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La sentenza sull’eccidio di Rovetta
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PIERO BONICELLI
Il 28 aprile 1945 venivano fucilati al cimitero di Rovetta 43 giovani militi fascisti della Tagliamento, che si erano arresi il 26 aprile, scendendo dal Passo della Presolana, convinti ad arrendersi dall’albergatore Sandro Franceschetti che li accompagna a Rovetta con un fazzoletto bianco di resa. Il sottotenente Roberto Panzanelli (che ha convinto i suoi militi, con alcuni dissensi interni) ad arrendersi, fa consegnare le armi al Maggiore Giuseppe Pacifico che garantisce salva la vita “a tutti coloro che non avevano delitti a carico”. I militi (in tutto 47: tre verranno salvati dalla fucilazione in quanto “non ancora quindicenni” e uno (Fernando Caciolo) riuscirà a scappare erano tutti tra i 15 e i 22 anni. Su questa strage sono stati pubblicati vari libri negli ultimi anni. Gli ultimi due “Onore – Una strage; perché?” di Giuliano Fiorani, gennaio 2005 e l’ultimo in ordine di tempo, del dicembre 2005, intitolato “La terrazza sul cortile – I fatti di Rovetta del 28 aprile 1945 nei ricordi di un bambino” di Nazareno Marinoni, edito da “Il Filo di Arianna” e patrocinato dall’Istituto Bergamasco per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea. Araberara si era occupato di questa strage già nell’ottobre 1990, dedicandole due pagine, in tempi in cui su questo “eccidio” (così veniva citato) sui libri non ci si dilungava, limitandosi a sostenere che l’ordine (imbarazzante in tutte le testimonianze in quanto si era di fronte a una resa incondizionata, quindi a guerra “finita”) era stato dato da un misterioso personaggio, chiamato “Moicano”, di cui da 60 anni, e quindi fin dal processo che seguì, si erano perse le tracce, al punto che nessuno ne conosceva il nome e il cognome, pur in presenza di molte fotografie di gruppo: di lui si parlava come di un agente dei servizi segreti inglesi, paracadutato (sul Farno o sul Mortirolo, a seconda delle testimonianze) come “esperto di armi ed esplosivi”. Come potesse avere l’autorità di ordinare una strage come quella di Rovetta lo si spiegava “solo” con il suo carattere
piuttosto sbrigativo. Esce dunque il libro di Nazareno Marinoni: il Direttore dell’Istituto di Storia della Resistenza, Angelo Bendotti, lo presenta in vari paesi. In un’intervista a L’Eco di Bg, a Paolo Aresi confida che ha intervistato il Moicano “mesi fa” e che “forse” ne farà un libro. Durante una delle serate di presentazione del libro, Bendotti afferma che purtroppo manca la versione del parroco di Rovetta, Don Giuseppe Bravi, uno dei capi del CLN di Rovetta, in quanto gli archivi della Curia sarebbero praticamente inaccessibili. Ad Araberara arrivano lettere di dissenso su alcuni passaggi del libro. La nostra curiosità viene quindi ridestata. Ci diamo da fare. E “troviamo” la… introvabile relazione di Don Bravi che pubblichiamo (Araberara 16 giugno 2006 pag. 39). Poi ad agosto la svolta: scopriamo l’identità del Moicano, scopriamo che è morto da sette anni (da lì la polemica con Bendotti che aveva parlato di “mesi fa”: poi preciserà di essere stato frainteso) intervistiamo la vedova (Araberara 11 agosto 2006 pagg. 2-3). Cominciamo a pubblicare le deposizioni raccolte dal Maresciallo Giovanni Guerrini, facciamo nuove interviste, pubblichiamo le due deposizioni di Don Bravi che scagionano il Moicano dalla responsabilità specifica di aver ordinato la strage. Ma come si concluse il processo? In queste pagine le conclusioni delle indagini, le testimonianze contraddittorie e la sentenza (inedita) del processo intentato ai presunti autori dell’eccidio di Rovetta: Ponzio Pilato, al confronto, fu un dilettante nel lavarsene le mani.
