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DAL PROSSIMO NUMERO I VERBALI DEGLI INTERROGATORI SUI FATTI DI ROVETTA
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Sedici partigiani sotto accusa per l’eccidio.
Il Mojcano non venne mai rintracciato
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ARISTEA CANINI
La ricerca continua, una ricerca a effetto domino. Dopo i primi documenti abbiamo cominciato a riceverne altri e altri ancora, corredati di fotografie e testimonianze. Noi intanto continuiamo nella ricostruzione del puzzle di Rovetta. Dopo l’8 settembre 1943 il tenente dei bersaglieri Paolo Poduje (Mojcano) torna a casa a Rovigno (Istria) con altri militanti comunisti costituisce il ‘Comitato Rivoluzionario Partigiano’, primo compito, compilare l’elenco dei fascisti di Rovigno, procedere all’arresto e traduzione a Pisino, diventata capoluogo dagli slavi, perché Pola era in mano ai tedeschi. A Pisino, al vecchio castello di Montacuccoli venivano concentrati i fermati da tutta l’Istria. Processati, condannati da un tribunale del popolo e giustiziati. Esecuzioni interrotte alla fine di settembre quando carri armati e pattuglie tedesche entrarono in città. Ma in quel mese da Rovigno erano scomparsi: il milite Pasquale Persico, i vigili urbani Leonardo Quarantotto e Giorgio Abbi, il carabiniere Domenico Bruno, la guardia notturna Andrea Maressi, Angelo Rocco, borghese del posto, il pittore Giuseppe Tromba, il possidente Tommaso Bembo, l’agricoltore Giovanni Legotte, l’impiegato Romolo Rocco, il medico del paese Bembo, il portalettere Giuseppe Silvino, le casalinghe Maria Cressnia Meiach e Marianna Zaccaria e gli operai Simone Sponza, Francesco Aspromonte, Antonio Rocco, Salvatore Maltese, Giovanni Miculian, Gregorio Pagliata, Cristoforo De Angelici, Nicolò Budini e Domenico Pagliaca. All’entrata dei tedeschi a Rovigno i partigiani opposero resistenza, nascosti un po’ dappertutto nelle case, ma non riuscirono a fare molto, senza armi e dispersi un po’ dappertutto. Morirono in molti, alcuni riuscirono a fuggire e organizzarsi in bande. Paolo Poduje dopo l’esperienza del settembre 1943, nel settembre 1944 viene ingaggiato dai servizi inglesi, dopo l’addestramento viene utilizzato per varie missioni al Nord Italia (Shariton e Hapevill) per poi nel marzo del 1945 con la 1ª missione OSS lanciato sul Mortirolo

(e non sul Farno come riportato da molti libri di storia, anche qui siamo entrati in possesso di numerosi documenti) arriva in Val Seriana e partecipa al massacro di Rovetta il 28 aprile del 1945. Il 4 maggio alla manifestazione per la liberazione a Bergamo non è presente e ai primi di maggio rientra a Rovigno con quella che diventerà sua moglie, Rita Marini, conosciuta alla stazione di Bergamo in cerca di un passaggio per Gorizia. E’ il mese di maggio e a Rovigno riprendono i prelevamenti e la scomparsa di persone. A Rovigno cominciarono a prelevare bambini: Alice Abba, 13 anni infoibata con la madre. Ines Cescutti di 15 anni, infoibata con la madre. Ferruccio D’Alessandro, 9 anni, infoibato con i genitori.
