fatto comunque che il capitano Moicano trascurando le deboli proteste degli esponenti del CLN locale e respingendo con implacabile crudeltà ogni istanza di grazia, far procedere alla fucilazione dei prigionieri con due plotoni di esecuzione comandati l’uno dal Torri, detto Fulmine, l’altro da Gusmeri Bortolo detto Caserio. Nei due plotoni erano rappresentate tutte e tre le brigate ‘Camozzi’, ’13 Martiri’, e G e L degli uomini che li composero furono identificati Locatelli Vittorio, Pezzoli Cesare, Brambilla Angelo, Seghezzi Modesto, Bonetti Antonio, Filisetti Pietro, Pezzotti Candido, Zanoletti Vincenzo, Fornoni Mosè, Savoldelli Pietro e Rossi Angelo. Nelle immediate vicinanze del luogo dell’esecuzione si trattennero il Moicano, il Lanfranchi e Fornoni Zaverio. Non v’ha dubbio che l’orribile raccapricciante strage fu determinata da motivi di vendetta e di rappresaglia che traggono origine da un precedente vile eccidio di cui si macchiò con fredda ferocia, un altro reparto della stessa divisione Tagliamento che nel novembre 1944 ottenuta la resa, con la promessa di lasciare salva la vita, di un manipolo di 13 partigiani comandati dalla medaglia d’oro tenente Giorgio Paglia che si erano a lungo e strenuamente battuti in una località prossima a Lovere, giustiziò tutti i prigionieri fucilandoli nei pressi del cimitero di Costa Volpino. A ricordo e in onore dei 13 caduti la brigata partigiana di Lovere prese la denominazione ’13 Martiri’ ed è appunto questa brigata che insieme con la Camozzi e la GL prese parte come già si è detto ai dolorosi tragici fatti di Rovetta. Lo stesso movente che all’origine di un’altra esecuzione di cui fu vittima l’ex milite fascista Fasano Francesco avvenuta il 27 aprile in Clusone ed accertata nel corso delle indagini relativa all’eccidio di Rovetta. Il Fasano che prestava servizio a Lovere si consegnò al Comando Piazza di Clusone. I partigiani lo accusarono di avere partecipato alla fucilazione dei 13 Martiri ed il capitano Moicano ne ordinò la fucilazione. Le proteste di innocenza del Fasano indussero i rappresentanti del CLN di Clusone ad intervenire in favore del prigioniero e si sperava già nella concessione della grazia quando il Torri, mostrando il lutto con due stellette che portava a ricordo di due suoi fratelli uccisi, ottenne che il Moicano confermasse l’ordine. Il Fasano fu consegnato proprio al Torri, che con due partigiani si avviò per condurlo al cimitero. Lungo la strada il prigioniero tentò la fuga ma cadde sotto il fuoco dei suoi tre custodi.
Diritto
Per l’articolo unico del DLL 12 aprile 1945 n.194 sono considerate azioni di guerra tutte le operazioni compiute dai patrioti regolarmente inquadrati nelle formazioni militari riconosciute dai CLN, e da altri cittadini che li abbiano aiutati, per la lotta contro i fascisti nel periodo dell’occupazione nemica. Tali sono indubbiamente anche i fatti suddetti, in quanto posti in essere da partigiani contro fascisti in conseguenza della lotta degli uni contro gli altri, che in quel momento era ancora in corso e che cessò soltanto con l’instaurazione del governo militare alleato, la quale pose termina all’occupazione nemica. E poiché come risulta dalla lettera della prefettura di Bergamo n. di Prot. 1046 in atti, il governo militare alleato assunse i poteri in quella provincia appena il 1 maggio 1945, i fatti predetti, verificatesi prima di tale data, non sono punibili per espressa disposizione contenute nel succitato decreto
PQM
Visto l’art. 378 CPP
Sulla conforme conclusione del Proc. Pen. Dichiara chiusa l’istruttoria e non doversi procedere a carico degli imputati sopra nominati in ordine ai reati loro ascritti come in epigrafe, trattandosi di fatti non punibili ai sensi dell’art. unico del DLL 12 aprile 1945 n.194
|
|
[ TOP ]
|
| |
|
<<precedente
successivo >>
|
|
|
|