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La sentenza che non dà risposte
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PIERO BONICELLI
Dunque la sentenza sembrava già scritta, dal 28 aprile 1945, giorno dell’Eccidio di Rovetta, 43 militi della Tagliamento fucilati al muro del cimitero, sei anni per arrivare a quella definitiva. I Procuratori di Bergamo e di Brescia in Corte d’Appello, si vede che non hanno voglia di andare a fondo, si limitano a riscrivere quello che si vedono trasmesso, al punto che perfino gli errori nei cognomi (Ciolo, Mak) si ripetono fino alla sentenza definitiva, di foglio in foglio, di requisitoria in requisitoria. I testimoni nel frattempo hanno avuto tutto il tempo di concordare e aggiustare il tiro, negano quasi di conoscersi l’un l’altro, io non c’ero e se c’ero non ne sapevo niente, al punto che alcune testimonianze cozzano contro l’evidenza (“lo conoscevo appena, il Moicano”, salvo foto con abbraccio; oppure “l’ho saputo dal tal dei tali solo quindici giorni dopo”, salvo poi ammettere di essersi incontrati lo stesso giorno della strage). La strage di Rovetta imbarazza tutti, nessuno vuole assumersi la responsabilità di condannare delle persone che hanno pur compiuto anche atti che sfiorano l’eroismo e solo in quell’episodio non si è capito chi abbia ordinato cosa e perché. Il perché non c’è, altrimenti sarebbe già stato usato come giustificazione. Il chi ha dato l’ordine dà il via al fuggi fuggi. Ed ecco il Moicano: è scomparso, non si sa chi sia stato e chi sia. Non è certo uno che va per il sottile, l’episodio del Fasano a Clusone è emblematico. Probabilmente approfitta anche delle debolezze altrui, compresa quella dello stesso Lanfranchi. E finisce per apparire il “vero” comandante perlomeno della “Camozzi”, non certo della “Garibaldi” con un tipo come Brasi. C’è una testimonianza “pesante” contro Lanfranchi, quella del Maggiore Pacifico. Ma il Tribunale ha fretta, praticamente condannerebbe gli imputati, anche quelli che hanno solo obbedito agli ordini: ma la Procura (e quindi a maggior ragione i giudici) hanno già una scorciatoia, quella dell’articolo unico del decreto n. 194 del 12 aprile 1945: chiede di applicarlo il Sostituto Procuratore Generale di Brescia Intonti, ma lo faceva già capire il Procuratore della Repubblica Dr, C. Grillo del Tribunale di Bergamo quando scriveva: “I fatti nella loro determinazione non sembra porgano adeguate plausibili spiegazioni, mentre, poi nelle loro modalità attraverso la spietata efferatezza, la brutalità della loro esecuzione, mettono tristemente in luce, con lo sfogo di turbi istinti sanguinari, episodi, fra i più gravi dell’aberrazione del momento. E poiché ciononostante in essi potrebbe ravvisarsi la natura politica, ne riferisco alla S.V. Ill.ma, facendo presente che nessun mandato è stato emesso e che mi sono limitato a chiedere che gli imputati venissero interrogati sui fatti”. E’ la “natura politica” a frenare, una tradizione che nei tribunali si trascina da due decenni, dal Fascismo, i giudici ci vanno piano, sono cambiati i tempi ma sanno che devono comunque starci attenti, a quel “fattore”. Perché sostenere, come fa la sentenza, che si tratti di “fatti di guerra” è, con tutta la buona volontà, perlomeno forzato, non c’erano più minacce, c’era la resa dei prigionieri, già custoditi da due giorni, nessuna paura.
Ma chi diede dunque quell’ordine nel tragico mattino del 28 aprile 1945 a Rovetta? Don Bravi in due deposizioni dice che il Moicano non c’entra, due volte è salito per il viale del cimitero a farglielo presente. Ma il parroco di Rovetta è l’unico a sostenere questa tesi. Gli altri fanno muro, solo qualcuno butta lì qualche dettaglio compromettente contro i singoli comandanti.