Dell’eccidio di Rovetta si torna però a parlare presto. Il Maresciallo dei carabinieri Giovanni Guerrini riceve segnalazioni e lettere, di cui una anonima (in nostro possesso) che ricostruiscono particolari inediti di quel giorno e che lo spingono ad aprire un procedimento penale (anche qui abbiamo il documento dell’epoca) contro: “Moicano, Fornoni Zaverio, Giuseppe Lanfranchi, Pietro Chiapparini, Battista Torri, Bortolo Gusmeri, Vittorio Locatelli, Antonio Bonetti, Cesare Caroli, Angelo Brambilla, Pietro Modesto Seghezzi, Pietro Filisetti, Pietro Savoldelli, Vincenzo Zanoletti, Candido Percassi, Mosè Fornoni”. Noi siamo entrati in possesso del volume dei verbali, sul nome ‘Moicano’ è poi tracciata una linea perché ‘irreperibile’. Il maresciallo dei carabinieri chiede il rinvio a giudizio di 16 partigiani. Della 53° Brigata Garibaldi: Luigi Manera (Castigo) che morirà prima della deposizione. Battista Torri (Fulmine) che espatrierà in Francia e morirà il 19 maggio del 1981. Bortolo Gusmeri (Caseario). Della ‘Camozzi’: Giuseppe Lanfranchi (Bepi) che era il comandante. Zaverio Fornoni (Walter) vice comandante. Pietro Chiapparini (Lino) capo squadra. Modesto Seghezzi (Modesto) più altri nove partigiani della Camozzi.
Dal prossimo numero inizieremo la pubblicazione esclusiva degli interrogatori del Maresciallo Guerrini ai partigiani e pubblicheremo il rapporto dei servizi segreti inglesi sui lanci del Mojcano in Valle Seriana.
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FOTO
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Capi partigiani dopo la Liberazione
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Capi partigiani dopo la Liberazione: da sinistra in piedi Pearson, Manfred, Zaverio Fornoni (Walter), Mojcano, Bepi Lanfranchi, Piero Redaelli (Marcello), autista tedesco.
Accosciati da sinistra: dott. Aglisi, Ten. Noè Trezzi (Sesto), Don Rocco Zambelli, Mattioli, Piantoni. (Archivio Cesare Cristilli – Clusone)
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LETTERA
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L’ultima sul Mojcano: la disistima di Bendotti
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Sono rimasto molto colpito dalla pubblicazione su “Araberara” dell’11 Agosto 2006 dei vari articoli dedicati alla figura di Paolo Poduje, a seguito dell’intervista a sua moglie, Rita Marini. Colpito per le inesattezze, le omissioni, il pressappochismo, la trascuratezza dei vari pezzi: un vero campionario – che avrò modo di documentare – di errori.
Ma ancor più colpito per gli attacchi che mi vengono rivolti, di un livore e di una bassezza che non conoscevo. Non mi interessa elencarli, perché saranno altre le sedi in cui chiederò riparazione, ma voglio precisare – già da ora – alcuni punti a difesa della mia onorabilità e correttezza professionale. Avevo “alzato il sedere”, per dirla con la finezza che distingue il direttore di “Araberara”, già molti anni fa, e alcuni giorni prima del Natale 1998 avevo conosciuto il Mojcano (con la j, come voleva si scrivesse…) nella sua casa di Milano, accolto con simpatia e amicizia. Da quel momento ebbe inizio una frequentazione abbastanza assidua, fatta anche di lunghe registrazioni: Mojcano mi ha raccontato la sua vita, senza imbarazzo e con grande semplicità, arrivando quasi naturalmente, il 4 febbraio 1999, a parlare dei fatti di Rovetta, che lo videro protagonista, “abituato a non fare prigionieri”.
Molto spesso, durante le interviste, era presente sua moglie Rita, che in certi momenti come si sente con chiarezza dai nastri registrati, interveniva con i suoi ricordi. La signora mi è molto cara e ho potuto parlare con lei anche dopo la morte di Paolo. Sono indignato che l’abbiate tirata dentro in un modo vergognoso, dando in pasto a tutti il suo indirizzo (perfino il numero civico!), e ancora non contenti di aver voluto pubblicare la fotografia del loculo dove giace suo marito.
Ovviamente non ho mai affermato di aver intervistato il Mojcano “mesi fa”, ma “pochi mesi prima che morisse”: esiste la registrazione anche del mio intervento a Castione della Presolana, del 3 gennaio di quest’anno, dove ho affrontato il problema dei fatti del 28 aprile a Rovetta. A proposito, perché non eravate presenti in quell’occasione? Vi faceva male il sedere?