Non cercate comunque la risposta in una sentenza che confonde la cronologia, i fatti, le persone, i gruppi, che fa praticamente di Giorgio Paglia il primo dei 13 Martiri di Lovere (anche se c’è un anno di distanza tra i due fatti). Noi ci siamo fatti un’idea e forse, si direbbe, più che un’idea, leggendo montagne di deposizioni e di documenti. Ma non ci siamo innamorati di quell’idea, manca la testimonianza definitiva. C’è un’evidente illegittimità nella sentenza che non può che derivare dalla confusione che si è creata appena l’indagine ha lasciato la valle. E resta comunque quel comodo capro espiatorio che nella chiacchiera popolare, e ahimè, perfino in troppi resoconti “storici”, ha fatto da parafulmine oltre la stessa sentenza: tanto non si sarebbe mai saputo chi era, il Moicano. Ed era anche la persona giusta per addossarsi anche colpe non sue. Noi forse abbiamo solo sollevato un pochino il coperchio e posto alcune domande imbarazzanti. Come mai alcune testimonianze “non in linea” non sono mai state pubblicate? Noi l’abbiamo fatto. Non siamo storici e questa non è una rivista di storia. Noi facciamo giornalismo. E le notizie, anche scomode, le diamo.
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La storia di Rovetta si chiude con due ipotesi di sentenza e una sentenza definitiva ...
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ARISTEA CANINI
La storia di Rovetta si chiude con due ipotesi di sentenza e una sentenza definitiva zeppe di contraddizioni ma che si aggrappano a tempi che hanno ancora addosso dolore e sangue e su cui noi non vogliamo fare troppi commenti, solo ricostruzioni storiche basate su fatti e documenti. La storia continua, la ricostruzione anche, i documenti arrivano e noi, dopo averli verificati, li pubblichiamo.
Come sono state fatte le indagini subito dopo le fucilazioni? Proviamo a ricostruirle attraverso documenti e testimonianze, indagini effettuate con i mezzi e i tempi di un periodo difficile come quello di fine guerra, periodo di ricostruzione, in tutti i sensi. Uomini e donne che cercavano di ripartire in qualche modo, con qualsiasi mezzo. Procure che non sapevano più dove girarsi per smaltire carichi di roba, preti e conventi zeppi di lacrime e assoluzioni, la voglia di ripartire che comunque era più forte di tutto. Noi siamo tornati a Rovetta per ripartire da dove partì la Procura della Repubblica alla fine del 1945.
Cominciamo dalle indagini ‘ufficiali’, indagini che partono da Sandro Franceschetti, il proprietario dell’albergo omonimo al Passo della Presolana, dove alloggiavano i 47 militi della Tagliamento, Franceschetti li convinse ad arrendersi e li ‘guidò’ con una bandiera bianca fino a Rovetta.
Il 13 giugno 1946, nel Rapporto (Protocollo n.07359), inviato dalla Questura di Bergamo alla Sezione Speciale della Corte di Assise della stessa città, si ribadisce che: “Dalle informazioni fornite dai Carabinieri di Bergamo Compagnia Esterna e che qui, si allegano, il Franceschetti risulterebbe estraneo al fatto, mentre le uccisioni dovrebbero essere imputate al Commissario della Brigata ‘Camozzi’, Walter, alias Fornoni Zaverio da Ardesio e di un tale non meglio conosciuto che sotto il nome di battaglia di Fulmine”.
Non fu difficile per Franceschetti convincere i ragazzi della Tagliamento ad arrendersi, alcuni erano riusciti a instaurare un buon rapporto con gli abitanti della valle e con le ragazze del posto. La resa non sembrava poi così pericolosa.
Invece quel 28 aprile 1945 il primo a morire è il Comandante del gruppo, il sottotenente Roberto Panzanelli che viene fucilato da solo, era il più alto in grado e il più anziano, 22 anni. Tolto dal gruppo, schierato contro il muro del cimitero. Poi cinque, sei per volta, messi al muro. Viene il turno di un sergente dai capelli neri, Alvaro Porcarelli, 20 anni. I testimoni raccontano di due ragazzi che si tengono per mano e dicono di essere fratelli, Giuseppe e Mario Randi di 19 e 16 anni, Giuseppe chiede che venga risparmiato Mario. Sempre secondo le testimonianze i militi per mettersi in posa davanti al muro devono scavalcare i corpi dei compagni caduti, non tutti sono morti, alcuni scalciano e si muovono. Per ultimo viene fucilato Pino Mancini, 20 anni parente di Mussolini, viene fatto salire sopra il mucchio dei caduti e grida ‘Viva l’Italia’, cade sotto i colpi ma non muore, gli fracassano il cranio. Mezzogiorno è passato da poco, i corpi vengono sollevati sopra il muro di cinta del cimitero e fatti scivolare al suo interno. Verranno sotterrati in tre fosse, con i corpi sovrapposti uno sull’altro e coperti con poca terra. Alle 17, sempre secondo i testimoni, è tutto finito. La conta è di 43 morti.
Il 10 novembre del 1947 i corpi vengono riesumati, come richiesto dal Comune di Rovetta alla Procura della Repubblica di Brescia il 2 settembre 1947.
Ad esumazione avvenuta, dal verbale (n.365/1 di protocollo) sottoscritto dal Maresciallo Maggiore Balladoro Florindo e dal carabiniere Mariani Mario, della stazione Carabinieri di Clusone c’è scritto: “Riferiamo a chi spetta che, in esecuzione dell’ordine contenuto nel foglio n.77/47 in data 10/09/1947 della Pretura di Clusone, abbiamo assistito alle operazioni di esumazione e inumazione delle salme di 43 giovani già appartenenti a una formazione dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana, fucilati e sepolti nel cimitero di Rovetta (Bergamo) il 28/4/1945… Alle operazioni stesse, oltre ai sottoscritti militari e ad alcuni dei famigliari predetti, assistevano il commissario prefettizio, signor Giovanni Pezzoli ed il medico, dottor Personeni, ufficiale sanitario di Rovetta. L’esumazione delle 43 salme è stata eseguita a perfetta regola d’arte e con l’osservanza di tutte le norme cautelative atte ad impedire qualsiasi manomissione mediante apposito servizio continuativo di sorveglianza, eseguito dai militari dell’arma di Clusone. Nessuna delle salme, date le condizioni in cui sono state trovate, è stato possibile identificare. I resti di esse, confusi gli uni con gli altri, non presentavano alcun dato sul quale potersi basare, per giungere alla loro identificazione. Unico elemento rilevabile, era dato dall’esistenza in quasi ogni teschio, di un foro evidentemente provocato da colpo d’arma da fuoco. Su di essi erano ancora visibili tracce di sangue. Ad esumazione ultimata, è stato provveduto alla nuova inumazione. Le salme sono state raccolte in quattro bare di zinco e collocate in altrettanti loculi del cimitero di Rovetta”. Mentre si svolgeva l’opera di esumazione dei resti dei 43 militi assassinati nella Pretura si continuavano a raccogliere deposizioni e testimonianze. Il 2 gennaio 1947 alla Pretura di Clusone, Giuseppe Lanfranchi, comandante della brigata ‘Camozzi’ faceva le seguenti dichiarazioni: “Il giorno 28 aprile 1945, io non mi trovavo a Rovetta bensì a Bergamo per ragioni di carattere militare. Sono venuto a conoscenza dell’uccisione dei 43 componenti del battaglione Tagliamento che si sono arresi, solo dopo l’esecuzione degli stessi al mio ritorno. Non so chi abbia dato l’ordine di fucilazione dei prigionieri. Non so quali furono gli esecutori materiali; so che a Rovetta in quel giorno si trovavano anche miei partigiani ma c’erano molti armati di altre formazioni… Nulla so circa il capitano paracadutista istriano Moicano del quale conosco solo il nome di battaglia e nulla più… Neanche in tempo successivo venni a sapere chi aveva dato l’ordine di tale fucilazione, né chi furono gli esecutori materiali. So solo che rimase famoso il nome di questo Fulmine di Costa Volpino…”.