Tutte le registrazioni in mio possesso, e ovviamente i lunghi colloqui con Paolo Poduje saranno a disposizione del giudice che prenderà in esame la mia querela nei confronti del direttore di “Araberara” e della giornalista Sig.ra Aristea Canini.
Con profonda disistima.
Angelo Bendotti
* * * Nessun livore e nessun problema, abbiamo semplicemente svolto un’indagine giornalistica documentando (come deve essere sempre fatto) quanto raccontato. Veniamo alla sua lettera:
1. Un’intervista non può avere ‘inesattezze, omissioni, pressappochismo, trascuratezza’ perché è l’intervistato che risponde, non è un libro di storia;
2. “Sono rimasto molto colpito dalla pubblicazione su ‘Araberara’ dell’11 Agosto 2006 dei vari articoli dedicati alla figura di Paolo Poduje, a seguito dell’intervista a sua moglie, Rita Marini. Colpito per le inesattezze, le omissioni, il pressappochismo, la trascuratezza dei vari pezzi: un vero campionario – che avrò modo di documentare – di errori”.
Lo scopo dell’indagine era trovare un uomo che per 61 anni tribunali, storici (lei per primo) e istituzioni hanno cercato. Lei, addirittura, aveva ricevuto l’incarico e un contributo dall’amministrazione comunale di Rovetta per cercare il Mojcano. Lei aveva restituito il contributo nel settembre del 2000 dicendo che non c’era nulla di nuovo. Lei però adesso dice che nel 1998 lo ha intervistato. E poi perché allora il 14 aprile del 1999 in una conferenza alla biblioteca di Rovetta (abbiamo la registrazione) non dice nulla del Mojcano e alla domanda precisa di una persona del pubblico ‘chi ha ordinato la strage? Chi era il Mojcano? Da dove veniva?’ lei risponde: “Per 54 anni hanno detto tutti che è stato il Mojcano, sarà stato il Mojcano, ma l’interesse di un’opera è capire perché lo ha fatto. L’interesse della storia è capire perché è stato lui”? La persona del pubblico dice: “E’ un istriano” lei si affretta a rispondere. “E’ Lei dice che dice che è un istriano”.
Ma se l’aveva intervistato non avrebbe dovuto sapere almeno di dove fosse e chi fosse? La gente di Rovetta era in sala perché si aspettava delle risposte. I casi sono due: a) l’intervista è stata fatta e lei l’ha tenuta nascosta per anni, fatto gravissimo per uno storico, lasciando scrivere su libri e giornali ipotesi di nomi e fatti sul Mojcano senza mai avere indicazioni precise, lasciando correre dubbi, lacune e forzature, alterando quindi la Storia, lei che è direttore di un Istituto di Storia, uno storico che nasconde i fatti deontologicamente fa acqua da tutte le parti. b) l’intervista non c’è: questo ha sostenuto la vedova, non noi che una cosa del genere nemmeno vogliamo pensarla. Il suo silenzio per sette anni e mezzo basta e avanza a screditarla come storico. Sempre nella serata di Rovetta, nella registrazione lei dice che: “Del Maggiore Pacifico non siamo riusciti a ricostruire quasi nulla, era il vero nome o no? Altro non c’è”, anche di questo noi abbiamo il nome e l’identità, anche qui forse il ‘pressappochismo e le inesattezze’ stanno da un’altra parte.
Ancora la registrazione ‘Don Bravi era altro membro del Cln di Rovetta. Noi siamo riusciti ad avere la scheda di Don Bravi dalla Curia di Bergamo era cappellano nella prima guerra mondiale. Altro non c’è, bisogna aspettare che passino 70 anni per entrare nell’archivio della Curia, non abbiamo neanche la relazione di Don Bravi, la relazione che ogni parroco prepara sulla vita quotidiana e che sarebbe stato molto utile. Credo sia un gran passo riuscire ad avere quella relazione”. Noi di Araberara abbiamo pubblicato l’intera relazione sul numero del 16 giugno scorso (pag. 39: “Eccidio di Rovetta: il parroco la raccontò così”), senza aspettare 70 anni. L’Istituto di Storia invece non è mai riuscita a trovarla.
Nella stessa assemblea il sindaco di Rovetta dice testuali parole: “Siamo qui per fare la ricostruzione storica, si parla di fatti non di sentito dire?”. Dei fatti però, quella sera, nemmeno l’ombra. E sì che Bendotti aveva, a quanto dice, appena intervistato nientemeno che il Mojcano…
3. “Ma ancor più colpito per gli attacchi che mi vengono rivolti, di un livore e di una bassezza che non conoscevo. Non mi interessa elencarli, perché saranno altre le sedi in cui chiederò riparazione, ma voglio precisare – già da ora – alcuni punti a difesa della mia onorabilità e correttezza professionale”.
Il ‘livore e la bassezza’ li vedo soltanto nella sua lettera, abbiamo semplicemente fatto il lavoro dei giornalisti che deve essere, come citato nella carta dell’ordine, ‘documentato, corredato di fotografie e di testimonianze’, cosa che evidentemente dovrebbe anche fare uno storico.
4. “Avevo “alzato il sedere”, per dirla con la finezza che distingue il direttore di “Araberara”, già molti anni fa, e alcuni giorni prima del Natale 1998 avevo conosciuto il Mojcano (con la j, come voleva si scrivesse…) nella sua casa di Milano, accolto con simpatia e amicizia. Da quel momento ebbe inizio una frequentazione abbastanza assidua, fatta anche di lunghe registrazioni: Mojcano mi ha raccontato la sua vita, senza imbarazzo e con grande semplicità, arrivando quasi naturalmente, il 4 febbraio 1999, a parlare dei fatti di Rovetta, che lo videro protagonista, “abituato a non fare prigionieri””.
Una ‘frequentazione’ talmente assidua che lei stesso smentisce restituendo il contributo nel settembre del 2000 dicendo che non c’era nulla di nuovo sul Mojcano. La vedova sentendo citare il suo nome dice che non l’ha mai sentito. “Simpatia e amicizia” evidentemente a senso unico.
5. ‘…La signora mi è molto cara e ho potuto parlare con lei anche dopo la morte di Paolo. Sono indignato che l’abbiate tirata dentro in un modo vergognoso, dando in pasto a tutti il suo indirizzo (perfino il numero civico!), e ancora non contenti di aver voluto pubblicare la fotografia del loculo dove giace suo marito…”.
Abbiamo chiesto alla vedova di poter fare le fotografie, ha assentito, gliele abbiamo anche mostrate e lei stessa ci ha consegnato quella di suo marito per fotografarla. Nessuno l’ha attaccata, semplicemente ci siamo posti gli interrogativi che tutti si pongono. Abbiamo fatto il nostro lavoro che è quello di ‘documentare e verificare’ le notizie. Le lapidi non fanno scandalo, sono le foto di fatti atroci che semmai possono dare scandalo, eppure mi risulta che anche gli storici non si fanno problemi a pubblicarle, non pensi quindi di far credere che lo ‘scandalo’ è quello di pubblicare la foto di una lapide, che in questo caso è solo un documento storico che lei stesso avrebbe dovuto riprodurre e avere.
6. “Ovviamente non ho mai affermato di aver intervistato il Mojcano “mesi fa”, ma “pochi mesi prima che morisse”: esiste la registrazione anche del mio intervento a Castione della Presolana, del 3 gennaio di quest’anno, dove ho affrontato il problema dei fatti del 28 aprile a Rovetta. A proposito, perché non eravate presenti in quell’occasione? Vi faceva male il sedere?”.