Comincia così la strana storia del misterioso Moicano, la ‘primula rossa’ della strage di Rovetta, l’uomo poi indicato come il responsabile della strage: l’uomo, alla fine di tutto, dopo 61 anni, sembra invece essere semplicemente usato come capro espiatorio, nessuno dice di conoscerlo, nessuno dice di sapere il suo nome; eppure siamo in possesso di decine di foto con lui e molti personaggi che dicono invece di non averlo conosciuto. C’è anche la foto con Bepi Lanfranchi che tiene da dietro abbracciato il Moicano e sull’altro fianco posa Zaverio Fornoni. Lo stesso 2 gennaio del 1947 Zaverio Fornoni (Walter) commissario politico della brigata ‘Camozzi’ e vice di Lanfranchi, dichiara alla Pretura: “Non sono stato presente alla fucilazione dei 43 componenti il battaglione Tagliamento che s’erano arresi. Io la mattina del 28 aprile 1945 mi trovavo a Rovetta col capitano Moicano presso il deposito di armi sito al principio del paese e che avevamo costituito togliendo le armi ai Russi e ai Tedeschi che si trovavano nella località: ad un certo momento viene presso di noi un borghese che non conosco, il quale ci informa che degli armati avevano intenzione di fucilare dei prigionieri. Mi sono recato in piazza assieme al capitano Moicano… fra gli armati... non v’era uno dei partigiani alle nostre dipendenze. Ritornai nel deposito armi e da lì, poco dopo partii per recarmi a Bergamo… Non so chi furono gli esecutori materiali della strage in quanto il fatto avvenne durante la mia assenza da Rovetta… Non so del capitano paracadutista istriano perché lo stesso è stato paracadutato dalla RAF presso la formazione garibaldina. Null’altro so dei fatti che mi si richiedono. Escludo per conto mio che i partigiani facenti parte alla brigata ‘Camozzi’ abbiano preso parte all’eccidio”.
Comincia la fuga dalle responsabilità. Strano che il comandante e il suo vice, il commissario politico, si rechino contemporaneamente a Bergamo lasciando la formazione in quei momenti di disordini, senza responsabili e libera ad ogni iniziativa. Nel rapporto del 13 giugno 1946, rapporto della Questura di Bergamo, alla Sezione Speciale della Corte d’Assise viene fatto il nome del commissario ‘Walter’ alias Fornoni Zaverio quale responsabile dei fatti in oggetto e, nella deposizione che segue, don Giuseppe Bravi, parroco di Rovetta, presente alla fucilazione e che confessò i 43 ragazzi prima dell’esecuzione, dichiara che gli esecutori materiali della fucilazione erano partigiani della brigata ‘Camozzi’ e della brigata ‘Montagna’ cioè uomini del Lanfranchi e di Brasi.
Intanto le indagini continuano. Il 30 dicembre 1947 nella Pretura di Clusone viene sentito don Giuseppe Bravi, parroco di Rovetta che interrogato spiega chi erano e a quali brigate partigiane appartenevano gli esecutori: “Il 26 sera dell’aprile 1945 arrivarono a Rovetta… un gruppo di uomini di 47 persone al fine di arrendersi; furono presi in consegna dal maggiore Pacifico e dal capitano Mach… Trovai loro una sistemazione nelle scuole… Rimasero fino alle ore 10,30 del mattino del 28 aprile. A tale ora giunsero dei camion (due o tre), carichi di partigiani i quali dopo aver disarmato le sentinelle… i militari della Tagliamento vennero quindi portati sulla piazza antistante la chiesa e malmenati… Il maggiore Pacifico era alla Cantoniera della Presolana per ricevere la resa dei Tedeschi…, il capitano Mach, non avendo alcun incarico… l’aveva accompagnato, lasciando così la piazza di Rovetta senza alcuna responsabilità di comando… I prigionieri di guerra vennero incolonnati e portati al cimitero… vennero cinque per volta fucilati. Esecutori materiali dell’esecuzione furono cinque o sei partigiani, parte di Clusone e parte di Lovere, facenti capo chi alla brigata ‘Camozzi’ e chi alla ‘Montagna’. Tra questi il partigiano Fulmine di Costa Volpino…”. E, come abbiamo riferito sui numeri scorsi, racconta del Moicano che salì due volte da lui a dirgli che con quella strage non c’entrava nulla. Già in precedenza, il 12 agosto 1946, don Bravi in una lettera al Col. Banci, padre di uno dei trucidati a Rovetta, dopo aver accennato su chi diede l’ordine di fucilazione, scriveva: “…C’è un silenzio voluto intorno a questo delitto…”.