Nell’intervista a L’Eco di Bergamo a lei fatta ci sono scritte testuali parole: ‘L’ho intervistato mesi fa” e non anni fa, avrebbe potuto fare una rettifica, che era sostanziale, ma a quanto risulta lei al giornalista Paolo Aresi non ha chiesto di rettificare niente, solitamente gli ‘storici’ sono molto precisi con le date. Mentre lei presentava il libro-diario di un ragazzo che ricorda dopo 60 anni (“La terrazza sul cortile: i fatti del 28 aprile 1945 nei ricordi di un bambino”) avallando interpretazioni semplicistiche, che buttano tutta la colpa sul Mojcano, che lei aveva intervistato da sette anni e che nel libro continua ad apparire quel misterioso personaggio di sempre, senza nome e cognome (comunque un’operazione “storiograficamente” perlomeno disinvolta, visto che sulla copertina c’è l’imprimatur dell’Istituto di Storia che lei dirige), noi eravamo impegnati a raccogliere documenti che evidentemente nessun altro si era preso la briga di cercare.
7. Con profonda disistima.
Nessun problema per la ‘disistima’. Da lei prendiamo per buona solo la j del nome Mojcano, anche se a rigore allora bisognerebbe scriverlo piuttosto Mohicano. Noi pensiamo ai fatti e basta, non ci interessa provare rancore verso nessuno, né seguire tesi già confezionate. Alla figura del Mojcano non abbiamo “dato addosso” e tanto meno alla vedova. Nel libro di Nazareno Marinoni, col suo imprimatur, il Mojcano è, come abbiamo scritto, ancora una volta la cloaca dei sensi di colpa per quella strage. Ma si rende conto? Lei, uno storico, ha in mano la testimonianza di quello che è stato indicato come l’unico responsabile di una strage e da sette anni e mezzo se ne sta zitto? E lei sarebbe il difensore della vedova? E lei parla di profonda disistima nei nostri riguardi? Da noi solo ‘indifferenza’, senza profondità…
Piero Bonicelli
Aristea Canini
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LUIGI TARZIA, FONDATORE DEL GRUPPO PARTIGIANO DI LOVERE
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Ho conosciuto il Mojcano. Ma a Rovetta non mi spiego come potesse “comandare”
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Luigi Tarzia era il giovanissimo (è nato il 16 settembre 1924) Tarzan del primo Gruppo Loverese della Resistenza,

fondato assieme a Giovanni Brasi che all’inizio si faceva chiamare Libero e dopo il riconoscimento ufficiale della Brigata si farà chiamare Montagna. “Il Mojcano l’avrò incontrato sì e no due o tre volte. Era un tipo… deciso, ma non l’ho conosciuto abbastanza per dire qualcosa di lui”. Gli mostriamo una foto in cui sembrerebbe che uno dei tre, quello a sinistra del Mojcano, sia proprio lui. La guarda e dice “non sono io”. Insistiamo, manda il figlio a prendere una foto di quando era giovane e partigiano. Una certa somiglianza c’è, ma non è lui. Non che fosse importante, mica si è amici perché si è fatta una foto insieme e poi non è un delitto nemmeno essere stati amici del Mojcano. “Di certo non comandava nessuna squadra della nostra formazione. Come abbia potuto comandare dei nostri nella fucilazione dei militi a Rovetta non me lo so spiegare e non so nemmeno se sia vero. Ma se, come avete scritto anche voi, a guidare i partigiani venuti da Lovere era Battista Torri, Fulmine, allora qualcosa non va, perché Fulmine era stato allontanato dalla nostra formazione, così come Caserio (Bortolo Gusmeri – n.d.r.). Quindi con noi non c’entravano più niente”.
Luigi Tarzia ha scritto una memoria dettagliata su quegli anni. Su quei giorni di aprile comincia a collocare se stesso, che è la cosa su cui direttamente può testimoniare: “Troppe persone riferiscono adesso cose che hanno a loro volta solo sentite e non viste. E anche i ricordi di bambini di allora, anche di parenti, certe cose o le si viveva in prima persona o era già allora difficile capirle. Troppa gente parla adesso, ma gli unici che possono dire le cose sono quelli che c’erano”. E, verrebbe da dire, si moltiplicano volumi di memorie, diari, resoconti in cui l’eccidio di Rovetta ha una parte imbarazzata e imbarazzante.
Tarzia fa il quadro della situazione alla vigilia della Liberazione: “Dopo i fatti di novembre (il 17 novembre dopo un lungo combattimento viene catturata la squadra comandata da Giorgio Paglia alla Malga Lunga, due giorni dopo nella zona Covale, comune di Bossico, vengono catturati i fratelli Pellegrini che vengono fucilati il 21 novembre, Giorgio Paglia e il suo gruppo, al cimitero di Volpino, i fratelli Pellegrini a quello di Lovere), la nostra formazione viene divisa dal comandante Brasi in quattro squadre. Dobbiamo lasciare la zona di Lovere, dove ormai siamo circondati ed attaccati tutti i giorni. Chiediamo di essere ‘ospitati’ nel territorio di competenza della Camozzi, così le quattro squadre sono dislocate al Curò (Brasi, Brach e altri), Spiazzi di Gromo, Ave, Bondione. Io e Brach li abbiamo raggiunti dopo cinque o sei giorni…”. Perché? “Perché l’intenzione di Brasi era quella di espatriare in Svizzera e noi non eravamo d’accordo, volevamo restare sul territorio e continuare a fare qualcosa. In qu

ei giorni mi sono rifugiato di nuovo nella grotta che avevo utilizzato come nascondiglio nel 1943, nella zona di Trello. La mia famiglia subiva continuamente angherie. Poi abbiamo raggiunto gli altri, quando non si è più parlato di espatriare. A febbraio 1945 è successo che molti ragazzi scappavano, c’era la sensazione che sarebbe finita alla svelta. Solo che questi ragazzi avevano formato dei piccoli gruppi qua e là, erano sbandati, divisi. Quindi noi scendemmo a Bossico alla ricerca di questi gruppi: in tutto raccogliemmo un centinaio di giovani e di notte risalimmo a Valgoglio. Mentre il gruppo partigiano, con Brasi, si sposta sul Farno, noi con quel centinaio di giovani rimanemmo nella zona di Valgoglio”. Logisticamente doveva essere un impegno notevole, con un gruppone di giovani così numeroso. “Lanfranchi, il comandante della Camozzi, ci aiutava per il sostentamento, per il dormire si dormiva anche all’aperto”.
Quando e dove avete saputo che era finita? “In quei giorni il mio gruppo era alla Malga Valgoglio da dove scendevamo per arrivare sulla strada che univa il paese di Ardesio a quello di Valbondione e dove disarmavamo le colonne dei tedeschi e dei russi che fuggivano tentando di raggiungere la Svizzera. La sera del 25 aprile ci raggiunge una staffetta con l’ordine del nostro comandante ‘Montagna’ di lasciare la posizione il mattino del 26 e di raggiungere Clusone dove avremmo dovuto fermarci in attesa di ulteriori ordini. La sera del 26 raggiungiamo il paese e ci fermiamo nei pressi della trattoria Presolana in attesa di conoscere la nostra destinazione. Eravamo più di 100, ci siamo sistemati per la notte lì alla trattoria, quella del bivio per il cimitero. No, nessuno è venuto a disturbarci. Al mattino del 27 veniamo raggiunti dal comandante che ci informa che sono in arrivo due camion che ci avrebbero portato a Lovere per unirci al grosso della formazione. Verso mezzogiorno arrivano gli automezzi e sistemat

i gli uomini si parte, ovviamente in un clima di euforia e di festa; purtroppo il destino ha voluto darci un altro colpo: arrivati all’altezza del cimitero di Sellere a uno dei camion si rompono i freni. e solo grazie alla prontezza di spirito del conducente, un Macario di Lovere, la festa non è finita in una tragedia ben più grave di quella che è stata. L’autista cerca di rallentare facendo un po’ di qua e un po’ di là. Io sono sul predellino. Decido di saltare: c’è il muretto che delimita la strada. Prendo slancio per saltare oltre il muretto… Purtroppo invece ci finisco sopra con le ginocchia.