Le contraddizioni continuano con la deposizione il 20 aprile 1948 presso la Pretura di Clusone di don Rocco Zambelli, cappellano della brigata ‘Camozzi’. Don Rocco dice: “Io seppi della fucilazione dei 43 componenti del Battaglione Tagliamento in Bergamo, e propriamente in Prefettura e subito ne parlai al maggiore Radaelli Pietro… dicendole che era necessario fare un rapporto contro gli autori della strage ed egli mi rispose che gli uccisi non erano stati accolti, come io asserivo, quali prigionieri di guerra… Sentii dire che l’ordine di fucilazione fu dato da un capitano istriano paracadutista del quale io posseggo una fotografia… e non so da chi fu eseguita l’esecuzione… Non posso dare nessuna indicazione del capitano istriano che vidi qualche volta in montagna prima della liberazione e poi due o tre volte a Clusone…”. Secondo quanto risulta invece dai documenti i militi della Tagliamento erano stati accolti come prigionieri di guerra, dopo che il sottotenente Panzanelli aveva concordato la resa con il maggiore Pacifico; e poi don Zambelli e il Moicano si incontrarono sicuramente dopo la fucilazione perché c’è una foto di loro due assieme a Clusone e la notizia della fucilazione era di dominio pubblico a Clusone.
Il 12 giugno 1948 in Pretura a Lovere, Giovanni Brasi comandante della 53° Garibaldi dichiara: “Nulla so del fatto sul quale vengo interrogato in quanto non fui presente… ne ho sentito parlare come tutti… ho sentito dire che ci fosse presente un capitano inglese della RAF…”. Nessun capo partigiano sa niente, tutti indicano il Moicano che intanto nessuno trova più. Ma arriva la deposizione più importante, mai pubblicata e probabilmente mai forse cercata. E’ il 23 giugno 1948 e a deporre tocca al Maggiore Giuseppe Pacifico rappresentante del CLN di Rovetta: “Il 26 aprile 1945 verso le ore 17, alle porte di Rovetta notai un gruppo di camice nere. Si trattava di un plotone superstite di circa 50 uomini, comandato da un sotto tenente e accompagnato da Franceschetti Alessandro. Provenivano dalla Presolana ed erano diretti a Clusone per arrendersi alla prima autorità che avrebbero trovata. Essendo io allora presidente del CLN di Rovetta e comandante di una formazione partigiana presi in consegna il detto plotone e licenziai il Franceschetti… Provvidi per l’alloggio dei militi nelle scuole comunali e raccomandai alla popolazione accorsa a rispettarli, trattandosi di prigionieri di guerra e che essi non avrebbero avuto alcun fastidio, a meno che non si fossero resi colpevoli di gravi fatti. Qualche giorno dopo il Fornoni Zaverio, da me conosciuto col nome di Walter, non ricordo direttamente o a mezzo di un suo incaricato, mi comunicò che bisognava ‘Far fuori’ i prigionieri. Risposi che non ritenevo opportuno una tale cosa. Successivamente mi recai alla Presolana per rilevare un gruppo di militari tedeschi che si arrendeva. Al ritorno appresi che, durante la mia assenza erano arrivate in paese le formazioni partigiane comandate dal Lanfranchi e dal Fornoni ed avevano ucciso i prigionieri. Feci le mie rimostranze al Fornoni, che trovai in compagnia di un ufficiale americano. Egli rispose che così si doveva fare. Non replicai, dato che ormai l’irreparabile era avvenuto. Dato che il fatto avvenne durante la mia assenza, non so chi furono gli esecutori materiali della fucilazione…”.
Quel Fornoni che il 2 gennaio 1947 aveva dichiarato di aver appreso da un borghese che non conosce, che si voleva uccidere i prigionieri, mentre era in compagnia del Moicano e poco dopo partito per Bergamo.
Il 2 luglio 1948 depone il comandante Piero Readelli: “Ero comandante della Divisione Orobica delle formazioni partigiane G.L. Non fui presente all’episodio di cui si tratta, perché il 28 aprile 1945 mi trovavo a Bergamo con altre due brigate della divisione. La brigata ‘Camozzi’ rimase a presidiare la Valle Seriana, avendo come centro Clusone. Ebbi vaghe notizie dell’episodio. Furono lo Zaverio Fornoni e il Beppe Lanfranchi ad informarmi dell’accaduto 15 giorni dopo circa. Mi fu indicato come promotore dell’eccidio il capitano Moicano, istriano, giunto al comando della Divisione circa un mese prima della liberazione con la missione inglese, comandata dal maggiore inglese ‘Manfred’ e alla quale appartenevano un altro capitano inglese e un tenente e due sottufficiali. Nei giorni della liberazione il Moicano non seguì il Comando di Divisione e il resto della missione inglese a Bergamo, ma fu spostato nella zona di Clusone per ragioni che io ignoro. Il Moicano era un individuo alto e tarchiato di modi irruenti. Non conosco i nomi degli esecutori materiali dell’eccidio. Dopo il fatto i rapporti tra Zaverio Fornoni e il parroco di Rovetta si sono tesi per ragioni di organizzazione locale di residuati di guerra. Penso che questa tensione di rapporti tra il parroco di Rovetta e il Fornoni debba essere tenuta in considerazione per quanto riguarda la valutazione dell’accusa che forma oggetto del processo. Il Moicano era studente di medicina a Padova”. Anche qui qualcosa di strano c’è: un Comandante di Divisione viene informato solo dopo 15 giorni di quanto successo senza sapere che i protagonisti della vicenda facevano parte delle sue formazioni ma la contraddizione grossa riguarda la deposizione di don Rocco Zambelli, cappellano della ‘Camozzi’ dove il 20 aprile 1948 dichiarava che… “Io seppi della fucilazione dei 43 appartenenti al battaglione Tagliamento in Bergamo e propriamente in Prefettura e subito ne parlai al maggiore Redaelli Piero…” e quel giorno era il 28 aprile, quindi lo seppe subito e si fa anche fotografare giorni dopo vicino al Lanfranchi e al Moicano.
Le indagini si concludono qui e la ‘primula rossa’ Moicano non fa più poi così paura, nascosto chissà dove e invece dagli anni ’60 è tranquillamente iscritto a medicina all’Università di Milano, eppure stranamente mai trovato. Probabilmente non avrebbe potuto comunque impedire la strage ma nemmeno far uccidere i ragazzi della Tagliamento, semplicemente perché era considerato quasi un estraneo da tutti i partigiani. Ed è strano pensare che abbiano obbedito all’ordine di un uomo di cui nelle deposizioni dicono di averlo visto una o due volte, di non conoscere il nome e nemmeno la nazionalità.
Le stranezze continuano con le conclusioni del Procuratore di Bergamo, con la proposta di sentenza del Giudice di Brescia e con la sentenza definitiva del tribunale di Brescia, conclusioni e sentenze mai ritrovate e pubblicate che trovate qui a fianco. Sentenze viziate oltre che da numerose imprecisioni da un grosso errore, nella sentenza il giudice sostiene che l’uccisione dei 43 militi fu una conseguenza della fucilazione di 13 partigiani “comandati dalla medaglia d’oro tenente Giorgio Paglia, che si erano a lungo e strenuamente battuti in una località prossima a Lovere, giustiziò tutti i prigionieri fucilandoli nei pressi del cimitero di Costa Volpino. A ricordo e in onore dei 13 caduti la brigata partigiana di Lovere prese la denominazione di 13 martiri”. In realtà Giorgio Paglia non c’entrava con i 13 martiri e nemmeno i partigiani fucilati con lui, neanche le date tornano, Paglia e i suoi vennero uccisi un anno dopo dei 13 martiri.
La vicenda di Rovetta per noi si chiude qui, altri documenti e testimonianze ci sono arrivate in questi mesi, altri forse ne arriveranno, a noi per ora resta solo la curiosità sul perché il Moicano non è mai stato “trovato” per 61 anni. Forse allora si capiranno molte altre cose
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Le contraddizioni
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ARISTEA CANINI
Vediamo come emergono due delle figure principali dei protagonisti a secondo delle varie deposizioni e delle contrastanti posizioni dei testimoni.