Ne esco male, con le ginocchia scorticate, si vedevano le ossa. In quella circostanza morì Fiorenzo Petenzi, mentre Taccolini (Bobi) e il sottoscritto riportarono ferite. Ma poteva finire molto peggio, il camion ha imboccato una stradina della cava, altrimenti si finiva tutti nel Tinazzo. Dopo un attimo di smarrimento, fatto il bilancio dei danni, ci siamo incamminati a piedi e abbiamo raggiunto Piazza Garibaldi a
Lovere dove siamo stati accolti dai nostri compagni e dalla popolazione in festa. Poi per le ginocchia sono restato a letto otto giorni”.
E fa capire che, siccome non c’era, vale la regola che si è data, di chi comandasse la fucilazione dei 43 militi a Rovetta quel mezzogiorno del 28 aprile 1945 non vuole aggiungere altro, direbbe solo cose riferite.
[ SCHEDA ]
Secondo il rapporto dei carabinieri di Clusone “alle 10 del 28 aprile giunsero a Rovetta due autocarri di partigiani, parte appartenenti alla brigata ‘Camozzi’ comandata dal commissario Valter – certo Fornoni Zaverio da Ardesio – e parte dalla brigata ‘tredici martiri’ di Lovere, comandata da certo Montagna, il quale però non era fra i presenti”. Il rapporto (protocollo 17/88 inviato alla Questura di Bergamo, incaricata delle indagini, il 28 ottobre 1945) firmato dal maresciallo Capo Giovanni Guerrini, comandante la Stazione dei carabinieri di Clusone, prosegue: “La fucilazione avveniva a gruppi di tre, quattro, cinque uomini, da parte di un gruppo di sei o sette partigiani, appartenenti alla brigata ‘Tredici Martiri di Lovere’ e brigata ‘Camozzi’, al comando del predetto partigiano FULMINE (maiuscolo nel testo – n.d.r.) da Costa Volpino, che partecipava egli stesso alla fucilazione, dando il comando di fuoco di volta in volta (…) il FULMINE si è dimostrato fermo esecutore delle fucilazioni suddette, anche perché – come egli stesso si sarebbe espresso prima e durante le fucilazioni stesse – un suo fratello partigiano, era caduto a Costa Volpino, sotto il piombo nazi-fascista”. Il Moicano appare nel rapporto in questi termini: “Si trovava a Rovetta certo Moicano, capitano Istriano, paracadutato con una missione Inglese al pizzo Formico, il quale, secondo affermazione del sig. Giuseppe Lanfranchi e di Zambelli don Rocco, rispettivamente comandante e cappellano della brigata ‘Camozzi’ avrebbe influito e deciso egli stesso la fucilazione di tutti i prigionieri”. E qui, il fatto che “Fulmine” fosse l’attendente e l’autista del Moicano, chiuderebbe il cerchio. Ma ambedue non avevano alcuna autorità né sugli uomini della Camozzi né su quelli della 53ª Garibaldi. Un po’ diversa la situazione della “Camozzi”, in quanto Fulmine sarebbe passato appunto in questa formazione, dopo essere stato allontanato dalla “Garibaldi”. Fornoni Zaverio nella sua deposizione negherà di essere stato presente alla fucilazione e dichiarerà: “Escludo per conto mio che i partigiani facenti parte alla brigata ‘Camozzi’ abbiano preso parte all’eccidio”. Il Maggiore Giuseppe Pacifico, che aveva ricevuto la resa dei militi fascisti due giorni prima, la racconta diversamente e dichiara che dopo la fucilazione “feci le mie rimostranze al Fornoni, che trovai in compagnia di un ufficiale americano. Egli rispose che così si doveva fare”. E poi da scaribarile a scaricabarile anche gli inquirenti si perdono in un labirinto di “io l’ho saputo 15 giorni dopo”, “io non c’ero”, “non so chi partecipò”, “non so chi sparò”.
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