Lanfranchi Giuseppe (Bepi) com. Brigata Camozzi
Secondo le deposizioni di Pietro Chiapparini e Bortolo Gusmeri Lanfranchi detta l’ordine di prelevare i prigionieri della Tagliamento (Pietro Chiapparini Lino rapp. 155 del 22/12/1949 carabinieri e dalla sua dichiarazione del 8/2/1949 in Pretura)
Bortolo Gusmeri (Caserio) dalla deposizione del 9/10/1950 in Pretura.
Secondo le deposizioni di Giuseppe Visinoni, Bortolo Gusmeri, Zaccaria Savoldelli e Enzo Ausili, Lanfranchi era presente a Rovetta il 28 aprile 1945 presso il cimitero
(Giuseppe Visinoni dal rapp. 155 del 22/12/1949 carabinieri - Bortolo Gusmeri dalla deposizione del 9/10/1950 Pretura - Zaccaria Savoldelli dalla deposizione del 16/1/1950 Pretura - Enzo Ausili (scamp. Fucil.) dalla deposizione del 30/1/1950).
Secondo Bortolo Gusmeri Lanfranchi detta ordine di fucilazione (Gusmeri Bortolo dal rapporto 155 del 22/12/1949 carabinieri)
Secondo Cesare Pezzoli e Pietro Chiapparini Lanfranchi non era presente all’eccidio (Cesare Pezzoli deposizione del 18/7/1950 pretura - Pietro Chiapparini deposizione del 26/7/1950 - pretura),
Nel rapporto n.155 del carabinieri di Clusone del 22/12/1949 il Lanfranchi ha dichiarato che la fucilazione fu eseguita per ordine del cap. Moicano, che questi aveva pieni poteri sulle formazioni partigiane.
Nelle deposizione del 2/1/47 alla Pretura di Clusone il Lanfranchi asserisce di non essersi trovato a Rovetta il 28/4/45 ma a Bergamo per ragioni militari e che apprese l’avvenuto eccidio al rientro.
Pietro Chiapparini nel già citato rapporto dei carabinieri di Clusone dopo la prima deposizione del 7 gennaio 1949 il giorno dopo, a sua richiesta ai carabinieri, ha riferito che l’ordine di recarsi a Rovetta (prelevamento prigionieri) gli era stato impartito dal dott. Lanfranchi a Clusone, dopo che questi aveva incontrato il cap. Moicano ed altri reduci dal Caffè Commercio dove poco prima avevano deliberato la soppressione di tutti i militi della Tagliamento costituiti a Rovetta.
Moicano (Paolo Poduje) Agente SOE
E’ accusato di aver ordinato l’eccidio o almeno di essere stato presente secondo
Pietro Chiapparini dal rapporto 155 del 22/12/1949 (carabinieri)
Pietro Chiapparini dalla deposizione del 26/7/1959 (pretura)
Candido Percassi dal rapporto 155 del 22/12/1949 (carabinieri)
Angelo Brambilla dal rapporto 155 del 22/12/1949 (carabinieri)
Angelo Brambilla dalla deposizione del 16/6/1950 (pretura)
Pietro Filisetti dal rapporto 155 del 22/12/1949 (carabinieri)
Giuseppe Visinoni dal rapporto 155 del 22/12/1949 (carabinieri)
Giovanni Pedrocchi dal rapporto 155 del 22/12/1949 (carabinieri)
Luigi Zanoletti dal rapporto 155 del 22/12/1949 (carabinieri)
Antonio Giudici dal rapporto 155 del 22/12/1949 (carabinieri)
Zaverio Fornoni dal rapporto 155 del 22/12/1949 (carabinieri)
Agnese Ferraris dal rapporto 155 del 22/12/1949 (carabinieri)
Pietro Savoldelli dal rapporto 155 del 22/12/1949 (carabinieri)
Giuseppe Lanfranchi dal rapporto 155 del 22/12/1949 (carabinieri)
Bortolo Gusmeri dalla deposizione del 9/10/1950 (pretura)
Giuseppe Pacifico dalla deposizione del 23/6/1948 (pretura)
Mosè Filippo Fornoni dalla deposizione del 18/7/1950 (pretura)
Esclude invece che fosse stato lui a dare l’ordine di fucilazione Don Giuseppe Bravi deposizione del 23/12/1948 (pretura)
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